Sono luoghi che accolgono animali vittime di bracconaggio, incidenti stradali, collisioni contro vetrate, avvelenamenti o che hanno perso il loro habitat naturale, oltre a esemplari esotici provenienti da laboratori o sequestri. “Sui corpi di questi animali si possono leggere in controluce le questioni ecologiche e politiche contemporanee”, afferma la fotografa e giornalista italiana Irene Alison, che per cinque anni, a partire dal 2020, ha viaggiato tra l’Europa e gli Stati Uniti per documentare alcuni centri di recupero per la fauna selvatica. Durante il suo lavoro la fotografa si è resa conto di una caratteristica che accomuna questi centri: “Come nel mondo esterno, sono soprattutto le donne a occuparsi della cura, mentre gli uomini ricoprono più spesso ruoli di comando”.

Da queste riflessioni è nata la serie La collezionista di piume, in cui Alison si è concentrata sul rapporto tra donne e animali, approfondendo il modo in cui questo legame è stato e continua a essere affrontato nella letteratura femminile e negli studi femministi ed ecofemministi. “È possibile sostituire – come propone l’attivista femminista Marti Kheel nel suo libro _Nature ethics: an ecofeminist perspective _– la logica del dominio con un’etica della cura, in cui l’empatia e l’attenzione ai bisogni individuali diventino strumenti politici più potenti della fredda logica razionalista? La risposta mi è arrivata dalle donne che ho incontrato”, ha detto Alison.

un luì verde in riabilitazione nel Centro recupero fauna selvatica (Crfs) Lipu a Roma. Il centro ospita gli animali provenienti dal Lazio e da gran parte del centro e del sud Italia. ( Irene Alison)

Le operatrici ritratte nelle sue immagini sono state per lei una fonte di ispirazione creativa: “Il loro lavoro è una straordinaria forma di restituzione: ridanno agli animali ciò che hanno perso e li accompagnano nel ritorno alla natura”. ◆

una volontaria del Crfs Lipu. ( Irene Alison)
un grifone in riabilitazione nel centro ( Irene Alison)
nel giardino del parco faunistico Piano dell’Abatino, Rieti. Il parco si occupa di recupero di animali selvatici della fauna autoctona e ospita animali esotici vittime del commercio legale e illegale, di circhi, zoo e altre forme di sfruttamento. ( Irene Alison)
un’operatrice del South Florida wildlife center di Fort Lauderdale prende un cucciolo di opossum della Virginia rimasto orfano per allattarlo artificialmente. L’ospedale accoglie circa ottomila animali di 250 specie della fauna selvatica della Florida ogni anno. ( Irene Alison)
un’operatrice del Crfs Lipu di Roma durante una visita veterinaria a un cigno reale ricoverato nella struttura. ( Irene Alison)
una gru coronata ospite permanente del parco faunistico Piano dell’Abatino. L’uccello viveva in cattività e non è rilasciabile in natura. Un animale non è rilasciabile in natura quando, a causa del condizionamento umano (imprinting) o di disabilità permanenti che impediscono la caccia o la fuga, non è più in grado di sopravvivere autonomamente nel suo habitat. ( Irene Alison)
un’operatrice del dipartimento di allevamento in cattività del Grefa (Gruppo per la riabilitazione della fauna autoctona e del suo habitat) di Madrid, in Spagna, con una cicogna nera in attesa di un controllo veterinario. Il centro si occupa di allevamento in cattività, reinserimento in natura e rafforzamento delle popolazioni selvatiche, monitoraggio satellitare e controllo dei nidi. ( Irene Alison)
Francesca Manzia, consulente scientifica del parco faunistico Piano dell’Abatino, controlla un uccello in riabilitazione all’interno di una gabbia. ( Irene Alison)

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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati