“Oggi gli Stati Uniti d’America sono la superpotenza energetica numero uno al mondo”, ha detto quest’estate il presidente Donald Trump ai petrolieri di Midland, in Texas, da un palco pieno di barili neri scintillanti. L’impressionante quantità d’idrocarburi che le aziende statunitensi sono riuscite a estrarre dalle rocce scistose a Midland e in altri giacimenti inaccessibili fino a poco tempo fa giustifica l’affermazione: negli ultimi dieci anni negli Stati uniti la produzione di petrolio è più che raddoppiata, e quella di gas è aumentata del 50 per cento. Oggi il paese è il primo produttore mondiale di entrambi i combustibili.

Se avessero potuto sentire quando Trump ha affermato che l’America “non dipenderà mai più da fornitori stranieri ostili”, i presidenti statunitensi da Franklin Roosevelt in poi avrebbero annuito con invidia e approvazione. Dopo la seconda guerra mondiale l’ineguagliabile capacità degli Stati Uniti di consumare petrolio ha superato la sua ineguagliabile capacità di produrlo, al punto che rifornirsi da paesi terzi è diventata una priorità assoluta. Lo shock petrolifero degli anni settanta ha avuto un effetto profondo sull’economia e sulla geopolitica, motivando gran parte degli interventi statunitensi in Medio Oriente.

L’aumento della produzione interna negli anni 2010 ha stimolato l’economia e ha aperto nuove opportunità. Ora gli Stati Uniti sono in grado di imporre sanzioni a paesi produttori di petrolio come Iran, Venezuela e Russia senza pagare un prezzo troppo alto.

Allo stesso tempo, però, il concetto di “superpotenza energetica” sta cambiando, per effetto di tre fenomeni globali collegati. In primo luogo, siamo passati dalla paura della scarsità dei combustibili fossili alla constatazione della loro abbondanza. Anche a causa dei risultati ottenuti negli Stati Uniti, oggi il settore energetico è consapevole che sarà la carenza di domanda, e non di offerta, a far calare la produzione di petrolio, di carbone e, successivamente, di gas. Nel suo ultimo rapporto World energy outlook, pubblicato il 14 settembre, l’azienda petrolifera Bp, che ha recentemente dichiarato di voler azzerare le sue emissioni nette di anidride carbonica, sostiene che la domanda di petrolio ha già raggiunto il picco e potrebbe presto ridursi bruscamente.

È la conseguenza della seconda svolta globale in corso: la maggior parte dei paesi ha preso atto che, per il bene del clima, la dipendenza dai combustibili fossili deve finire. E qui entra in gioco la terza svolta: l’elettrificazione. I combustibili fossili producono calore che viene usato soprattutto per far muovere oggetti come automobili o generatori elettrici. I pannelli solari e le turbine eoliche, invece, producono direttamente energia sotto forma di elettricità. Per massimizzare il loro contributo all’abbattimento delle emissioni, i processi e i dispositivi che ora si basano sulla combustione in futuro dovranno usare corrente elettrica e batterie. Secondo l’analisi della Bp, in un mondo che procede con decisione verso la decarbonizzazione la percentuale di energia usata sotto forma di elettricità passerebbe da circa il 20 per cento del 2018 a poco più del 50 per cento nel 2050.

Una fabbrica di turbine eoliche a Nantong, nella provincia del Jiangsu (Xu Congjun, Vcg/Getty Images)

Il calo della domanda di combustibili fossili sposterà il rapporto di forza dai produttori ai consumatori, anche se di tanto in tanto i ruoli s’invertiranno. E in un mondo che avrà bisogno di produrre molta più elettricità di origine non fossile, la produzione di massa dei mezzi necessari diventerà cruciale, come l’intervento dello stato e le competenze nel loro impiego. In queste condizioni, per gli Stati Uniti essere un grande paese produttore di petrolio sarà un vantaggio molto minore che in passato.

Invece la Cina, la più grande importatrice mondiale di combustibili fossili oltre che il principale produttore di energia rinnovabile, avrà letteralmente il vento in poppa.

La pandemia di covid-19 ci ha offerto un’anteprima drammatica di un mondo in cui la domanda di petrolio diminuisce invece di aumentare. A marzo, quando il pianeta ha smesso di girare, la sua sete di petrolio è improvvisamente crollata. Gli stati petroliferi che dipendono dal prezzo del greggio per sostenere la spesa pubblica si sono ritrovati con deficit giganteschi. Gli investitori non sono più innamorati delle aziende petrolifere. Nonostante gli elogi interessati di Trump, da gennaio il valore del settore degli idrocarburi di scisto negli Stati Uniti è sceso del 50 per cento e più. La ExxonMobil è uscita dall’indice Dow Jones industrial average (che comprende le trenta maggiori società quotate nelle borse statunitensi) dopo 92 anni di presenza ininterrotta. Con una capitalizzazione di 155 miliardi di dollari, oggi l’azienda vale molto meno della Nike.

Beati i compratori

Nonostante il caos, la domanda cinese di importazioni di petrolio (già la prima al mondo) continua a crescere, garantendo una provvidenziale stabilità. Le raffinerie indipendenti del paese – le cosiddette “teiere” – sono diventate abbastanza grandi da influire sul prezzo minimo del petrolio. “Sono gli aspirapolvere del mercato del greggio”, osserva Per Magnus Nys­veen della società di consulenza Rystad Energy. Michal Meidan, responsabile per gli studi sull’energia in Cina presso l’università di Oxford, osserva che le divisioni commerciali dei giganti petroliferi statali Sinopec e China National Petroleum Corporation sono oggi due dei tre maggiori operatori del trasporto di greggio. Questo significa che influenzano direttamente il prezzo del greggio destinato all’Asia. I prezzi bassi, inoltre, permettono alla Cina di accumulare riserve strategiche.

La diga di Longtan, nella regione autonoma del Guanxi (Visual China Group/Getty Images)

La scoperta di vasti giacimenti al largo delle coste del Brasile e della Guyana e l’aumento della capacità produttiva di gas naturale liquefatto (Gnl) in Australia, insieme al boom statunitense, rappresentano un’ulteriore opportunità per la Cina. In un mercato che avvantaggia i compratori, essere il principale compratore è un’ottima cosa, osserva Kevin Tu, che insegna alla Columbia university e all’Università normale di Pechino. Ci sono molti petrolieri ottimisti convinti che il picco della domanda debba ancora essere raggiunto, contrariamente alle previsioni della Bp. Ma anche loro ammettono che l’offerta di petrolio supera la richiesta, e che la concorrenza per assicurarsi i clienti è destinata ad aumentare.

In alcuni casi questa concorrenza è palese. A primavera l’Arabia Saudita ha scatenato una guerra commerciale con la Russia riducendo i prezzi delle esportazioni verso la Cina. Le principali raffinerie del paese stanno pensando di formare un consorzio per rafforzare il loro potere negoziale con l’Opec, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio. Probabilmente la Cina farà anche valere la sua potenza finanziaria per condizionare gli stati petroliferi schiacciati dal debito pubblico. Da più di dieci anni Pechino concede prestiti garantiti dal petrolio a paesi produttori come l’Angola e il Brasile. Il ruolo di compratrice, inoltre, consente alla Cina di neutralizzare i tentativi statunitensi di schiacciare i paesi esportatori. I compratori cinesi hanno a lungo continuato a importare greggio dall’Iran e dal Venezuela. Anche l’alleanza energetica con la Russia è particolarmente importante. Come sottolinea l’esperto di energia Daniel Yergin, il presidente russo Vladimir Putin si è ben presto reso conto dell’importanza dei rapporti energetici con la Cina. Ma l’avvicinamento a Pechino è diventato ancora più urgente dopo la crisi finanziaria del 2007-2009. Nel 2009 la China Development Bank ha prestato 25 miliardi di dollari a due aziende russe controllate dallo stato, la Rosneft (una compagnia petrolifera) e la Transneft (che costruisce e gestisce oleodotti) in cambio dello sviluppo di nuovi giacimenti e della costruzione di un oleodotto per la fornitura di circa 300mila barili di petrolio al giorno alla Cina.

Nel 2014 le sanzioni occidentali per l’annessione della Crimea hanno spinto la Gazprom, un altro colosso russo dell’energia, a impegnarsi nel gasdotto Power of Siberia, inaugurato lo scorso dicembre. L’accordo commerciale con la Cina apre alla Russia un vasto mercato immune alle sanzioni in un momento in cui la domanda europea è in calo. Ma come sottolinea Erica Downs della Columbia university, “appena un oleodotto è completato, il rapporto di forza si sposta dal fornitore al compratore”. Dopo la costruzione del primo oleodotto, la Cina si è rifiutata di pagare il prezzo concordato.

Impara ed espandi

Tutto questo potere sul mercato, tuttavia, non può nascondere lo svantaggio geopolitico di dipendere dalle importazioni. Un grande importatore può avere più forza negoziale di un importatore piccolo, ma resta comunque vulnerabile. La Cina sa benissimo che gran parte del petrolio che acquista passa dagli stretti di Hormuz e Malacca, che potrebbero essere chiusi per conflitti tra paesi terzi o, in extremis, dalla marina statunitense. Negli ultimi mesi il deterioramento delle relazioni con Wash­ington ha fatto crescere le preoccupazioni di Pechino per la sicurezza energetica, osserva Meidan: nonostante tutti i discorsi sul “distacco”, la Cina ha comprato dagli Stati Uniti grandi scorte di gas e di greggio. I documenti del Partito comunista per il nuovo piano quinquennale sottolineano la necessità di un sistema energetico più flessibile e affidabile.

La mancanza di riserve di petrolio e gas è compensata dalla politica industriale, che Pechino usa da tempo per sostenere la produzione interna di carbone e di energia nucleare e il settore delle energie rinnovabili, che oggi è nettamente il più grande del mondo. Le aziende cinesi hanno investito nelle miniere dalla Repubblica Democratica del Congo al Cile fino all’Australia, garantendosi l’accesso ai minerali necessari per produrre pannelli solari, veicoli elettrici e simili. Non potendo essere uno stato petrolifero, la Cina sta diventando quello che si potrebbe chiamare un elettrostato, che investe strategicamente lungo tutta la catena dalle miniere ai contatori. Questo di per sé non è affatto un trionfo dal punto di vista del clima. Le centrali a carbone cinesi hanno una capacità superiore a mille gigawatt, e sono responsabili del 49 per cento dell’elettricità prodotta dal carbone in tutto il pianeta. La Cina è il primo paese al mondo per emissioni di anidride carbonica, e nei prossimi anni l’uso del carbone è destinato a crescere ancora.

Le centrali eoliche e solari cinesi hanno una capacità di 445 gigawatt, una cifra enorme ma che è comunque meno della metà di quella delle centrali a carbone. Senza contare che gli impianti eolici e solari di solito funzionano a una percentuale molto più bassa della loro capacità rispetto alle centrali a carbone. La Cina però ha anche 356 gigawatt di capacità idroelettrica, più degli altri quattro maggiori paesi produttori messi insieme. Inoltre ha costruito centrali nucleari più rapidamente rispetto a qualsiasi altro paese (l’età media dei suoi 48 reattori è meno di dieci anni) e non ha intenzione di fermarsi. Il nucleare, che oggi produce meno del 5 per cento dell’elettricità del paese, dovrebbe superare il 15 per cento entro il 2050.

In tutti questi settori la formula è la stessa: imparare dagli stranieri e poi usare investimenti enormi e diktat autoritari per sostenere lo sviluppo su larghissima scala. Le sovvenzioni, in patria e all’estero, hanno aiutato. I sussidi alle rinnovabili in Europa negli anni 2000 hanno stimolato una domanda di pannelli solari che solo le aziende cinesi, generosamente aiutate dallo stato, sono state in grado di soddisfare. I giganti cinesi delle batterie hanno beneficiato degli incentivi di Pechino ai veicoli elettrici che usavano batterie prodotte in Cina.

Anche se non usano combustibili fossili, queste tecnologie hanno comunque bisogno di materie prime. L’energia eolica e quella solare richiedono molti più metalli non ferrosi (soprattutto rame) rispetto ai sistemi che bruciano combustibili fossili. Le batterie hanno bisogno di più materiali di nicchia rispetto ai serbatoi di carburante. In generale, nel mondo esistono grandi riserve di questi materiali, ma la capacità di immetterli sul mercato è inferiore a quella richiesta da una rapida decarbonizzazione. Come osserva Andy Leyland della società di ricerca Benchmark Minerals Intelligence, “il problema non è la carenza geologica. È la carenza di finanziamenti”. Gli investitori occidentali non sono troppo propensi a investire in progetti minerari che spesso incorrono in ritardi e costi aggiuntivi e si trovano in paesi instabili.

Le aziende cinesi hanno contribuito a colmare il divario, spesso attraverso gli investimenti interni. La Cina produce il 60 per cento delle “terre rare” del mondo, impiegate tra le altre cose per i motori elettrici. In genere questi materiali non sono rari in senso geologico, ma la loro disponibilità può essere scarsa (e spesso la loro estrazione provoca gravi danni all’ambiente a livello locale).

Da sapere
Padroni del sole
Produzione di pannelli solari, 2018, percentuale. (Fonte: Pvps)

Per altri metalli la Cina deve guardare più lontano. La Tianqi, un’azienda privata, ha una quota di minoranza nella Smq, il più grande produttore cileno di litio, che serve per produrre le batterie. La Tsingshan ha investito in vari progetti per l’estrazione di nichel in Indonesia. Il rame e il cobalto della Repubblica Democratica del Congo attirano investitori cinesi da più di dieci anni, e anche le miniere di proprietà non cinese spesso inviano la loro produzione in Cina. Secondo la società di ricerca BloombergNef, la Cina raffina più del doppio del litio e otto volte più cobalto di qualsiasi altro paese.

La Ivanhoe Mines, diretta dal veterano statunitense del settore Robert Friedland, sta per costruire la miniera di rame più grande del mondo nella Repubblica Democratica del Congo grazie a una partnership con due aziende cinesi, la Citic e la Zijin Mining. Secondo Friedland gli investitori cinesi guardano a un futuro senza combustibili fossili molto più degli investitori occidentali. “Come sono fatte le batterie? Qual’è la catena di approvvigionamento?”. Su questi temi, dice Fried­land, i cinesi “sono dieci anni avanti”.

Negli Stati Uniti, in Europa e in Australia il mondo politico ha espresso preoccupazioni per il controllo cinese di minerali fondamentali non solo per l’approvvigionamento energetico, ma anche per la difesa. Un’azienda che ha tra i suoi finanziatori Bill Gates e altri miliardari vuole cercare cobalto nel Québec. La Development Finance Corporation, un’agenzia del governo statunitense, per la prima volta sta acquistando partecipazioni in aziende del settore estrattivo. Tra queste c’è la TechMet, che scommette sul fatto che alcuni investitori preferiranno puntare su miniere indipendenti dal controllo cinese. “È una questione strategica molto importante per gli Stati Uniti e per l’occidente”, dice l’ammiraglio Mike Mullen, ex capo di stato maggiore degli Stati Uniti e oggi presidente del comitato consultivo della TechMet. “È quasi come la Huawei. Un giorno ci sveglieremo e loro avranno preso il controllo del mondo”.

Da sapere
Un calo o un crollo
Domanda di petrolio in base a tre ipotesi sulle emissioni di anidride carbonica, milioni di barili al giorno

Ambizioni europee

La Cina oggi produce più del 70 per cento dei moduli fotovoltaici del pianeta e ospita quasi la metà della capacità produttiva di turbine eoliche. Secondo Bloomberg­Nef, la Cina domina la filiera delle batterie al litio: controlla il 77 per cento della capacità delle celle e il 60 per cento della produzione di componenti. Viste le dimensioni del settore e l’aumento dei costi delle sovvenzioni, i contributi pubblici sono stati tagliati. L’anno scorso la Cina ha anche allentato le restrizioni sui produttori stranieri di batterie.

Il resto del mondo ne ha beneficiato: negli ultimi dieci anni i costi dei pannelli solari e delle batterie sono scesi dell’85 per cento. “Investiremo costantemente nella ricerca per fare in modo di mantenere la nostra leadership, sia nella ricerca sia nella produzione di massa”, dice Li Zhenguo, presidente della Longi, un enorme produttore di moduli fotovoltaici. La Cina punta a fissare gli standard tecnici in molti settori, nella speranza di controllare le future innovazioni. Sulle tecnologie per l’energia pulita in particolare, sostiene Kevin Tu, la Cina è in vantaggio.

Anche se ha aziende innovative come la Tesla, in questo campo la superpotenza americana è una comprimaria. Lo sfidante di Trump alle elezioni di novembre, Joe Biden, promette di restituire agli Stati Uniti un ruolo di primo piano. Altri paesi industrializzati sono più avanti. La giapponese Panasonic e la coreana Lg Chem stanno sviluppando innovazioni nella tecnologia delle batterie. Il generoso sostegno europeo ha aperto un grande mercato alle due principali aziende produttrici di turbine eoliche a livello mondiale, la spagnola Siemens Gamesa e la danese Vestas.

E le ambizioni verdi dell’Europa stanno crescendo. Il 16 settembre, nel suo discorso sullo stato dell’Unione europea, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha detto che la sua istituzione si impegnerà affinché entro il 2030 le emissioni scendano del 55 per cento rispetto ai livelli del 1990. Questo significa che le aziende energetiche europee dovranno garantire ai cittadini un forte aumento della capacità e un futuro a emissioni quasi zero. Per farlo dovranno acquistare ancora più materiale dalla Cina. La strategia aggressiva dell’Unione, tuttavia, offre alle aziende europee l’opportunità di assumere un ruolo guida nello sviluppo dei sistemi che faranno funzionare quegli impianti, sia in patria sia all’estero, oltre che in una serie di tecnologie che la Cina deve ancora padroneggiare. Se si visita uno dei tanti parchi eolici nel cuore degli Stati Uniti non è difficile imbattersi in un ufficio della Electricité de France (Edf) tra i campi di granturco. Secondo BloombergNef l’Enel è il più grande investitore in progetti eolici e solari nei paesi in via di sviluppo, seguita dalla francese Engie e dalla spagnola Iberdrola. La danese Orsted è leader mondiale dell’eolico offshore.

Anche i campioni nazionali cinesi hanno investito in ambiziosi progetti all’estero: secondo la Banca mondiale, dei circa 575 miliardi di dollari investiti o stanziati nell’ambito della Belt and road initiative (la nuova via della seta cinese) a partire dal 2019, quasi la metà è stata destinata a progetti energetici. La maggior parte di questi progetti, tuttavia, riguarda centrali a carbone, nucleari e idroelettriche. In più, molti paesi diffidano dell’influenza e delle motivazioni di Pechino. I tentativi della cinese Sgcc (la più grande società elettrica al mondo) di acquistare partecipazioni nelle compagnie elettriche europee sono stati respinti. Nel Regno Unito il China general nuclear power group (Cgn), di proprietà dello stato, ha una quota di minoranza in due centrali nucleari costruite dalla Edf, e sta trattando con il governo britannico per la costruzione di un suo impianto. L’autorizzazione però è ancora lontana e il progetto rischia di non vedere mai la luce. Nonostante questo, le aziende cinesi stanno cominciando a investire di più in energia eolica e solare all’estero. Ad agosto la China Three Gorges, una grande compagnia elettrica, ha annunciato l’acquisto di mezzo gigawatt di capacità solare in Spagna. L’anno scorso la Cgn ha acquistato più di un gigawatt di impianti eolici e solari in Brasile.

Per massimizzare la sua potenza di elettrostato, tuttavia, la Cina dovrà coniugare la sua capacità manifatturiera nelle energie rinnovabili – e forse anche nel nucleare – con accordi che permettano alle sue aziende di fornire elettricità a un gran numero di paesi. Secondo l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, questa “diplomazia delle infrastrutture” può avere per la Cina la stessa importanza che la protezione delle rotte marittime ha avuto per gli Stati Uniti nel ventesimo secolo. Se usata abilmente, per Pechino i vantaggi della transizione energetica supereranno qualunque cosa si possa ottenere con i pozzi petroliferi e gli oleodotti. ◆ fas

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Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati