La foto più recente scattata da Nelli Palomäki s’intitola Janne e Sampo, 2019 (a pagina 70). Si vedono due uomini in camicia bianca e pantaloni scuri. Uno dei due, apparentemente il più giovane, sostiene l’altro, che s’abbandona a occhi chiusi tra le sue braccia, ed entrambi sono appoggiati a un muro bianco. Posano in una stanza molto luminosa dove i raggi del sole, che filtrano attraverso la finestra, costruiscono le ombre e ridisegnano lo spazio.
Questa immagine fa parte della serie Shared, che diventerà anche un libro. Sarà il secondo dopo Breathing the same air, che aveva fatto conoscere il lavoro di Palomäki e l’aveva introdotta nel piccolo gruppo di ritrattisti dallo stile classico e misterioso che regolarmente rimette in discussione il genere.
I ritratti che Palomäki scatta ai bambini sono degli enigmi. Enigmi costruiti attraverso accurate messe in scena dove tutto è studiato al millimetro, dalla scelta del luogo a quella dei vestiti, dall’estrema attenzione alla luce al più piccolo dettaglio della posa.
“Quello che cerco nel mio lavoro è un certo tipo di presenza e un momento di tranquillità condiviso con il soggetto. Sono interessata a quell’età in cui ragazze e ragazzi cominciano a vedere la loro immagine diversamente, e quando sono fotografati riescono a passare da una posizione immobile alla posa. Il mio lavoro è al tempo stesso intimo e scomodo. Per me fare un ritratto comporta sempre un po’ di disagio, di imbarazzo, ma è una caratteristica essenziale del mio modo di fare fotografia”. Il lavoro di Palomäki si concentra sulle relazioni tra sorelle e fratelli. Ma è anche una riflessione personale sulla sua condizione di sorella minore e sulla complessità di questo tipo di legami: “Io e mia sorella non siamo mai state vicine fisicamente e sono affascinata (e un po’ terrorizzata) dalla relazione fisica molto stretta tra alcuni fratelli e sorelle che ho ritratto. A volte si appoggiano tranquillamente l’uno all’altro. Io ho un buon rapporto con mia sorella, ma abbiamo sempre mantenuto una certa distanza fisica, come con il resto della mia famiglia. (…) Aver avuto dei figli (che oggi hanno tre e cinque anni) ha molto influenzato il mio lavoro. Non solo li osservo tutti i giorni con enorme stupore, ma mi fanno pensare a mia sorella e alla nostra infanzia. Cerco di evitare i confronti tra un figlio e l’altro, ma ogni tanto mi sento incapace di trattarli allo stesso modo. Litigano spesso, come facevamo io e mia sorella per un certo periodo”.
Guardare un volto
L’estetica dei ritratti di Palomäki è cambiata nel tempo. Il bianco e nero, sempre perfetto, è più preciso e sofisticato, e più controllato da quando ha cominciato a usare delle macchine fotografiche di grande formato. Le mani stringono un volto, un corpo, senza che possiamo determinare se si tratti di tenerezza o di violenza, probabilmente sono entrambe le cose. Le pose diventano sempre più ieratiche e difficili da decifrare nel loro significato profondo.
“Fotografare dei fratelli aggiunge una dimensione ulteriore all’idea, già particolare, di fotografare un’altra persona. Proprio come ci studiamo attraverso le fotografie di noi stessi, così abbiamo la tendenza a guardarci attraverso le foto dei nostri fratelli e sorelle. Le usiamo come uno specchio per osservare le nostre caratteristiche”.
Nel corso del tempo, nelle foto di Palomäki due elementi sono diventati più importanti dell’idea stessa del ritratto: la posa e il contatto fisico. “Sono affascinata dall’atto di posare e al tempo stesso dalla maniera complessa di vedere e di accettare la nostra stessa immagine. La posa è un elemento cruciale del ritratto ma spesso è troppo accentuata. Inoltre lo sviluppo digitale ha reso la fotografia troppo levigata, non c’è più molto spazio per la casualità. La perfezione esige spesso l’imperfezione”.
I personaggi di Palomäki posano ma senza rigidità, s’inseriscono in un’immobilità silenziosa che lascia vibrare la luce. Sono presenti, evidenti, ma al tempo stesso non confidano nulla dei loro sentimenti. Le mani aumentano ancora di più la difficoltà di capire quello che succede realmente: “Quando ho cominciato questo lavoro pensavo di usare uno stile documentario. Volevo conoscere, incontrare nuove persone e vedere le diverse relazioni tra fratelli e sorelle. Volevo studiare somiglianze e differenze. La cosa più straordinaria del ritratto è che permette di guardare molto a lungo il volto di un estraneo. Tutto ciò non sarebbe possibile senza una macchina fotografica. Ho capito subito che il contatto era diventato la parte cruciale del lavoro: non si trattava di mostrare ragazze e ragazzi, ma il modo in cui entravano in relazione. Ero nel cuore delle contraddizioni, dell’imbarazzo e del sentirsi a proprio agio, della connessione e della disconnessione”.
L’insieme di questi ritratti non rappresenta né un album né un punto di vista, ma una serie d’interrogativi tradotti in un modo di vivere la fotografia. L’artista finlandese vorrebbe che ci avvicinassimo alle immagini per capire meglio la complessità e le contraddizioni di un individuo e del mondo. “C’è qualcosa di cupo in queste fotografie, che testimonia i sentimenti complicati che provano molti fratelli e sorelle. Dietro la coesione e l’amore ci possono essere l’invidia, la rivalità e l’inquietudine nei confronti dell’altro”, dice Palomäki. “Per me la fotografia, e in particolare il ritratto, è un’ossessione. E mi permette di conoscere una piccola parte della vita quotidiana – privata e profondamente intima – delle persone che mi circondano. Forse per me è anche un modo per evadere”. ◆adr
◆ Nelli Palomäki è nata a Forssa, in Finlandia, nel 1981. Le foto della serie Shared sono in mostra alla Stadtgalerie di Kiel, in Germania, fino al 26 maggio. Il primo libro di Palomäki Breathing the same air è stato pubblicato da Hatje Cantz nel 2018.
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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati