Gli olé lanciati al ritmo del taconeo, i bailaores e i cantaores sudati a pochi passi dal pubblico, l’intimità della sala dove si beve un bicchiere condividendo l’emozione dello spettacolo: tutto questo è ormai un ricordo del passato. Le possibilità che un tablao flamenco potesse resistere alle restrizioni sanitarie e al distanziamento imposto dalla pandemia erano minime. Ma sopravvivere all’assenza di turisti, che rappresentano in media il 90 per cento del pubblico, era praticamente impossibile.
Così in Spagna, a parte qualche rara eccezione, i tablaos (i locali di flamenco) hanno chiuso. “Facciamo parte del settore della ristorazione e di quello delle arti e del turismo, i più colpiti dalla pandemia e dalle restrizioni. Era evidente che saremmo andati verso il fallimento”, sintetizza Martín Guerrero, direttore di Casa Patas, locale storico di Madrid e primo tablao ad annunciare la chiusura definitiva a fine maggio. Ma non è stato l’ultimo: presto anche il Café de Chinitas ha seguito la stessa strada. In totale dall’inizio della pandemia sei delle 21 sale madrilene hanno chiuso definitivamente. La maggior parte delle altre, a Madrid come a Barcellona o a Siviglia, si trova in una sorta di ibernazione. Da marzo non hanno più riaperto e non sanno quando lo faranno. Per il momento i loro dipendenti sono in cassa integrazione.
“Il settore che ci preoccupa di più è il flamenco e in particolare le piccole sale”, sottolinea Marta Rivera, responsabile per la cultura e il turismo della regione di Madrid. “Per questo motivo abbiamo organizzato dei festival all’aperto che ci permettono di far lavorare gli artisti, in particolare quelli del flamenco, penalizzati dalla chiusura dei tablaos”.
Nel frattempo gli artisti si preparano al peggio. Secondo un sondaggio del sindacato Union flamenca pubblicato il 18 novembre, il 42 per cento ha deciso di lasciare la professione. Probabilmente perché il 63 per cento non riceve alcun aiuto. “Molti artisti di flamenco sono assunti in modo saltuario con dei contratti che non corrispondono al loro lavoro reale, talvolta come camerieri e spesso pagati in nero, quindi non hanno accesso ad alcun aiuto”, riassume José Manuel Cepero, direttore dell’Union flamenca, che chiede alle autorità di trovare una soluzione. “Il flamenco fa guadagnare milioni di euro alle attività connesse. Lasciando crollare il settore, senza aiuti diretti né investimenti, la Spagna sta perdendo immensi talenti e un vero patrimonio”.
Nella capitale alcune istituzioni cercano in un modo o nell’altro di sopravvivere, come il Café Ziryab, una piccola sala più capace di adattarsi a un pubblico ridotto. Il famoso Corral de la Moreria si limita a produrre spettacoli per festival o singoli eventi. Il Teatro Real, il teatro dell’opera di Madrid, che ha cominciato nel 2018 a programmare degli ambiziosi cicli di flamenco, ha invece mantenuto la sua programmazione, limitandosi a eliminare il servizio di ristorazione.
Casa Patas ha scelto di chiudere e licenziare i suoi 28 dipendenti anziché aspettare il fallimento, “inevitabile” secondo Guerrero, e rischiare di perdere la sala creata da suo padre trentasei anni fa. “Spero che un giorno potremo riaprire, quando arriverà il vaccino e finiranno le restrizioni sul turismo, ma anche quando la gente non avrà più paura di uscire e avrà ritrovato fiducia nell’economia”, continua il direttore del locale, convinto che quando arriverà quel momento “i tablaos saranno diversi. Ci saranno nuovi protagonisti e probabilmente un’altra rifondazione, come quella degli anni ottanta”.
Dopo otto mesi di stop e il rischio di una chiusura definitiva, il KitKatClub si appresta finalmente a riaprire. Ma solo su appuntamento, e non per le feste scatenate di un tempo. A partire dal 4 dicembre la più importante discoteca fetish di Berlino riaprirà come centro di analisi per il covid-19. Test rapidi a 24,50 euro, risultato garantito in 30 minuti, annuncia il centro sulla sua pagina Facebook.
Per sopravvivere i club berlinesi fanno quello che possono. Alcuni, come il Berghain, hanno rinunciato alle serate techno per trasformarsi in centri espositivi, ma all’inizio di novembre hanno dovuto chiudere di nuovo a causa della seconda ondata. Altri si sono adattati al distanziamento ospitando dj-set che si possono ascoltare in streaming da casa. Inaugurata in primavera e ripresa a novembre, l’iniziativa United we stream ha permesso di raccogliere 500mila euro destinati ai club di Berlino.
Le somme raccolte grazie alla campagna di finanziamento non hanno nulla a che vedere con quelle messe a disposizione dalle autorità di Berlino. Dall’inizio dell’epidemia la capitale tedesca, che è uno stato a sé, ha già concesso tre quote di aiuti da dieci milioni di euro per sostenere un settore essenziale dell’economia locale. Si calcola che più di un terzo dei 13 milioni di turisti che arrivavano ogni anno a Berlino prima dell’epidemia venivano qui per i locali, con ricadute economiche stimate in 1,6 miliardi di euro.
Georg Kössler, deputato dei Verdi al parlamento di Berlino, è paradossalmente più ottimista oggi sul futuro delle discoteche di quanto lo fosse all’inizio della primavera. “C’è la volontà politica e anche il denaro. Il problema non sono i soldi, ma i locali che non li chiedono”. Infatti dei 10 milioni di euro dell’ultima parte di sovvenzioni ne sono stati distribuiti meno di otto, e solo una sessantina di locali su circa trecento hanno chiesto aiuto.
Il 19 novembre il parlamento di Berlino ha approvato una proposta di legge presentata dai Verdi che trasforma lo status giuridico delle discoteche. Finora queste istituzioni erano considerate delle “strutture ricreative”, come i bordelli o i casinò. D’ora in poi saranno considerate “strutture culturali” come i cinema e i teatri e saranno protette dal rischio di sfratto. Inoltre l’iva sui biglietti passerà dal 17 al 9 per cento, perché le serate techno saranno assimilate ai concerti.
“Equiparare la musica elettronica alla musica vera e propria è un segnale forte, e il fatto che sia arrivato durante una crisi come questa dimostra che in Germania siamo presi sul serio”, commenta Jennifer Cardini, una dj che si è trasferita a Berlino da una quindicina di anni. Anche lei, in quanto artista indipendente, ha ricevuto in primavera un primo aiuto di cinquemila euro e poi un secondo di novemila per coprire le sue spese professionali (commercialista, etichetta discografica e così via). “I fondi sono stati versati molto rapidamente, nel giro di pochi giorni. Lo stato tedesco non vuole lasciare la gente in una situazione di precarietà eccessiva”, spiega la dj, consapevole che “più questa situazione andrà avanti, più saranno i club che non riapriranno e più difficile sarà per gli artisti”.
Diversi tecnici del suono hanno dovuto rivendere il loro materiale per vivere
In alcune zone di provincia, dove da tempo sono scomparse le scuole, i negozi e le amministrazioni, rimangono solo le folkets hus, le case del popolo. Sono gli ultimi posti dove è ancora possibile ritrovarsi per assistere a una rappresentazione del Metropolitan Opera trasmessa su un grande schermo, a un concerto o a uno spettacolo di teatro per bambini.
La prima folkets hus è stata inaugurata nel 1893 a Malmö, costruita da un’associazione di operai per ospitare le sue riunioni. “Questa istituzione è sempre stata un luogo di educazione popolare”, spiega Calle Nathanson, direttore dell’organizzazione nazionale che conta oggi più di 500 centri in tutto il paese e sostiene artisti e lavoratori della cultura.
A gennaio, come ogni anno, Nathanson ha presentato l’elenco delle produzioni tra cui ogni folkets hus avrebbe potuto scegliere. C’erano una decina di opere teatrali, diversi concerti e spettacoli di danza, una quindicina di mostre e 75 eventi dal vivo per le strutture che possiedono una sala cinema.
Da una ventina d’anni la pianista Liselotte Hummel e la violoncellista Gertrude Stenung formano il duo Lise & Gertrud. Quest’anno era prevista una tournée in tutto il regno, ma il 27 marzo il governo ha vietato gli eventi pubblici con più di cinquanta partecipanti. “Il programma di quest’anno era molto intenso”, spiegano le due artiste. “Ma all’improvviso sulla nostra agenda non c’era più nulla”.
A differenza di altri paesi europei, la Svezia non ha imposto un lockdown, ma non ha nemmeno eliminato i divieti che aveva introdotto. Durante l’estate i limiti al pubblico sono rimasti invariati, obbligando le folkets hus a cancellare la loro programmazione estiva “per la prima volta dal 1893”, precisa Nathanson.
Con il calo dei contagi all’inizio dell’autunno è tornata la speranza. Lise & Gertrud hanno avuto il tempo di dare otto spettacoli davanti a un pubblico ridotto, ma “molto interessato”, prima che dal 24 novembre fossero imposte nuove restrizioni e che fossero vietate le riunioni di più di otto persone.
In attesa di tempi migliori, le case del popolo cercano di sopravvivere. Quelle che avevano dei dipendenti li hanno messi in cassa integrazione. Dall’inizio dell’anno lo stato ha stanziato due miliardi di corone (200 milioni di euro) per aiutare il settore della cultura. “Finora nessuna folkets hus ha chiuso definitivamente”, afferma Nathanson, che però è preoccupato per gli artisti.
Lise & Gertrud non riescono a pensare al futuro e vivono dei loro risparmi. “Alcuni dei nostri colleghi non hanno questa possibilità e fanno dei lavori saltuari nei supermercati”, dicono le due artiste. Secondo un’inchiesta realizzata alla fine di agosto, un terzo dei musicisti sta pensando di cambiare carriera. “Diversi tecnici del suono o delle luci hanno dovuto rivendere il loro materiale per vivere”, dice Nathanson, che teme la scomparsa di alcune professioni.
È un rituale che si ripete dal 1951: il teatro alla Scala di Milano comincia la sua stagione il 7 dicembre, giorno di sant’Ambrogio, il patrono della città. I posti vanno sempre esauriti. L’attribuzione delle duemila poltrone è oggetto di regole severe e nel 2019 i pochi biglietti disponibili sono stati venduti a più di 2.500 euro l’uno. Come succede spesso in queste occasioni, si va alla Scala per vedere e per essere visti. I comuni mortali, invece, devono accontentarsi di guardare la rappresentazione in tv grazie alla Rai, che da alcuni anni la trasmette in diretta.
In un paese in cui l’opera gode di un’aura particolare, legata al ruolo che la musica lirica ha avuto nella costruzione dell’identità nazionale, un evento del genere ha una funzione politica oltre che artistica. Di solito il presidente della repubblica e il presidente del consiglio si alternano nella partecipazione alla serata. Ma l’attuale capo dello stato Sergio Mattarella, grande appassionato di musica lirica, viene ogni anno. E il lungo applauso che gli è stato dedicato da questo pubblico selezionato nel 2019 era stato oggetto di molti commenti: gli opinionisti l’avevano interpretato come una prova del sostegno delle élite lombarde alle istituzioni, violentemente attaccate dalla Lega di Matteo Salvini. Quest’anno non si è visto niente di simile. A causa della crisi sanitaria la Lucia di Lammermoor di Donizetti, che avrebbe dovuto aprire la stagione, è stata annullata, e nessuno sa ancora quando potranno riprendere le rappresentazioni. Il 7 dicembre i telespettatori italiani hanno potuto assistere a un concerto in diretta grazie a un’organizzazione scenica inedita: l’orchestra era in platea, mentre i membri del coro – o almeno chi era in condizione di farlo, visto che più di metà degli effettivi sono risultati positivi al covid-19 – hanno cantato dai palchi.
Istituzione a parte, orgogliosa della sua differenza nel panorama teatrale italiano, il teatro alla Scala attraversa la crisi sanitaria paradossalmente con più difficoltà dei suoi concorrenti. “Ci sono 14 teatri nazionali dove le spese più importanti sono rappresentate dal personale. Tutti questi teatri, dal San Carlo di Napoli all’Opera di Roma, dipendono soprattutto dalle sovvenzioni e solo in piccola parte dagli incassi. Per queste istituzioni la situazione è piuttosto buona, visto che lo stato ha confermato le sovvenzioni abituali. Invece per la Scala le cose sono diverse: qui gli incassi rappresentano quasi un terzo del bilancio, e le donazioni altrettanto. Senza più spettacoli si perde molto denaro, e la situazione economica del teatro non è affatto buona”, spiega un osservatore della scena lirica italiana.
In ogni modo nel prossimo futuro il venerabile teatro milanese non dovrebbe avere grandi problemi, perché i benefattori sono molti. Ma un’altra prospettiva preoccupa: da Napoli a Piacenza passando per l’Opera di Roma, diversi teatri nazionali hanno annunciato delle rappresentazioni in streaming. Rifiutando di seguire questa tendenza, la Scala non rischia di rovinare la propria immagine?
“Dal 13 marzo la scena musicale privata viennese è finita, morta, scomparsa”. Il viennese Udo Zwölfer, organizzatore di concerti classici frequentati soprattutto da turisti, non è molto ottimista, tanto più che è appena stato dimesso dall’ospedale dove era stato ricoverato a causa del covid-19.
Di solito a Vienna l’alta stagione per la musica classica è l’inverno, quando si svolgono le feste di fine anno e i mercati di Natale, seguiti dai famosi balli a gennaio e a febbraio. “Ma ora tutto è stato annullato”, osserva il violinista, che di solito dà lavoro a 120 musicisti al mese nel suo magnifico Kursalon, una sala da 450 posti in un palazzo nel pieno centro della capitale austriaca. Anche se il 6 dicembre l’Austria ha allentato le restrizioni e le sale da concerto sono state autorizzate a riaprire, nessuno s’illude che i turisti torneranno presto.
Il problema è che questo pubblico è fondamentale per i musicisti provenienti da tutto il mondo che cercano di farsi conoscere nella capitale della musica classica. “In queste settimane si suona tutte le sere”, spiega Wang-yu Ko, un violinista taiwanese che vive a Vienna da quasi trent’anni.
Durante il primo lockdown, per ingannare la noia della città ridotta al silenzio, si è messo a fare il consulente finanziario. Questo gli ha permesso di non cambiare tenore di vita. “Di solito guadagno fra i due e i tremila euro al mese”, spiega il musicista, mentre lo stato gli ha offerto mille euro. Il governo ha stanziato decine di milioni di euro per sostenere gli artisti. Questi aiuti hanno permesso a chi lavora in proprio di sopravvivere, mentre i musicisti delle grandi orchestre hanno potuto approfittare dei sussidi di disoccupazione. “Siamo tutti in cassa integrazione, anche se in realtà lavoriamo più del solito”, sottolinea Matthias Naske, amministratore della Konzerthaus, una delle più importanti istituzioni culturali di Vienna.
◆ Nei giorni scorsi la Warner Bros ha annunciato che dal prossimo anno negli Stati Uniti i suoi film usciranno simultaneamente nei cinema e sul suo servizio di streaming Hbo Max. La Warner Bros ha giustificato la decisione con il fatto che anche nel 2021 il pubblico nei cinema sarà ridotto dalle limitazioni dovute al covid-19. La notizia ha fatto crollare il valore delle azioni delle grandi catene di sale cinematografiche, recentemente risollevate dai passi avanti sui vaccini. Secondo il Financial Times però i timori su una crisi definitiva del settore sono esagerati. Solo le catene di cinema possono realizzare i profitti necessari a sostenere le grandi produzioni, e le case di produzione ne hanno bisogno più che mai dato che devono ancora far uscire molti titoli previsti per il 2020 e rimandati a causa della pandemia. Il caso della Cina, inoltre, dimostra che il pubblico potrebbe tornare ben presto a livelli normali appena la paura del contagio sarà superata.
Secondo Naske è ancora possibile salvare dicembre: nel corso del mese dovrebbero suonare più di mille musicisti, anche se davanti a un pubblico ridotto. Dal punto di vista finanziario la sua istituzione ha finito la scorsa stagione in leggera perdita grazie agli aiuti pubblici e alle donazioni private. Ma al di là dei motivi economici, Naske vuole tornare a suonare per soddisfare “il desiderio personale di esprimersi” caratteristico della musica, che “altrimenti sarà canalizzato altrove”. A differenza del primo lockdown, le prove sono ancora consentite e almeno in questa forma la musica continua.
“Quando ho suonato di nuovo dopo il primo lockdown avevo quasi le lacrime agli occhi per la gioia di uscire da questa crisi”, racconta Wang-yu Ko, che a settembre e ottobre si è esibito nelle chiese o in cerimonie private. Zwölfer spera che entro Pasqua il vaccino consenta finalmente di ripartire.
Dall’inizio della pandemia la cultura britannica, le sue istituzioni e i suoi lavoratori hanno dovuto fare affidamento soprattutto sui loro risparmi e sulla generosità del pubblico per sopravvivere. A luglio il governo inglese ha stanziato un aiuto urgente di 1,6 miliardi di sterline (1,7 miliardi di euro), ma questi fondi dovevano bastare per tutto il settore (teatri, musei, musica). All’epoca il ministro della cultura Oliver Dowden era stato chiaro: la priorità sarebbe andata alla salvaguardia dei “gioielli della corona”.
Così i sussidi sono stati assegnati allo Shakespeare’s Globe e all’Old Vic di Londra, ad alcuni teatri regionali come lo Sheffield Crucible o il Royal Theatre di Manchester e a musei come il Black Country Living Museum delle Midlands. Ma moltissimi musei e sale da spettacolo, che dipendono quasi esclusivamente dagli incassi, si sono ritrovati senza alcuna entrata e oggi sono in gravi difficoltà.
Dopo un primo lockdown in primavera e un secondo a novembre, il governo offre poche certezze: nonostante il 3 dicembre siano state allentate le restrizioni, 23 milioni di inglesi rimarranno sottoposti a considerevoli limitazioni. Nelle Midlands e praticamente in tutto il nord dell’Inghilterra le sale da spettacolo e i cinema non possono ancora riaprire, così come i bar e i pub che permettono ad alcune sale da spettacolo di far quadrare i conti.
Le grandi istituzioni londinesi hanno saputo adattarsi accelerando la digitalizzazione dei loro contenuti e proponendo nuove esperienze virtuali. Ma queste iniziative costano grandi sacrifici: in autunno 300 posti erano a rischio nei musei Tate, mentre il National trust, che gestisce migliaia di siti importanti in Inghilterra e in Galles, ha licenziato centinaia di dipendenti. Senza parlare delle decine di migliaia di lavoratori autonomi che si sono ritrovati improvvisamente senza lavoro e a volte senza alcun reddito o aiuto governativo.
“A giustificazione del governo bisogna comunque dire che da una ventina d’anni le istituzioni culturali del nostro paese tendono a ricorrere sempre più spesso a contratti con liberi professionisti. In media queste istituzioni hanno tre dipendenti, quindi è difficile rispondere alle loro necessità con misure generali”, osserva Andy Pratt, esperto di economia della cultura alla City university of London.
Ci sono però alcuni segnali incoraggianti: le prenotazioni per il festival di Glastonbury del 2021 hanno già fatto registrare il tutto esaurito; nel West End, il quartiere londinese dei teatri, alcune commedie musicali hanno già riprogrammato per dicembre alcuni musical (Six o I miserabili) e molti attori si sono mobilitati per raccogliere dei fondi per la categoria e per tornare sulla scena nonostante il distanziamento (Claire Foy ha recitato in Lungs all’Old Vic) o per sensibilizzare il governo (Vanessa Redgrave). Il settore si è dimostrato flessibile, anche se “il governo non riconosce il suo contributo economico e sociale”, commenta Pratt.
A metà ottobre un’inserzione del governo su internet ha suscitato molte critiche. Mostrava la foto di una giovane ballerina che si aggiusta le scarpe con questo commento: “Forse il prossimo lavoro di Fatima sarà nell’informatica. Il problema è che ancora non lo sa”. ◆ adr
Gli autori di questo articolo sono Thomas Wieder, Jérôme Gautheret, Cécile Ducourtieux, Jean-Baptiste Chastand , Sandrine Morel, Jean-Pierre Stroobants e Anne-Françoise Hivert.
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Questo articolo è uscito sul numero 1388 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati