Un uomo è morto. Ed era nero. Il 19 novembre 2020 era andato in un Carrefour, aveva discusso con una commessa del supermercato, poi era stato scortato fino al parcheggio da due guardie di sicurezza bianche e ucciso. Fine della storia. Marcia funebre razzista. A volte penso che noi, neri, abbiamo un unico viaggio da portare a termine: quello in cui smettiamo di essere neri. È un viaggio che prima o poi dobbiamo cominciare. “Smettere di essere nero” non ha nulla a che vedere con la vergogna del proprio colore, con l’alienazione o la mancanza di consapevolezza. Parlo di un viaggio di ritorno all’umanità. Una ricerca che ci dà dignità e il diritto di esistere, un riconoscimento esistenziale al di là della pelle.

Un mondo inventato

Ho un figlio, João, ha 10 anni e gli occhi ancora pieni di ingenuità. Oggi, a pranzo, abbiamo sentito in tv la notizia della morte di un uomo nero. Gli ho detto di non guardare le immagini violente. Ha chiuso gli occhi. Poi, tra un boccone e l’altro, mi ha chiesto perché lo stavano picchiando. Non sapevo cosa dire. Anzi, non sapevo come dirlo. Gli ho spiegato che, a volte, al mondo le persone nere non piacciono. João mi ha chiesto se neanche noi piacevamo al mondo. A volte, ho risposto. Poi ho provato a dire qualcosa di positivo e ho proposto che dovremmo inventare un altro mondo, dove il colore della pelle delle persone non conta e nessuno muore per quello. Questo mondo inventato è molto meglio, ha detto João ed è andato a giocare. Allora ho cominciato a scrivere quest’articolo. Ma un uomo è morto e per l’ennesima volta è un uomo nero. Il nostro viaggio andrà avanti e sembra che sarà lungo. ◆ sc

Jeferson Tenório è uno scrittore brasiliano. Il suo ultimo libro è O avesso da pele (Companhia das Letras 2020).

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati