Fin dalle prime righe, Rimpatrio disorienta. Lione, dove la narratrice Annabella Morelli apre l’email che le annuncia la morte del padre, diventa una materia fluida. Tram e banchine si dissolvono nelle voci che la assalgono: quella della guardia all’ingresso della biblioteca da cui esce di corsa, quella del gestore del phone center da cui telefona alla famiglia, quella della zia che la avverte, dall’altro capo della linea: “Il corpo! Forse non riusciremo a rimpatriare il corpo di tuo padre”. Ève Guerra, 37 anni, insegnante di greco antico, latino e francese, firma il suo primo romanzo. La sua prosa agile mescola descrizioni romanzesche, poetiche e drammatiche, abolendo i confini tra rumori e parole, dialogo interiore e conversazioni. Come per avvertirci che ciò che bisogna districare è talmente intessuto di menzogne che i fili dovranno essere tirati uno a uno. Il padre di Annabella Morelli, meccanico e avventuriero, è morto in Camerun per un incidente sul lavoro. Bisognerebbe rimpatriarne il corpo per seppellirlo, là dove era nato, nella Charente-Maritime. Ma Annabella non ha i soldi. Per permetterle di assumere il suo ruolo di Antigone, il romanzo le offre delle linee di fuga. Annabella decifra il linguaggio del notaio che descrive nel dettaglio le circostanze della morte del padre. La donna vede nella sua precisione un tentativo di riportarla nel mondo della verità e dei vivi. Ma ha davvero un posto in quel mondo?
Gladys Marivat, Le Monde

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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati