Come descrivere Un lungo matrimonio, il romanzo d’esordio di Tish Delaney? È un racconto di formazione? Una storia d’amore ambientata sullo sfondo del conflitto nordirlandese? La storia di quel conflitto raccontata metaforicamente? Il modo più interessante di leggerlo è probabilmente l’ultimo. Il romanzo parla di Mary Rattigan, ragazza cattolica nell’Irlanda del Nord degli anni settanta. Ha una madre prepotente, un padre smidollato e sei fratelli. A scuola mostra del potenziale e sogna di trovare un modo per emigrare in Inghilterra o negli Stati Uniti e costruirsi una vita migliore. La sua storia prende una strada drasticamente diversa quando rimane incinta ed è costretta a un matrimonio riparatore con un uomo più anziano che non è il padre di suo figlio. La conclusione a cui arriva Mary – “Se avessimo provato a parlarci avrei saputo che lui era l’unica persona che poteva capire” – si può leggere come l’inizio di un processo di pace. È una svolta interessante dal punto di vista metaforico, ma strano nel contesto della vita di Mary. In fondo, questa è la storia di una donna che è abusata fisicamente e torturata psicologicamente dalla madre, poi costretta a una specie di prigionia matrimoniale, e che finisce per innamorarsi del suo carceriere. In un altro contesto si potrebbe parlare di sindrome di Stoccolma. Ci sono molte cose da ammirare in questo romanzo d’esordio, ma alcune scelte narrative suonano sbagliate.
Niamh Donnelly, The Irish Times

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Questo articolo è uscito sul numero 1431 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati