Il distretto di Nangang, alla periferia di Taipei, è incorniciato da montagne silenziose. Una sera di gennaio, però, un tempio nascosto tra le colline ha cominciato a vibrare sotto i bassi di un soundsystem. Era l’ultima festa del Temple meltdown, collettivo fondato nel 2023 da Andrew Dawson che organizza rave nei templi di tutta Taiwan. Dawson, 24 anni, ha cominciato perché nella sua zona, Taoyuan, non trovava serate: un giorno un cambio di programma l’ha spinto a chiedere ospitalità ai custodi di un tempio. Da allora non si è più fermato. Specializzato in dub, jungle e reggae, il Temple meltdown è diventato un punto di riferimento. Taiwan conta quasi un edificio religioso per chilometro quadrato: templi che intrecciano buddismo, taoismo e culti popolari, spazi dove si prega, si beve tè e si socializza. Qui la festa non è una profanazione: nella religione popolare l’idea di attirare le divinità attraverso la gioia è centrale. “È spirituale, ma anche un modo fisico di parlare agli dèi: offrire la celebrazione più grande e rumorosa possibile”, spiega Dawson. Con il permesso dei proprietari, spesso sorpresi dall’entusiasmo degli stranieri, i rave rispettano lo spazio sacro: prima di cominciare Andrew prega e fa offerte. Dopo la chiusura dei club negli anni novanta e un periodo di pausa, la scena taiwanese è rinata. Nonostante leggi severe e tensioni con la Cina, i dj minimizzano l’impatto politico di queste serate. E continuano a fare festa.
Agatha Scaggiante, Dazed
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Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati