La notizia di due morti causate dagli intensi bombardamenti iraniani su Tel Aviv nella notte tra il 17 e il 18 marzo è una delle poche informazioni sulle vittime del conflitto pubblicate dalle autorità israeliane dopo il 28 febbraio, insieme al dato di 14 morti e 3.500 feriti israeliani registrati finora. Come aveva fatto durante la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, Israele controlla attentamente il flusso delle informazioni, racconta Oren Ziv su +972 Magazine. “L’esercito israeliano ha imposto una stretta censura sui mezzi d’informazione locali e stranieri, ostacolando i giornalisti che lavorano sul campo. Non possono pubblicare notizie precise sui bersagli degli attacchi iraniani né filmare o fotografare i danni causati per non svelare quali sono le località colpite. L’obiettivo, secondo il responsabile della censura dell’esercito, è non ‘aiutare il nemico in tempo di guerra’”. Anche in assenza di un conflitto, spiega il giornale, la legge israeliana consente all’esercito di impedire la pubblicazione di alcune informazioni, anche in maniera retroattiva, in particolare di quelle che riguardano la compravendita di armi o le attività di intelligence. Il risultato è che “la polizia ha già arrestato alcuni reporter accusati di aver violato la censura”.

L’ostilità nei confronti dei giornalisti riguarda parecchi paesi coinvolti nella guerra: secondo l’organizzazione Reporter senza frontiere, molti stati del golfo Persico e la Giordania hanno vietato la copertura giornalistica e la condivisione di informazioni sui social media riguardo agli attacchi iraniani. In Bahrein e in Arabia Saudita – dov’è stata lanciata la campagna social “le fotografie aiutano il nemico” – sono stati arrestati una trentina di giornalisti per non aver rispettato le nuove regole. In Iran, riporta la Bbc, i mezzi d’informazione governativi spesso riportano le notizie in ritardo mescolando “fatti e finzione”, bloccano l’accesso a internet e cercano di limitare quello alle emittenti satellitari internazionali in persiano. ◆

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati