L’attacco iraniano del 19 marzo all’impianto per la produzione di gas naturale liquefatto (gnl) di Ras Laffan, in Qatar, ha causato danni così gravi da costringere l’azienda QatarEnergy a dichiarare lo stato di “forza maggiore” e a interrompere le forniture ad alcuni paesi, tra cui Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. L’enorme stabilimento qatariota, che si estende su un’area di 295 chilometri quadrati, produce un quinto del gnl mondiale. Il gas è estratto da un grande giacimento offshore che il Qatar condivide con l’Iran.
“Il gas è un carburante molto diverso dal petrolio. Per essere liquefatto, il metano deve essere raffreddato a -162°. Immagazzinare e trasportare il gnl sulle navi è costoso e richiede un grande dispendio di energia”, spiega Adi Imsirovic, docente dell’università di Oxford, su The Conversation, ricordando che impianti come quello di Ras Laffan sono “molto complessi e costosi da realizzare”, e di conseguenza difficili da riparare nel breve periodo.
“Gli ultimi eventi hanno mostrato quanto siano vulnerabili le forniture di gnl dalla regione del Golfo. A pagarne il prezzo sarà soprattutto l’Asia, dove finiscono i tre quarti della produzione qatariota, mentre il resto è destinato all’Europa – Italia, Belgio, Polonia e una piccola parte anche nel Regno Unito. Il gas andrà al migliore offerente e alcuni paesi saranno costretti a tornare al carbone”, nota Imsirovic. “A differenza del petrolio, la carenza di gas non è dovuta solo a problemi logistici (come la chiusura dello stretto di Hormuz) ma a problemi strutturali. Poiché per riparare i danni all’impianto qatariota ci vorranno anni, i prezzi del gas resteranno alti per un bel po’”.
Il 25 marzo la presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni è andata in Algeria per incontrare il presidente Abdelmajid Tebboune e cercare un’alternativa alle forniture qatariote, che nel 2025 coprivano circa il 40 per cento del fabbisogno del paese. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati