• 29 Set 2015 12.00
29 settembre 2015 12:00
(Francesca Leonardi per Internazionale)

Certo, il fatto di potersi spostare a piedi da un incontro all’altro fino a notte inoltrata, camminando lungo strade bellissime e piene di biciclette è un punto a favore. Anche la possibilità di mangiare il cibo migliore del mondo e degustare un liquore nella più antica osteria d’Europa aiuta. Questi aspetti non vanno sottovalutati, ma non sono la sostanza che rende unico il festival delle idee, del giornalismo e dell’incontro di Internazionale.

Di questi tempi i festival spuntano un po’ ovunque, e non è una cosa negativa: sono tra i pochi significativi contraltari all’egemonia del digitale, un atto di condivisione e di presenza. Ma il festival di Ferrara è qualcosa di speciale e, come tutte le cose speciali ed eccellenti, è molto difficile definire le qualità che lo rendono tale.

Voglio cominciare con una premessa sulla rivista che organizza il festival. Insieme al Courrier international di Parigi, Internazionale è un settimanale unico per obiettivi e risultati: l’idea è quella di riunire il meglio della scrittura e del giornalismo di tutto il mondo in un’unica rivista.

In sostanza, il festival è una vivace e umana estensione in carne e ossa di questo principio. È davvero internazionale, e di alto livello. Il suo principio guida, tuttavia, va oltre: per poter salire su uno dei palchi di Ferrara non solo bisogna conoscere bene ciò di cui si parla, ma bisogna essere capaci di andare oltre i titoli, oltre il mondo che vediamo, oltre ciò che il nuovo totalitarismo delle multinazionali vuole che vediamo.

L’anno scorso il momento migliore per me è stata la presentazione di “Roma negata”, un progetto sui migranti arrivati nella capitale che li umanizzava, dando loro nomi, volti e storie. Nel frattempo, altri relatori provenienti da Londra e Marsiglia parlavano di come mappare le migrazioni, analizzando le cause più ampie dell’esodo di massa verso l’Europa e gli Stati Uniti.

Guarda caso, quale argomento ha occupato le prime pagine di tutto il mondo dopo l’edizione dello scorso anno del festival di Ferrara? La fuga dalla Siria, dal Sudan, dal Mali e da altri paesi verso Lampedusa, Kos e altri luoghi in Europa: la storia più importante del mondo (insieme al cambiamento climatico) ce l’avevano spiegata a Ferrara nel 2014.

Al festival gli incontri e i laboratori proseguono nelle piazze e nei bar, per le strade acciottolate, negli alberghi e nei bed and breakfast

Un altro esempio: l’anno scorso a Ferrara ho parlato di riciclaggio dei proventi del narcotraffico messicano insieme a Lydia Cacho, e poi ho scoperto che la nostra conversazione è diventata parte di un impegnativo progetto che ricostruisce la criminalità globale con un atlante del crimine organizzato. Solo a Ferrara.
E si potrebbe continuare: Enrique Krauze analizzava l’America Latina con Jon Lee Anderson e Patricio Fernández, Francesca Borri raccontava della guerra in Siria, Juan Villoro parlava in modo meraviglioso di “Calcio, rock e giornalismo”. Incredibile: solo in Italia.

Il segreto di Ferrara

Naturalmente è una sorpresa – per me piuttosto triste – che l’Italia non abbia prodotto un movimento come Syriza o Podemos, ma alla base dell’unicità di Ferrara c’è il fatto che l’Italia ha il miglior giornalismo del mondo. “Cosa?”, direte voi. Com’è possibile?

È vero: Jon Lee Anderson è statunitense, Lydia è messicana, Jean Hatzfeld è francese, Svjatlana Aleksievič è bielorussa. Ma se andate in una libreria italiana, vedrete scaffali pieni di libri che denunciano la corruzione, la mafia, la camorra. In una libreria britannica non troverete mai dei libri sul come la city di Londra ricicla i soldi sporchi di tutto il mondo, o sui calcoli dietro la guerra lanciata illegalmente da Tony Blair in Iraq.

Nella statunitense Barnes & Nobles non troverete libri sugli accordi segreti di Wall street, sul potere dell’industria delle armi o sullo stupro dei paesi in via di sviluppo compiuto dalle multinazionali. Forse gli italiani non se ne rendono conto, ma nei loro mezzi d’informazione c’è meno omertà che altrove. E questa tradizione è alla base di Ferrara.

Ed Vulliamy al festival di Internazionale a Ferrara nel 2014


Ed è a questo punto che entrate in scena VOI. Prima di tutto perché il festival di Ferrara ha l’obiettivo di diffondere queste idee tra i giovani. E in secondo luogo perché gli incontri e i workshop non restano intrappolati tra le mura di quel meraviglioso cinema, o del cortile del castello, o di uno qualsiasi degli altri luoghi del festival.

Niente di tutto questo in realtà spiega l’unicità di Internazionale a Ferrara: è il pubblico a renderlo unico. Gli incontri e i laboratori proseguono nelle piazze e nei bar, per le strade acciottolate, negli alberghi e nei bed and breakfast. Continuo a incontrare giovani per i quali questa è la vacanza di ogni anno, perché è anche divertente: fai amicizie che durano tutta la vita, molte di più e molto migliori di quelle che avresti potuto fare su una spiaggia.

Dappertutto c’è effervescenza intellettuale, una Ferrarelle di Ferrara, che potete imbottigliare nella testa e portarvi a casa – più saggi e arricchiti – fino all’anno successivo, quando potrete tornare per averne altra.

Ed Vulliamy sarà a Ferrara il 2 ottobre con Christine Schmitz e Meinie Nicolai, di Medici senza frontiere, e con Ennio Remondino per l’incontro “Srebrenica, vent’anni dopo” e per presentare il terzo volume dell’Atlante delle mafie. Guarda il programma.

Questo articolo è stato pubblicato il 4 settembre 2015 con il titolo “Ritorno a Ferrara”. Compra questo numero | Abbonati

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