Come si spiega l’improvvisa disponibilità di Kim Jong-un a collaborare con quelli che un tempo considerava i suoi nemici? “In una parola: sicurezza di sé”, scrive John Delury, docente all’Università di studi internazionali Yonsei di Seoul, sul Washington Post. “Da quando è arrivato al vertice del regime dopo l’improvvisa morte del padre alla fine del 2011, Kim ha dovuto appropriarsi delle leve del potere eliminando, in alcuni casi fisicamente, gli avversari interni e costruendosi una legittimazione nel paese”.
Il nuovo leader ha “fatto pulizia” nella famiglia, nel partito, nell’esercito e nel governo. Il successo dei test missilistici e nucleari negli ultimi due anni, inoltre, gli ha fatto guadagnare la sicurezza politica di cui aveva bisogno.
“Alcuni osservatori considerano l’apertura di Kim un segnale non di fiducia in se stesso, ma di disperazione per le sanzioni, che si stanno facendo sentire. Tuttavia”, spiega Delury, “niente fa pensare che l’economia nordcoreana sia sull’orlo del precipizio: i prezzi delle merci e il valore della moneta locale sono stabili e non si registra un aumento dei profughi economici. Le sanzioni, tuttavia, impediscono a Kim Jong-un di raggiungere un obiettivo che gli sta a cuore quanto il deterrente nucleare: fare della Corea del Nord un paese ricco”.
Kim ha reso note le sue ambizioni sullo sviluppo economico cinque anni fa, quando ha svelato la sua linea strategica nota come byungjin (progresso duale), che include la creazione di zone economiche speciali. “La prima fase di questa strategia”, continua Delury, “è il raggiungimento di una garanzia di sicurezza indipendente grazie all’arsenale nucleare, un progetto che è innegabilmente progredito sotto la leadership di Kim Jong-un. Ma la seconda promessa del byungjin è lo sviluppo dell’economia civile, obiettivo che non è stato portato avanti con il ritmo straordinario dei test missilistici. Anche se negli ultimi anni l’economia della Corea del Nord ha registrato una modesta crescita, il paese è ancora arretrato rispetto ai vicini asiatici. Finché da parte di Kim non ci sarà una svolta nel campo della sicurezza che permetta la fine delle sanzioni e l’integrazione della Corea del Nord nell’economia regionale e globale, il paese non si riprenderà.
Una mossa indovinata
“La nuova diplomazia di Kim rientra nella strategia del byungjin e probabilmente segnala uno spostamento della priorità dalla sicurezza allo sviluppo, dall’isolamento all’integrazione, dai missili intercontinentali alle zone economiche speciali. La solidità politica di Kim e le sue ambizioni economiche hanno creato uno spazio per passi significativi verso la denuclearizzazione. Impulsiva o no, la decisione del presidente statunitense Donald Trump di incontrare Kim si concilia bene con la natura gerarchica del sistema nordcoreano, dove i progressi devono cominciare dall’alto. In questo senso potrebbe rivelarsi una mossa indovinata”, spiega Delury.
C’è da aspettarsi che la propaganda di Pyongyang presenterà il summit come una vittoria del leader. Ma per Kim la sostanza degli accordi presi, così come il valore simbolico del sedersi a un tavolo con il presidente degli Stati Uniti, saranno mezzi per accelerare la trasformazione della Corea del Nord, povera e isolata, in un paese normale e ricco. “Questo slittamento delle priorità dal potere al benessere è stato al centro del modello di sviluppo in Asia orientale dalla fine della seconda guerra mondiale. In termini storici, la Corea del Nord si adeguerebbe alla norma regionale, anche se con molto ritardo. Kim sembra pronto ad avviare la transizione e, letto in questi termini, il summit rappresenta una rara opportunità di progresso”, conclude Delury. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1253 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati