Cosa ci toglie
la tecnologia

◆Ho letto l’articolo di Rebecca Solnit sul nostro rapporto con la tecnologia (Internazionale 1656) e mi ha sconvolto per la semplicità con cui la verità emergeva davanti ai miei occhi. La mia è la stessa generazione della pubblicità di Fight Club, ma al posto dei gruppi di aiuto per malattie che non abbiamo, andiamo tutti dallo psicologo e ci tuffiamo in un mondo distante e intangibile. Il morbo che ci affligge è la percezione del tempo. Noi giovani temiamo che l’unico meccanismo di valutazione della nostra vita, il voto, confermi la nostra inettitudine. Andando oltre la demonizzazione del digitale, che trovo anacronistica e stucchevole, il problema non è affidarsi al chatbot per fare i compiti, ma la pressione della velocità e della perfezione. Se la nostra personalità si riduce a un voto, e uno stimolo più semplice e gradito è pronto ad aspettarci, è naturale che non ci si getti anima e corpo nel pensiero complesso e spesso fallibile. Non ci siamo abituati e ne possiamo trarre solo insoddisfazione: l’unico risultato accettabile è quello perfetto, e la mente ingenua se lo aspetta dal chatbot, non da se stessa. Così ci ritroviamo prontamente sul divano, annoiati e insoddisfatti, farciti di video t che pubblicizzano i cinque minuti che ti cambieranno la postura, il fisico, la mente, la vita. Ed ecco che il nostro tempo su questo pianeta scorre inesorabile, fuori dal nostro controllo, di cinque minuti in cinque minuti.
Gabriele

Chi specula sulla casa

◆ Ho letto con grande interesse l’articolo della Zeit sulle speculazioni immobiliari in Germania (Internazionale 1655). Alla luce di quanto emerge, non sarebbe opportuno rilanciare il modello delle cooperative abitative sul solco di quelle nate negli anni cinquanta e sessanta per tutelarci dall’ingerenza dei fondi speculativi?
Manuel Di Maggio

L’isola che torna a vivere

◆ L’articolo su Floreana (Internazionale 1653) mi ha lasciata perplessa. Comprendo le nobili intenzioni di chi vuole reintrodurre specie autoctone nell’isola, ma penso che l’articolo avrebbe dovuto approfondire le conseguenze di una campagna di eradicazione delle specie aliene che fa ampio uso di esche avvelenate. Le ricerche dimostrano che uccidono molti più animali di quelli a cui sono destinate, per non parlare della contaminazione del terreno e delle acque. Dovremmo chiederci se abbiamo il diritto di uccidere degli esseri senzienti che si trovano dove non dovrebbero essere perché noi ce li abbiamo portati.
Giulia Chieregato

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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati