Era da quattro anni che Gregory Crewdson non mostrava nuove immagini. L’ultimo lavoro era stato Cathedral of the pines, una serie di “camere con vista” in cui si creava una misteriosa tensione tra interno ed esterno e di immagini scattate in un bosco abitato da figure isolate e immobili. Trentuno fotografie, in cui Crewdson in parte abbandonava l’estetica cinematografica che lo aveva fatto conoscere per avvicinarsi alla tradizione pittorica, soprattutto ottocentesca. L’artista, una delle star del mercato dell’arte contemporanea (esposto e rappresentato negli Stati Uniti dalla galleria Gagosian e in Europa da quella di Daniel Templon), propone ora sedici foto per le quali sono stati necessari due anni di lavoro.

Il formato, che ricorda più il cinemascope che la tradizionale fotografia panoramica, è identico per tutte le immagini, così come la luce, bianca, calma, simile a quella delle ultime ore di una bella giornata d’estate. Una luce che bagna gli spazi in un’atmosfera irreale quando i cieli, a lungo attesi, si tingono di malva o di un giallo leggero, e sembrano in contraddizione con quello che vediamo.

Siamo di fronte a degli spazi abbandonati, a delle no man’s land spesso vicine a ferrovie deserte. Spazi prossimi alla città, disastrose periferie urbane o piccoli centri fotografati dopo la pioggia, dove la luce si riflette nelle pozzanghere o nelle irregolarità dell’asfalto, a volte in presenza di una leggera foschia che avvolge la vegetazione.

Funerary back lot , 2018-2019

In queste scenografie degradate, che tuttavia non ci appaiono aggressive o sinistre, ma solo inquietanti o estranee, ci sono alcuni rari personaggi, che di solito non entrano in relazione tra loro. Difficile dire di più, tanto l’immagine oppone resistenza a un’interpretazione evidente. Piccole scene ambigue, enigmatiche, che si susseguono come attimi sospesi: due bare abbandonate sulla strada, una barella vuota su un prato; un’automobilista immobilizzata dalla caduta di un semaforo e un uomo che fissa un biberon; un senzatetto di fronte a una pozzanghera piena di petali di rosa e dei giovani disoccupati vicino a un container. L’autobus si fermerà per prendere un nuovo passeggero che sembra aspettarlo? Chi sono i personaggi che abitano intorno ai resti di una giostra chiamata Cobra?

Tante domande, nessuna risposta. Immobilizzati, disorientati, i protagonisti di queste composizioni ricordano le falene citate nel titolo della serie, An eclipse of moths. Crewdson spiega di aver scelto questa immagine ispirato dal momento in cui le farfalle disturbano l’illuminazione notturna ingannate dalla luce artificiale della città, e si affollano intorno a un lampione dopo aver perso i loro punti di riferimento naturali.

The Cobra, 2018-2019

Così Crewdson – che è un maestro della messa in scena – riflette sulla natura delle immagini, sulla loro capacità di ingannare e, nel caso della fotografia, di superare la realtà e, per effetto del realismo, richiamare il quotidiano senza esaurirlo completamente.

The taxi depot, 2018-2019

Una continua ricerca

Metafora del disorientamento contemporaneo, queste opere ­s’interrogano sulla vulnerabilità della condizione umana e sui paradossi del sogno americano. Mai scolastiche, le immagini lasciano allo spettatore ampia libertà per immaginare le storie nascoste sotto la superficie e per sognare altre possibilità. Crewdson mette lo spettatore – in modo voluto, attento e perfettamente controllato – di fronte a certe situazioni escludendo qualunque narrazione. È a metà tra queste due dimensioni che si colloca lo spazio espressivo dell’artista, vicino alle atmosfere di Alfred Hitchcock ed Edward Hopper.

Tutte le fotografie sono state realizzate alla periferia di Pittsfield, una piccola città a 32 chilometri dalla casa di Crewdson nella contea di Berkshire, in Massachusetts. Una regione colpita gravemente dalla crisi economica a seguito della deindustrializzazione e al centro dell’epidemia degli oppioidi: “Purtroppo non è stato difficile trovare delle comparse tristi e depresse. Non è stato necessario trovare attori o modelli professionisti, e in ogni caso non avrei voluto usarli”.

“Voglio che ci si senta al tempo stesso in un’atmosfera fuori dal tempo e attuale”

Il processo creativo di Crewdson è lento perché è molto esigente e meticoloso nell’ideazione e poi nella realizzazione del lavoro, dalla messa in scena fino alla produzione, alla scelta del formato delle immagini, della cornice e della loro presentazione finale. Da venticinque anni quest’artista di quasi sessant’anni, che oggi dirige il dipartimento di fotografia della Yale university nel Connecticut, dove ha studiato, è sempre più preciso nel suo metodo di lavoro. Quando deve realizzare una fotografia la scelta del luogo è fondamentale.

“Passo molto tempo in macchina a cercare posti che possano accogliere un’immagine. Tornandoci prima o poi una storia mi viene in mente”. In seguito pianifica meticolosamente le messe in scena e lavora con una squadra di ripresa. La prima fase è la scrittura di uno story­board, una sceneggiatura che servirà da base a quella che somiglia molto a una ripresa cinematografica, con assistenti, macchinisti, direttore della fotografia, tecnici delle luci (con mezzi spesso spettacolari), regia degli attori. E poi inquadrature con macchine di grande formato che assicurano una qualità tecnica eccezionale. Per questa serie ha trasformato i paesaggi, ha fatto dipingere cartelloni pubblicitari e modificato i segnali stradali; ha rimorchiato macchine distrutte e montato una vecchia cabina telefonica.

Un’immagine del backstage scattata da Grace Clark per Crewdson Studio.

“Tutti invecchiamo. Tutto dovrebbe avere l’aria un po’ rovinata. Abbiamo lavorato in stretta collaborazione con la città di Pittsfield. Ho chiesto di non asfaltare le strade, di non tagliare l’erba per riuscire a creare un mondo bello e sconcertante. Voglio che ci si senta al tempo stesso in un’atmosfera fuori dal tempo e attuale. Ogni cosa sembra fuori moda, anche i cavi delle linee elettriche”. Tutto questo per raccontare non una storia, ma un istante sospeso: “Mi piace molto l’idea di creare un momento che non ha né un prima né un dopo. E faccio di tutto per renderlo il più potente possibile”.

Se nelle serie precedenti Crewdson era stato più una sorta di cronista enigmatico di famiglie ordinarie dell’America profonda, qui predilige una dimensione più metafisica: una combinazione tra il distacco dalla realtà e la creazione di una realtà nuova, destinata a essere conservata sotto forma di traccia fotografica che s’inserisce nella storia dell’arte come un quadro.

Da sapere
La mostra e il libro

◆ La serie An eclipse of moths sarà in mostra alla galleria Daniel Templon di Parigi dal 7 novembre al 24 dicembre 2020. Il libro omonimo è stato pubblicato da Aperture, con un testo di Jeff Tweedy.


“Queste immagini sono una meditazione sulla disperazione, una ricerca, un desiderio di significato e di trascendenza. I personaggi sono circondati da grandi paesaggi industriali in decomposizione e dalla natura imperfetta, e c’è un sottofondo di ansietà. Ma spero che in fin dei conti il tema della natura tenace e delle figure in cerca di luce offra una speranza di rinnovamento, se non di redenzione”. Probabilmente è per questo che sul muro della prima fotografia della serie, Crewdson ha fatto scrivere Redemption center. ◆adr

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1383 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati