Dita contratte, strette sugli angoli dei grattacieli, muscoli tesi, in pieno sforzo (a pagina 68). Un uomo che spinge per dividere i due edifici. Si potrebbe pensare a un plastico in scala se non si vedesse sullo sfondo la prospettiva di una strada di Manhattan con le sue auto e i passanti. Ma il dubbio rimane, potrebbe trattarsi davvero di un modellino, curato fin nei minimi particolari. Con Arno Rafael Minkkinen non si sa mai. Le sue illusioni sono perfette e i giochi delle proporzioni sono precisi al millimetro. Il titolo dell’immagine, From the Shelton, looking east, New York 2005, offre la soluzione all’enigma. Siamo a New York, la città dove Minkkinen, nato a Helsinki nel 1945, andò a vivere nel 1951. Anche se da allora New York è la sua base per lavorare, non ha fotografato molto la città. La maggior parte delle sue immagini si sviluppa nella natura, spesso in Finlandia o in Scandinavia. Dal 1971 l’artista si dedica agli autoritratti, soprattutto nudi. Integra il suo corpo muscoloso nel paesaggio, fino a diventarne un elemento costitutivo, grafico o, al contrario, un elemento che s’inserisce nella natura e si nasconde. Per Minkkinen la nudità ha una dimensione spirituale (un sentimento largamente condiviso nei paesi nordici) ma lui non vuole essere considerato un nudista. “Andando in giro da solo nella foresta in Finlandia, senza nulla addosso, cercando una foto, scalando una roccia e spostandosi come una scimmia, c’è qualcosa che ti avvicina all’atto creativo. Nudo come un verme e semplicemente scavando con gli alluci nella terra morbida, hai veramente l’impressione di essere stato creato”, dice. L’artista visualizza in anticipo le sue immagini, le concepisce in astratto, e questo ci ricorda come spesso un fotografo cerchi prima di tutto di rendere visibili delle immagini mentali. Di volta in volta Minkkinen può confrontarsi con le rocce e diventare una di queste, fondersi con l’acqua di un lago, trasformarsi nell’illusione di un legno che galleggia, giocare sui riflessi per creare delle visioni quasi surrealiste. L’acqua ha una grande importanza nella sua opera. Gioca con le prospettive per trasformare lo spazio attraverso la sola presenza del suo corpo teso o della bocca spalancata. Un fotografo della performance Una delle ragioni per cui inserisce poco il suo viso nelle fotografie è il labbro leporino, con cui è nato. “Mia madre sperava di avere una figlia principessa, io ero tutto il contrario. Mi sono sempre sentito come un affronto alla sua bellezza. I medici hanno fatto del loro meglio per correggere la malformazione con risultati molto al di sotto delle possibilità attuali. Certo una persona a cui manca un arto o che ha una deformazione veramente orribile deve trovarsi in una situazione molto peggiore della mia. Ma è con la bocca che si bacia, si mangia, si parla. È qui che la gente ti guarda. Comunque ogni tanto inserisco anche la mia faccia nelle foto per ricordare a chi le guarda che sono proprio io. Deve sapere che sono io ad aver creato l’immagine”. Minkkinen lavora senza l’aiuto di un assistente per sfidare i suoi limiti. È consapevole che quando usa l’autoscatto a distanza “ci vogliono nove secondi tra il momento in cui mi metto in posa e lo scatto”. Rifiuta qualsiasi ritocco, cercando di realizzare solo un negativo per immagine: “Ho la fortuna di aver cominciato a fotografare decenni prima dell’invenzione di Photoshop”. È un fotografo della performance, è l’unico attore e l’unico responsabile della memoria delle sue azioni. E grazie alla sua precisione maniacale, riesce a raggiungere una perfezione grafica: “Molte delle mie fotografie sono difficili da realizzare. Alcune possono anche essere pericolose. Non voglio che qualcuno corra dei rischi al mio posto sporgendosi su una roccia o rimanendo sott’acqua per fare la mia foto. Ognuno di noi sa quale livello di dolore può tollerare, ma gli altri non lo sanno. Alcune mie immagini possono sembrare semplici, ma in realtà spesso mettono alla prova quello che un corpo umano è disposto a rischiare. È per questo motivo che le chiamo autoritratti, voglio che si sappia chi è nella foto e chi l’ha scattata”. Queste fotografie in bianco e nero, con dei grigi immediatamente riconoscibili, hanno un carattere unico, uno stile ineguagliabile. Minkkinen è anche uno dei fotografi che più si è impegnato nell’insegnamento e che continua a farlo. Spesso i workshop che ha tenuto in giro per il mondo, dalla Cina alla Croazia, dal Lussemburgo al New Mexico, sono stati l’occasione per realizzare nuove immagini. Ha studiato letteratura inglese e filosofia al Wagner college di Helsinki, ha insegnato negli Stati Uniti, dal Mit al Philadelphia college of arts, dall’università del Massachusetts al Maine media college. E ha influenzato intere generazioni di studenti della scuola di Vevey, in Svizzera, e dell’università di Oaxaca, in Messico. Ma è con il Lahti institute of design, in Finlandia, che si coglie fino in fondo il valore dei suoi insegnamenti. Con questo istituto, che gli ha permesso di lavorare anche in Russia e nei paesi dell’Europa centrale, ha creato la cosiddetta scuola scandinava, di cui oggi l’esponente più nota è probabilmente Elina Brotherus. Anche se la questione della natura e lo spazio degli esseri umani all’interno della natura attraversano tutti i lavori di questi giovani scandinavi, ognuno di loro ha trovato la sua strada, un’espressione personale, a dimostrazione del metodo e dei valori che gli ha trasmesso il loro insegnante. ◆ adr
u Nel 2019 la casa editrice Kehrer ha pubblicato una monografia dedicata ai lavori di Arno Rafael Minkkinen, realizzati in cinquant’anni di carriera. Il volume include testi di Keith F. Davis, Vicki Goldberg e dello stesso fotografo. Alla galleria Persons projects/Helsinki school di Berlino è in corso la mostra Arno Rafael Minkkinen. Going the distance, fino al 7 marzo 2020.
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Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati