Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Laura, 27 anni.
Il primo giorno
“La mia vita è un po’ triste. Ho finito gli studi, non ho ancora trovato un lavoro e vivo con i miei genitori. Sono bloccata in un limbo, mi sento persa. Faccio domanda per fare l’animatrice in un centro estivo. Mi piacciono i centri estivi, permettono di partire, di cambiare aria senza impegnarsi troppo. Ho una formazione da educatrice specializzata, mi piace lavorare con le persone, aiutarle ad andare avanti nella loro vita.
È un immenso centro ai piedi delle piste da sci di La Plagne, nel dipartimento della Savoia. Un bell’edificio, nuovissimo, che accoglie ragazzi dai 7 ai 18 anni. Dopo alcuni mesi piuttosto incerti, finalmente mi sento nel posto giusto, impegnata e utile. Ogni settimana va in scena il balletto dei bambini c0n le loro valigie a rotelle. Pierre, un altro animatore, arriva la seconda settimana. Non lo noto subito, me lo presentano di sfuggita mentre visita il centro. Non lo rivedo fino alla sera, quando i bambini sono a letto e noi animatori siamo tutti riuniti.
Lì lo sento parlare, con la sua voce pacata e allegra, e mi colpisce. Sento il calore salirmi alle guance. Mi dico: ‘Va bene, ok’. Non mi ha lasciata indifferente. Ora bisogna organizzarsi tra animatori per occuparsi dei bambini. Svegliarli, fargli fare colazione, aiutarli con tutto il trambusto di sci, bastoncini, maschere e guanti. La sera è la stessa cosa con le docce: a sette anni non sono tutti autonomi nel pensare a sapone e asciugamano.
Poi c’è la cena nel refettorio. Prima del pasto facciamo una piccola recita, Pierre è travestito da capitan Uncino, io da Spugna. Gli disegno i baffi con un pennarello, io ho un cuscino legato sulla pancia e indosso i suoi pantaloni da sci. È in questi travestimenti un po’ grotteschi che cominciamo ad avvicinarci, tutto è molto naturale, ci capiamo al volo. Una sera un altro animatore passa e nota la nostra vicinanza. ‘State bene insieme’, dice. Non reagiamo al suo commento, ma queste parole piantano un seme nella testa di entrambi. Durante i campi estivi è difficile avere momenti liberi o stare da soli, quindi facciamo tutte le attività in due per passare più tempo insieme.
La settimana finisce, i bambini partono il giorno dopo. Il venerdì sera è l’unica serata in cui possiamo stare tutti insieme prima delle partenze del sabato. Ci divertiamo tra animatori, nello stesso posto dove i ragazzi hanno fatto la loro festa poco prima. La serata trascorre tranquilla, Pierre è piuttosto calmo. Tutti se ne vanno, restiamo solo noi due, e una terza persona che decide di andare a letto e ci lascia facendoci l’occhiolino.
‘Vuoi davvero andare a dormire?’, gli chiedo insistendo un po’. Mi bacia, con la testa appoggiata contro la bacheca delle attività. Ridiamo pensando alle telecamere di sorveglianza, che vedono tutto. Non sono andata in un centro estivo per incontrare qualcuno, ma per occuparmi degli altri, e questa è una bella sorpresa. Mi sto riprendendo da quei mesi tristi. Rimaniamo nell’atrio a baciarci, è molto tardi o molto presto, non lo so più. Dormiamo ciascuno per conto proprio, Pierre condivide la stanza e deve lavorare il giorno dopo.
Io invece devo partire, il mio contratto è finito. Poche ore dopo lo saluto a malapena: lui è in fondo al corridoio, io ho le mie borse pesanti. Sul treno sorrido stupidamente guardando dal finestrino. Mi scrive che spera di rivedermi, gli rispondo che è la magia dei centri estivi, di queste parentesi che non sono fatte per durare. E poi abitiamo molto lontano, io a Rennes, lui a Lione”.
L’ultimo giorno
“È il suo compleanno. Insisto per raggiungerlo a Lione per festeggiarlo. Lui mi risponde in modo evasivo. Non si era sbilanciato neppure quando gli avevo detto che stavo cercando lavoro nella sua città. ‘Ok vieni, ma non festeggerò’, aveva finito per dire davanti alla mia insistenza. Arrivo alla stazione, lui è così freddo e distante da diversi giorni che mi aspetto che mi lasci sulla banchina. Mi ha già fatto capire che non vede bene dove sta andando la nostra relazione. Ma alla fine dell’estate l’avevo convinto a continuare. Non è venuto a prendermi, e attraverso tutta la città per raggiungerlo.
Siamo entrambi nel suo appartamento di 15 metri quadrati al piano terra, affacciato su un cortile. Non ci sono finestre, solo una porta a vetri che spesso ci obbliga ad accendere la luce in pieno giorno. Un cucinino da alloggio studentesco, il suo letto matrimoniale che occupa quasi tutta la stanza, e le sue cose. Viviamo lì dentro, dormiamo insieme, ma lui non mi tocca più. Non mi rivolge la parola, mi evita, ha sempre qualcos’altro da fare.
Una notte mi prende tra le braccia nel dormiveglia, mi chiede di restare con lui. È un gesto che mi tocca e ci ripenso per tutto il giorno dopo. La sera torna e compriamo da mangiare alla tavola calda indiana del quartiere. Mangiamo seduti a gambe incrociate sul suo letto, parliamo di tutto e di niente, della mia ricerca di lavoro che potrebbe farmi trasferire a Lione. All’improvviso si richiude di nuovo. ‘Sputa il rospo, dillo!’. Alla fine lo spingo a parlare.
‘Mi capita di guardare altre ragazze, e non lo trovo corretto nei tuoi confronti’, mi risponde. ‘Non è una buona idea rimanere insieme’. Crollo in lacrime e scappo dal suo monolocale. Chiamo un’amica, che è furiosa con lui. Mi consiglia di andarmene nel cuore della notte, ma non so dove andare a Lione.
Quando rientro, lui è seduto sul bordo del letto con lo sguardo nel vuoto. Mi rannicchio all’altro capo della stanza, anche se non sono molto lontana da lui. Nessuno parla. ‘Di cosa hai bisogno? Stasera posso lasciarti l’appartamento, se vuoi’, tenta di rassicurarmi. Ho già preso il biglietto del treno per la mattina dopo e tornare dai miei genitori.
Ho voglia di fare l’amore con lui, un’ultima volta. All’inizio non vuole, poi accetta. È molto triste, ma anche molto bello. Seguono lunghi minuti in cui ci diciamo le ultime cose prima della fine. Ci parliamo della felicità di esserci incontrati, della fiducia in noi stessi che ci siamo regalati a vicenda. Mi addormento con gli occhi gonfi, stretta a lui.
Il giorno dopo, sulla strada per la stazione, mi parla a malapena. Sul treno scrivo ai miei genitori per avvisarli del mio ritorno anticipato: ‘Non sto più con Pierre, ma non voglio parlarne’”.
(Traduzione di Andrea De Ritis)
Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.
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