Un romanzo scritto a quattro mani da Maylis de Kerangal e Joy Sorman, ambientato attorno a un’immensa diga alpina: ci si sarebbe aspettati un’immersione in un cantiere brulicante di vita, sul modello di Nascita di un ponte di Kerangal (Feltrinelli 2013), oppure un’analisi precisa delle dimensioni politiche dello spazio, come in Gros œuvre di Sorman. Ma l’incontro delle due scritture non produce una semplice somma: genera una fusione, da cui nasce un’opera dal fascino enigmatico. In questo libro si alternano due linee narrative. La prima segue, nell’arco di quattro giorni, l’ingegnere Tomi Motz, la cui missione di controllo presso la diga di Seyvoz si trasforma progressivamente in un’esperienza allucinata. La seconda racconta gli ultimi giorni del villaggio (immaginario) di Seyvoz negli anni cinquanta, prima che sia sommerso dalle acque della diga: un destino che fu realmente quello di Tignes, nel 1952. Questa seconda trama delinea il romanzo che ci si sarebbe aspettati, costruito a partire dal lessico tecnico e dalle esperienze concrete degli operai della diga e degli abitanti del villaggio. Ma l’affresco è frammentario, composto da lampi improvvisi e folgoranti sullo sfondo di una catastrofe inevitabile. Sorman e Kerangal non hanno abbandonato l’indagine sul mondo contemporaneo che caratterizza i loro libri; l’hanno piuttosto deviata, conducendola nei territori dell’inquietante fino a una completa immersione.

**Renaud Pasquier, **

La Croix

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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati