All’inizio degli anni ottanta, durante la guerra civile in Guatemala (1960-1996) gli indigeni maya della regione Ixil, nel dipartimento di Quiché, furono tra i principali bersagli delle forze armate. Secondo il Center for justice and accountability, un’organizzazione statunitense che si occupa di diritti umani, nei 36 anni di conflitto furono uccise o sparirono 200mila persone: nell’83 per cento dei casi erano indigeni maya.
L’ex dittatore e generale José Efraín Ríos Montt – che in poco più di un anno al potere, tra il 1982 e il 1983, ordinò la morte di circa diecimila persone e la distruzione di più di quattrocento comunità indigene maya – nel 2013 fu condannato a ottant’anni di carcere per genocidio e crimini contro l’umanità. Il verdetto fu poi annullato dalla corte costituzionale del Guatemala, che decise di rifare il processo. Nel 2018 Ríos Montt è morto prima che fosse emessa la nuova sentenza.
“Le cicatrici delle torture, dei rapimenti, degli stupri e degli spostamenti forzati subiti dal popolo maya sono ancora visibili nella società guatemalteca”, dice il fotografo Daniele Volpe, che dal 2014 porta avanti un progetto per raccontare le storie degli indigeni sopravvissuti e ricordare i loro familiari scomparsi o uccisi. “Con questo lavoro vorrei contribuire a rafforzare la memoria storica del paese, mostrando le conseguenze delle gravi violazioni dei diritti umani compiute durante la guerra”. Volpe ha seguito anche il lavoro degli antropologi forensi mentre recuperavano i resti delle vittime. Nella tradizione maya, la sepoltura è un momento importante, in cui i familiari e la comunità offrono al defunto gli oggetti necessari per intraprendere il viaggio verso quella che è considerata una nuova vita. L’indagine degli antropologi permette ai sopravvissuti di dare una degna sepoltura ai loro familiari. ◆
Daniele Volpe è un fotografo italiano nato nel 1981. Vive da tredici anni in Guatemala. Con il lavoro Ixil genocide ha vinto il terzo premio della categoria Progetti a lungo termine, storie, del World press photo 2020.
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Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati