Non ci sarà un accordo fino a quando non saranno risolti tutti i dettagli, ma a questo punto non è azzardato sostenere che la guerra stia per concludersi. Il 24 maggio il presidente statunitense Donald Trump ha twittato un’immagine di combattimenti generata dall’intelligenza artificiale, ma ormai nessuno prende più sul serio i suoi proclami apocalittici, regolarmente seguiti da annunci sui progressi del negoziato.
Trump vuole chiudere questo capitolo doloroso della sua presidenza, una guerra sconsiderata che non è andata come previsto e da lasciarsi alle spalle per diverse ragioni. Prima di tutto perché una ripresa dei bombardamenti non cambierebbe molto, a meno di lanciarsi in un’escalation che solo la minoranza dei “falchi” vorrebbe innescare.
Trump batte in ritirata anche perché la guerra con l’Iran è sempre più impopolare negli Stati Uniti: per motivi economici, per l’assenza di un obiettivo chiaro e per il ruolo di Israele, diventato un’aggravante per l’opinione pubblica. Infine è chiaro che Trump intende aprire una fase positiva, con il campionato mondiale di calcio maschile (che partirà fra meno di tre settimane) e con il 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti, il prossimo 4 luglio. Dimenticare Hormuz prima delle elezioni di novembre è la priorità.
Conseguenze durature
È innegabile che la guerra in Iran sia stata una catastrofe, anche se Trump rivendicherà sicuramente una vittoria storica. Gli Stati Uniti e Israele hanno evidenziato una superiorità militare incontestabile, ma sono stati incapaci di trasformarla in un vantaggio politico. Non hanno capito di essere alle prese con una guerra asimmetrica che non si è giocata unicamente sul campo di battaglia.
Il fallimento, a diversi livelli, indebolisce la credibilità strategica degli Stati Uniti, che non hanno saputo difendere i loro alleati del golfo Persico dalle rappresaglie iraniane né riaprire lo stretto di Hormuz senza scendere a patti col regime iraniano che volevano rovesciare né tanto meno rispettare la promessa fatta a gennaio di aiutare il popolo iraniano, ancora prigioniero di un regime diventato perfino più feroce durante la guerra.
L’impatto è profondo e sarà duraturo. Il sisma è evidente nella frattura tra i paesi del Golfo, ormai divisi in uno schieramento guidato dall’Arabia Saudita e uno capeggiato dagli Emirati Arabi Uniti. Inoltre si è delineata una situazione inedita tra Stati Uniti e Israele, con lo stato ebraico messo davanti al fatto compiuto del negoziato condotto esclusivamente da Washington, uno sviluppo che ha pesantemente indebolito Benjamin Netanyahu.
Tutto questo rischia di pesare sulla postura internazionale dell’amministrazione Trump, come abbiamo già notato in occasione della visita del presidente statunitense in Cina, dieci giorni fa. Pechino si è rafforzata senza bisogno di alzare un dito, ed è stato il Pakistan, alleato della Cina, a guidare la mediazione dopo gli insuccessi degli emissari personali di Trump.
Washington deve ancora finalizzare l’accordo. Potrebbe volerci del tempo. Il 24 maggio Trump ha cercato di rassicurare i suoi detrattori dichiarando che non ha mai concluso un cattivo accordo, ma il paragone con l’intesa del 2015 sul nucleare, rinnegata dallo stesso Trump nel 2018, rischia di produrre un unico, lapidario commento: tutto questo per nulla.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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