Nel corso della loro lunga carriera come Boards of Canada, Marcus Eoin e Mike Sandison hanno attraversato infinite sfumature dell’inquietudine. I due fratelli scozzesi hanno giocato con voci infantili e beat hip-hop rallentati in Music has the right to children e In a beautiful place out in the country per poi sprofondare nella psichedelia oscura di Geogaddi, esplorare malinconie pastorali con The campfire head­phase e tornare nel 2013 con il celebrato Tomorrow’s harvest. Da sempre maestri di campionamenti deformati e sintetizzatori, i Boards of Canada hanno costruito la propria identità sull’ambiguità. Inferno, però, rompe quel velo: al posto del disagio sfumato emerge una minaccia esplicita, fatta di voci robotiche demoniache, ritmi industrial e bassi martellanti. È il disco più cupo e diretto mai pubblicato dal duo. L’album alterna frammenti mistici, preghiere e citazioni esoteriche a momenti di sorprendente quiete. Brani come Into the magic land e Deep time aprono squarci luminosi tra paesaggi sonori opprimenti, fino al finale quasi contemplativo di I saw through Platonia, dove resta solo il battito di un cuore umano. È lì che il disco concentra il suo senso più profondo: dopo aver evocato guerre spirituali, fanatismi religiosi e orrori contemporanei, i Boards of Canada riportano tutto a una verità elementare e tangibile. Il corpo esiste. Bisogna partire da lì.

Sasha Geffen,
Resident Advisor

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Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati