A sette anni dal terremoto e dallo tsunami che hanno colpito il Giappone nordorientale la costruzione di 395 chilometri di muri lungo la costa dovrebbe prevenire nuovi disastri. Le foto di Stefano De Luigi
L’11 marzo 2011 nella regione del Tōhoku, sulla costa nordorientale del Giappone, un terremoto di magnitudo 9 sulla scala Richter causò uno tsunami che uccise quasi 18mila persone e danneggiò gravemente la centrale nucleare di Fukushima daiichi. Il maremoto provocò delle onde che in alcune zone raggiunsero i quaranta metri e che lasciarono 25 milioni di tonnellate di detriti nelle città e nei villaggi della costa.
A sette anni dal terremoto più forte della storia del paese, il governo giapponese ha avviato la costruzione di 395 chilometri di muri, alti fino a 12 metri e mezzo, per proteggere le persone che vivono sul litorale da altre onde anomale. Finora l’operazione è costata l’equivalente di dieci miliardi di euro e dovrebbe concludersi nel 2020, quando Tokyo ospiterà i giochi olimpici.
Quasi il 43 per cento della costa giapponese è protetta da muri antitsunami o da altre barriere. La costruzione di queste opere gigantesche sta provocando molte perplessità tra gli abitanti di quelle zone. Alcuni sono preoccupati per l’impatto sull’economia locale, legata soprattutto alla pesca, all’agricoltura e al turismo. Altri accusano il governo di aver agevolato gli interessi delle imprese edili a cui sono stati assegnati i lavori.
“Il progetto sta cambiando il paesaggio e la vita di migliaia di giapponesi. A queste persone sarà negato un accesso diretto al mare, con cui hanno un rapporto millenario”, spiega il fotografo Stefano De Luigi, che nell’agosto del 2018 ha documentato la costruzione dei muri e l’impatto sulle comunità delle coste _(foto VII). _◆
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**Stefano De Luigi **_è un fotografo italiano nato a Colonia, in Germania, nel 1964. Vive a Parigi. _
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Questo articolo è uscito sul numero 1273 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati