Lo scrittore e il traduttore
◆ Faccio il traduttore di romanzi e penso che l’articolo di Tim Parks (Internazionale 1381) sia mistificatorio. Per esempio quando dice, nella traduzione di Eleonora Gallitelli: “Se non scrivo io questo romanzo, non lo scriverà nessun altro. Nessuno conoscerà ciò che non è stato scritto. Se non traduco Calasso, qualcun altro lo farà al posto mio”. Chiunque conosca un minimo l’editoria (e Parks la conosce senz’altro benissimo) sa che ogni scrittore “professionista” può e deve scrivere su commissione e che, per converso, una traduttrice può fare una proposta a un editore che, se non viene accettata, non sarà scritta da nessuno. Proprio come il romanzo di Parks. Se invece il romanzo di Parks gli fosse stato commissionato e lui non riuscisse a onorare il contratto, qualcun altro lo scriverà al posto suo. Certo, sarà un romanzo diverso. Ma perché, se qualcuno in futuro traducesse uno dei romanzi che rifiuto, farebbe la mia stessa traduzione? Temo che Parks, stavolta, sia incorso nel vecchio scivolone tipico della vulgata romantica tra “creazione” e “mestiere”. Come se la creatività non fosse (anche) un mestiere, come se non ci fosse (anche) creatività in molti mestieri. Nessuno ne ha il monopolio, se non nella più trita mitografia Sturm und Drang del genio nella torre d’avorio. Sono esterrefatto che ancora ci caschi qualcuno, tanto più un critico della cultura e dell’acume di Parks.
Andrea Schiavetti
Gli Stati Uniti si possono salvare?
◆ Nel numero dedicato agli Stati Uniti (Internazionale 1378) questi sembrano essere diventati lo sponsor della rivista e vi spiego il motivo della mia provocazione: in queste pagine che vi elenco o si parla degli Stati Uniti o si leggono articoli pubblicati negli States: 10-16-17-18-20-21-22-23-27-38-39-40-42-70-71-72-73-80-81-84-85-86-87-89-118. Non è un po’ troppo?
Flavio Nardi
L’eccezione della Nuova Zelanda
◆ L’arcipelago neozelandese, con un territorio grande quasi come l’Italia e meno popolato della Svizzera, è encomiabile per come mette al primo punto del programma del suo governo la questione ambientale. Il paese, isolato geograficamente, è la classica eccezione che conferma la regola: un’isola felice e altrove il disastro.
Giovanni Di Leo
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Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati