Sono luoghi che accolgono animali vittime di bracconaggio, incidenti stradali, collisioni contro vetrate, avvelenamenti o che hanno perso il loro habitat naturale, oltre a esemplari esotici provenienti da laboratori o sequestri. “Sui corpi di questi animali si possono leggere in controluce le questioni ecologiche e politiche contemporanee”, afferma la fotografa e giornalista italiana Irene Alison, che per cinque anni, a partire dal 2020, ha viaggiato tra l’Europa e gli Stati Uniti per documentare alcuni centri di recupero per la fauna selvatica. Durante il suo lavoro la fotografa si è resa conto di una caratteristica che accomuna questi centri: “Come nel mondo esterno, sono soprattutto le donne a occuparsi della cura, mentre gli uomini ricoprono più spesso ruoli di comando”.
Da queste riflessioni è nata la serie La collezionista di piume, in cui Alison si è concentrata sul rapporto tra donne e animali, approfondendo il modo in cui questo legame è stato e continua a essere affrontato nella letteratura femminile e negli studi femministi ed ecofemministi. “È possibile sostituire – come propone l’attivista femminista Marti Kheel nel suo libro _Nature ethics: an ecofeminist perspective _– la logica del dominio con un’etica della cura, in cui l’empatia e l’attenzione ai bisogni individuali diventino strumenti politici più potenti della fredda logica razionalista? La risposta mi è arrivata dalle donne che ho incontrato”, ha detto Alison.
Le operatrici ritratte nelle sue immagini sono state per lei una fonte di ispirazione creativa: “Il loro lavoro è una straordinaria forma di restituzione: ridanno agli animali ciò che hanno perso e li accompagnano nel ritorno alla natura”. ◆
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati