Non è mai stato un buon momento per essere in fanteria, ma oggi le condizioni sono particolarmente miserevoli. Nella “kill zone” creata dai droni di entrambi gli schieramenti nell’Ucraina orientale, il rischio di ritrovarsi in un micidiale videogioco è costante. A febbraio i soldati ucraini che cercavano di raggiungere i pochi commilitoni ancora dentro Myrnohrad, una cittadina dell’oblast di Donetsk, sapevano che i droni russi, pilotati da operatori ben nascosti, rendevano impossibile usare veicoli. Dovevano infiltrarsi a piedi attraverso i boschi. Potevano volerci settimane. Forse non avrebbero potuto uscirne per mesi.

Gli effetti possono durare anni. I soldati rientrati dal fronte tengono le finestre coperte e le luci basse anche quando sono a centinaia di chilometri dalla zona di combattimento. A causa di quella che gli psicologi definiscono ipervigilanza e iperattivazione, il semplice ronzio di un drone può scatenare paura e senso di impotenza. Quando camminano guardano di continuo verso l’alto.

Mentre la battaglia per Myrnohrad andava avanti, gli aerei statunitensi e israeliani impegnati nell’altro grande conflitto del momento continuavano a bombardare l’Iran. I piloti avevano a disposizione tutto il necessario per colpire, valutare i danni e tornare a colpire: infrarossi e radar di bordo, droni nelle vicinanze e radar più lontani, sorveglianza satellitare e altro. Israele aveva perfino preso il controllo delle telecamere del traffico a Teheran per seguire gli spostamenti dell’ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema del paese, mentre si preparava a ucciderlo.

Sono guerre molto diverse nel modo in cui vengono combattute. Ma, per altri versi, stranamente simili. Sia il conflitto in Ucraina sia quello in Iran sono definiti da tecnologie che hanno introdotto un nuovo livello di trasparenza nei luoghi e nelle situazioni in cui si affrontano gli eserciti. Questa trasparenza non è mai totale: è parziale, sporadica, sempre soggetta a essere messa in discussione. Eppure negli ultimi anni è stata la tendenza tecnologica che ha definito la guerra.

Ci sono altre somiglianze tra l’Ucraina e l’Iran. Entrambi i conflitti sono stati cominciati dai leader di grandi potenze che sembravano convinti di poter vincere facilmente. Entrambi si sono poi evoluti in modi che quei leader non avevano previsto, trasformandosi in una sorta di stallo in cui, tanto per la Russia quanto per gli Stati Uniti, la mancata vittoria somiglia sempre più a una sconfitta. I cambiamenti tecnologici stanno favorendo chi si difende? Oppure incoraggiano sistematicamente le grandi potenze a cominciare guerre che non possono vincere? O forse è la solita storia: grandi potenze che si cacciano in guerre sconsiderate, riflesso delle tecnologie del momento?

È una questione importante, perché la guerra è un’industria in piena espansione. Nel 2025 l’Uppsala conflict data program ha contato 65 conflitti armati che coinvolgono almeno uno stato e provocano almeno 25 morti in battaglia all’anno. È il livello più alto dal 1946. L’elenco comprendeva otto conflitti tra stati, due dei quali con oltre mille morti in battaglia all’anno. Anche il Peace research institute di Oslo registra una tendenza altrettanto negativa. “Nonostante il forte calo delle vittime legate ai conflitti tra il 2022 e il 2023”, osserva, “gli ultimi quattro anni sono stati il periodo più violento dalla fine della guerra fredda”.

Magnum/Contrasto, 2

L’era del drone

La trasparenza tattica consiste in tre elementi: più sensori e più avanzati, munizioni di precisione e sistemi in grado di trasferire i dati raccolti dai primi ai sistemi di puntamento delle seconde.

Ricondurre tutto questo ai droni sarebbe una semplificazione eccessiva. Esistono molti altri tipi di sensori che possono essere disseminati sui campi di battaglia o montati sui soldati e sui veicoli. Ci sono altre categorie di munizioni intelligenti, per non parlare di quelle “stupide” che possono essere usate in modo intelligente. E nulla di tutto ciò ha valore senza le reti, tecniche e umane, che collegano tutti questi sensori ai vari sistemi d’arma, fornendo analisi e prendendo decisioni.

Il drone, capace di mettere sensore e arma sotto il controllo di un unico operatore, sembra poter condensare tutta questa complessità in un unico pacchetto. Ma attribuire alle armi i vantaggi che in realtà derivano dai sistemi che le usano al meglio ha già tratto in inganno molti strateghi militari in passato, e potrebbe succedere di nuovo.

Detto questo, il drone è un simbolo potentissimo di questo cambiamento. Sta sospeso come una sentinella nel cielo; bracca la vittima con un’intimità spaventosa. È l’incarnazione perfetta del nuovo modo di fare la guerra allo stesso tempo delocalizzato e iperlocalizzato, che sembra ovunque e in ogni singolo punto. Nonostante sia una tecnologia strana e nuova, il drone è anche sorprendentemente comune. La sua produzione si basa su catene di fornitura molto più simili a quelle dell’elettronica di consumo che a quelle dei carri armati o dei missili più sofisticati, o anche dei proiettili d’artiglieria. Questo permette un’evoluzione rapidissima, fatta di continue innovazioni e controinnovazioni. “Il codice va aggiornato ogni pochi giorni”, spiega Simon Strasdin, che guida l’Integrated warfare centre delle forze armate britanniche. “Entro sei settimane va fatto un aggiornamento più completo del software. E dopo sei mesi, probabilmente bisogna mettere mano anche all’hardware”. Nuove generazioni di droni possono comparire e scomparire prima che la linea del fronte si sposti di più di qualche metro.

Rafał Milach

Gli Stati Uniti hanno cominciato a usare i droni per combattere i nemici poche settimane dopo l’11 settembre. Ma per i paesi meno potenti la svolta è arrivata con il drone Bayraktar Tb2, progettato e prodotto in Turchia. La prima impresa del Tb2 è stata contrastare l’avanzata dell’esercito nazionale libico su Tripoli nel 2019. Nel 2020 ha dimostrato la sua efficacia contro i mezzi corazzati – prima in Siria, poi in Armenia – attirando l’attenzione delle forze armate di tutto il mondo. Poi, nel febbraio 2022, i Tb2 ucraini hanno contribuito a impedire ai carri armati russi di raggiungere Kiev. Il loro successo è stato parziale (è stata più importante l’artiglieria) e di breve durata, ma è stato amplificato dal valore propagandistico dei video che producevano.

I Tb2, tuttavia, sono stati solo la prima generazione di droni con cui i due schieramenti hanno portato il conflitto al sanguinoso stallo di oggi. Nel 2022 sono comparsi droni più piccoli, più intelligenti e più furtivi, e nel 2024 molte varianti erano ormai prodotte in serie. Insieme all’artiglieria, alle fortificazioni difensive, alle comunicazioni satellitari e all’addestramento degli operatori, questi sistemi hanno contribuito a creare una letale “fascia di attrito” che all’inizio era profonda circa cinque chilometri e ora può arrivare a trenta. Oggi i droni progettati per sganciare le bombe sono usati da russi e ucraini per consegnare cibo e acqua, un’innovazione che rende meno dura la vita al fronte. I feriti sono trasportati da veicoli terrestri senza equipaggio, che le forze ucraine hanno impiegato in oltre 24mila missioni solo nei primi tre mesi del 2026. E tra una consegna e un’evacuazione arrivano gli attacchi.

Ogni giorno, ognuno dei due schieramenti produce migliaia di droni “first-person view” (Fpv) usati per individuare e colpire singoli bersagli. Sono responsabili di gran parte degli 1,1-1,4 milioni di soldati russi che secondo le stime dell’Economist sono stati uccisi o feriti dall’inizio della guerra, cioè uno su 25 di tutti gli uomini russi sotto i cinquant’anni. Le perdite ucraine sono inferiori, in parte perché attaccare costa più che difendere e in parte perché l’Ucraina ha investito di più per sostituire i soldati con sistemi robotici, ma ammontano a un uomo su 16 nella fascia tra i 18 e i 49 anni.

Stallo tecnologico

Secondo alcuni questo è il futuro delle guerre in cui gli stati cercano di conquistare territori: due schieramenti bloccati all’infinito da sciami di piccoli killer, economici e onniveggenti. Il generale Valery Zaluzhny, ex comandante in capo delle forze ucraine, sostiene che la guerra di manovra su larga scala – eserciti che avanzano rapidamente sfruttando l’effetto sorpresa, invece di scontrarsi in battaglie di logoramento – oggi è “impraticabile”. Tornerà possibile solo quando i conflitti evolveranno in scontri tra robot, combattuti alla velocità delle macchine. Ma per altri è una prospettiva poco realistica. Secondo Stephen Biddle, professore alla Columbia university, “è facile sopravvalutare” la portata della rivoluzione dei sensori. Con l’arrivo di nuovi sistemi antidrone (i laser sono particolarmente promettenti) e con disturbatori e accecatori in grado di neutralizzare i satelliti, gli equilibri potrebbero cambiare di nuovo, dando un po’ di respiro alle forze di terra. Le contromisure elettroniche sono uno dei motivi per cui il successo iniziale dei Tb2 in Ucraina è durato poco: gli specialisti russi si sono attrezzati. La stessa sorte è toccata ai proiettili statunitensi Excalibur a guida satellitare, il cui tasso di precisione è crollato dal 70 al 6 per cento in pochi mesi. Durante la battaglia per la provincia di Kursk, la Russia ha cominciato a usare droni controllati tramite cavi in fibra ottica, una rivisitazione di una tecnologia della seconda guerra mondiale che oggi è impiegata anche dagli ucraini.

William Owen, direttore di Military Strategy Magazine e consulente dell’esercito britannico, sostiene che eserciti meglio addestrati ed equipaggiati non resterebbero bloccati. Se equipaggiamenti e addestramento di prim’ordine come quelli israeliani fossero usati contro avversari come la Russia o l’Ucraina, osserva, i droni Fpv da tremila dollari sarebbero “per lo più, se non del tutto, irrilevanti”.

Nel 2025, in un discorso ai cadetti militari cinesi, l’ammiraglio Tony Radakin, allora capo di stato maggiore della difesa del Regno Unito, ha detto che le forze britanniche avrebbero combattuto in modo radicalmente diverso da quello visto in Ucraina: il loro modello erano “i raid israeliani contro l’Iran (nel 2024), che avevano annientato le difese aeree del paese in una notte grazie a munizioni a lungo raggio, puntamento di altissima precisione e tecnologie di quinta generazione”.

Ma gli eserciti raramente combattono le guerre che desiderano. Radakin ha quasi certamente ragione a dire che in un conflitto tra la Nato e la Russia l’alleanza riuscirebbe a ottenere la superiorità aerea (a condizione che gli Stati Uniti si impegnassero davvero nel conflitto). Ma poi? La superiorità aerea non solo è diventata più difficile da conquistare e mantenere, osserva l’analista militare austriaco Franz-Stefan Gady, ma offre anche meno vantaggi rispetto al passato. Sotto i quattromila metri, il campo di battaglia è sempre più disconnesso da ciò che succede sopra quella quota: è dominato da droni di ogni tipo prodotti in serie e da difese che, pur non riuscendo ad affrontare questi sciami, possono comunque mettere in difficoltà velivoli più grandi e costosi. Alcuni hanno cominciato a parlare di “litorale aereo”. Come le grandi marine militari fanno più fatica a far valere i propri vantaggi nelle acque basse, dove mine, batterie costiere e piccole imbarcazioni limitano la loro libertà d’azione, allo stesso modo le grandi aviazioni devono preoccuparsi delle “acque basse” dell’atmosfera.

Questo significa che la potenza aerea rischia di offrire ben poche vie di uscita dal caotico e sanguinoso combattimento ravvicinato. Gady cita l’esperienza delle forze armate israeliane (Idf) negli ultimi due anni di operazioni in Libano. “L’Idf aveva il dominio aereo e una superiorità netta in termini di Isr (intelligence, sorveglianza e ricognizione). Eppure ha dovuto setacciare i villaggi a piedi, subire perdite e accettare che i raid, da soli, non avevano eliminato Hezbollah né prodotto risultati politici”. Recentemente la milizia libanese ha usato droni controllati tramite cavo in fibra ottica, come in Ucraina, per infliggere perdite alle truppe israeliane. Questo non vuol dire che in Libano ci sia uno stallo; anzi, l’Idf ha risposto spingendo l’offensiva più in profondità. Ma significa che la superiorità aerea non è tutto.

Gli eserciti che non hanno sperimentato direttamente le nuove forme di guerra sembrano molto più inclini a sottovalutarle

Oggi le forze armate più attente tendono a considerare la superiorità come qualcosa da creare in momenti e luoghi specifici: delle “sacche di superiorità”, come le definisce Rob Lee, esperto del conflitto ucraino. Per esempio, l’Ucraina potrebbe disturbare le operazioni dei droni russi in un punto e in un momento preciso, accecando gli operatori, colpendo le loro postazioni con l’artiglieria e attaccandoli con i suoi droni. Le postazioni russe sono molte e ben nascoste, quindi una simile offensiva richiederebbe settimane di preparazione, diversivi e raccolta di informazioni. Una volta creata la “sacca di superiorità”, i mezzi corazzati ucraini potrebbero sperare di avanzare rapidamente e sfruttarla, spingendosi cinque o dieci chilometri oltre la linea del fronte e provocando una rotta. A quel punto, si spera, gli operatori dei droni russi fuggirebbero e le loro linee “crollerebbero”. Secondo Lee presto potremmo vedere avanzate corazzate efficaci basate su questi princìpi.

Quando Lee dice che l’Ucraina è in un “momento da prima guerra mondiale”, non parla solo di immobilità e logoramento. Si riferisce anche alle nuove tattiche che nel 1918, combinando effetto sorpresa, tiri d’artiglieria calcolati in anticipo e piccole squadre d’assalto ben addestrate, resero possibili avanzate decisive e misero fine alla guerra di trincea. “Le capacità difensive hanno preso il sopravvento”, osserva. “Ora emergerà l’esigenza di tecnologie e tattiche che permettano di tornare alla guerra di movimento”.

Il paradosso di quelle innovazioni nella guerra interarma – che richiede il contributo coordinato di forze e unità diverse – è che i tedeschi sconfitti le capirono e le svilupparono meglio dei britannici e dei francesi. La vittoria della Wehrmacht nella battaglia di Francia, vent’anni dopo, non fu dovuta a carri armati più grandi o più moderni, ma a una dottrina capace di integrare con molta più efficacia i punti di forza di mezzi corazzati, fanteria, artiglieria e aviazione.

L’addestramento è un modo per cercare di sviluppare queste tattiche prima che cominci il combattimento. Ma, per quanto essenziale, non è mai sufficiente. Biddle spiega che una brigata molto ben equipaggiata che ha potuto osservare in un centro di addestramento statunitense era “strutturalmente carente”. Il gruppo era talmente concentrato sulle tecniche della guerra meccanizzata che non gli restava abbastanza attenzione per affrontare novità come la guerra antidrone. I posti di comando, i siti logistici e i sistemi di difesa aerea erano tutti pericolosamente esposti.

Il modo migliore per imparare è guardare chi fa. Gli osservatori in Ucraina sono una risorsa preziosa per gli eserciti europei, così come i veterani ucraini. Nel 2025, durante l’esercitazione Hedgehog, gli operatori di droni ucraini hanno contribuito a testare i piani della Nato per la difesa dell’Estonia. Lo stesso è successo nel 2026 con l’esercitazione Aurora. Dai risultati non è emerso un vantaggio delle forze Nato. “Abbiamo fallito in modo clamoroso”, dice un funzionario svedese che ha seguito l’esercitazione. Ma era proprio questo l’obiettivo: le esercitazioni più realistiche in cui si perde insegnano molto più di quelle coreografate per fare bella figura. Gli Stati Uniti hanno potuto imparare meno in questo modo, anche perché hanno troppo pochi soldati in Ucraina.

Investimenti obsoleti

Come i nuovi modi di fare la guerra non si spiegano mai con il successo di un’unica arma, anche il tramonto dei vecchi sistemi non dipende solo dal fatto che le armi di un tempo hanno perso rilevanza. Il carro armato, ancora una volta, è un esempio calzante.

Gli specialisti dei droni diranno che il carro armato è morto. “Perché schierare un carro armato”, chiede Ilya Sekirin, pilota di droni che ha collaborato con il comando ucraino, “quando allo stesso prezzo, e con rischi minimi per i soldati, si possono mandare decine di robot cingolati supportati da sciami di droni?”. Ma le vecchie minacce restano e possono adattarsi. Lee osserva che l’anno scorso la 20ª brigata meccanizzata ucraina ha dovuto usare più di sessanta droni Fpv per fermare appena due “turtle tank” russi, mezzi corazzati modificati per resistere ai droni. Uno dei carri sarebbe riuscito a sfondare e a fare scempio delle retrovie ucraine se il suo cambio non si fosse rotto. E cos’altro dovrebbe mandare l’Ucraina nelle sue sacche di superiorità se non i carri armati?

La coda lunga delle armi tradizionali è evidente anche in altri conflitti recenti. Nello scontro fra India e Pakistan del 2025, il più grave tra i due paesi da ventisei anni, si è parlato molto del largo uso di droni da entrambe le parti. Ma i colpi più pesanti li hanno inferti i jet con pilota armati di missili a lunga gittata. Anche in Ucraina gli armamenti più costosi necessari per colpire in profondità continuano ad avere un ruolo, a condizione che i loro grossi e vulnerabili lanciatori – cingolati, su ruote o aerei – restino per lo più al riparo e lontani dalla kill zone.

Generali e ammiragli parlano di un “mix di alto e basso”, in cui le armi economiche prodotte in massa affiancano un numero più contenuto di sistemi avanzati più costosi. Promettono eserciti e flotte “ibride”, in cui sistemi robotici senza equipaggio operano insieme a carri, aerei o navi tradizionali.

Rafał Milach

Ma non è così che i ministeri stanno spendendo i loro fondi. “Credo che ci stiamo infilando nel vicolo cieco di investire nella tecnologia di ieri”, si lamenta lo statunitense Matt Van Wagenen, ex vicecapo delle operazioni al comando militare principale della Nato. La pianificazione dell’alleanza, che stabilisce cosa acquistare, si basa “su roba vecchia di decenni”, osserva. Secondo lui puntare su “un veicolo da combattimento da 77 tonnellate che brucia quasi mille litri di carburante ogni dodici ore e sarà quasi completamente esposto” è una scelta poco saggia. “Le formazioni del futuro saranno in gran parte senza equipaggio”.

Potrebbe essere un’esagerazione. Ma al momento gli eserciti che non hanno sperimentato direttamente le nuove forme di guerra sembrano molto più inclini a sottovalutarle – nelle tattiche e nell’addestramento, oltre che nelle forniture – che non a investirci troppo.

La guerra contro l’Iran è l’esempio più lampante di come gli eserciti più avanzati del mondo hanno investito nella forza bruta. Eppure, ammesso che siano mai stati definiti, gli obiettivi del presidente Trump nel conflitto non sono stati raggiunti. È improbabile che ulteriori azioni militari dello stesso tipo possano cambiare di molto la situazione.

L’operazione Epic fury ha colpito 13mila obiettivi, a cui si aggiungono le migliaia di presi di mira da Israele. Eppure la capacità di rappresaglia dell’Iran rimane intatta. Teheran ha usato missili e droni per colpire i radar, gli aerei, i droni, le piste, le caserme, i depositi di carburante e i centri di comando degli aggressori. Questi contrattacchi, più efficaci di quanto molti si aspettassero, non hanno avuto grossi effetti militari, ma il fatto stesso che siano stati possibili è importante, così come la minaccia dell’arsenale iraniano sullo stretto di Hormuz. L’Iran è tuttora in grado di produrre droni a lungo raggio. E, secondo l’intelligence statunitense, ha ancora il 75 per cento dei suoi lanciamissili e il 70 per cento dei suoi missili da crociera e balistici.

Magnum/Contrasto, 2

Eliminare il 30 per cento dei missili è, in termini storici, un risultato notevole. Nel 1991 gli Stati Uniti e i loro alleati diedero la caccia ai missili Scud iracheni con forze speciali e più di 1.500 sortite aeree. Non ci sono prove che ne sia stato distrutto nemmeno uno. Ma in guerra non si ottengono punti per aver battuto un record deludente. Il fallimento in Iran dimostra che una forza di difesa accorta, soprattutto se ha la fortuna di trovarsi in un paese vasto e montuoso, può nascondere armi grandi e potenti per mesi anche se è braccata da due delle aviazioni più avanzate del mondo.

Una risposta è puntare ancora di più sulla tecnologia: avere una consapevolezza della situazione tale da individuare i lanciatori nell’istante stesso in cui escono dai nascondigli e costruire “catene di eliminazione” così fluide da poterli attaccare immediatamente. Come osserva lo storico Lawrence Freedman, alcuni strateghi coltivano da tempo l’idea del “colpo del ko”: un attacco tanto potente da garantire la vittoria. I fautori della potenza aerea hanno disseminato il ventesimo secolo di teorie del genere. Le prove della loro efficacia, però, sono state molto più rare.

C’è sicuramente margine di miglioramento. Nel Regno Unito, per esempio, l’individuazione dei bersagli si basa su più di 270 applicazioni che girano su venti sistemi informatici diversi. Metterli in comunicazione crea ogni tipo di problema. A volte un sistema genera dati a una velocità che la rete non riesce a gestire: nel suo recente libro sul sistema statunitense Maven, la giornalista Katrina Manson racconta che all’inizio della guerra in Ucraina gli operatori hanno dovuto chiedere alle società satellitari di sviluppare moduli di cifratura più avanzati per reggere il nuovo flusso di informazioni. Altre volte due sistemi risultano semplicemente incompatibili senza un intervento umano, spesso sotto forma di una persona che si sposta fisicamente da una postazione all’altra per trasferire i dati tra terminali diversi.

La tecnologia sta diventando più efficiente. Il capo di stato maggiore britannico dice che il tempo “dal sensore al lanciatore” si è ridotto del 33 per cento. E i sostenitori dell’intelligenza artificiale responsabili dei sistemi statunitensi per individuare i bersagli stanno già pensando a come superare le attuali capacità di Epic fury, con i suoi quattrocento obiettivi al giorno.

Rafał Milach, Magnum/Contrasto

Nei primi mesi del 2026 il generale Steve Carpenter, a capo del comando responsabile di coordinare le forze di artiglieria statunitensi in Europa e in Africa, ha dichiarato di voler portare la sua unità a “sviluppare” almeno 1.500 obiettivi ogni 24 ore. Manson afferma che quando Maven viene integrato con modelli linguistici di grandi dimensioni come Claude di Anthropic o Mistral, può arrivare a produrre cinquemila obiettivi al giorno.

Ci sono casi in cui individuare i bersagli in modo più rapido ed efficace può essere decisivo. Una delle ragioni per cui la Russia non ha mai ottenuto la superiorità aerea in Ucraina è che gli ucraini, avvertiti dai servizi segreti, hanno spostato molti dei loro sistemi di difesa aerea poco prima dell’inizio delle ostilità. I primi attacchi con cui Mosca sperava di accecare il nemico hanno colpito solo postazioni vuote. Se la Russia fosse riuscita ad aggiornare più rapidamente la sua lista di obiettivi, forse avrebbe potuto distruggere subito le armi spostate, e questo avrebbe potuto cambiare il corso della guerra.

Ma se Epic fury avesse avuto quattromila obiettivi al giorno invece di quattrocento, sarebbe stata proporzionalmente più efficace? L’individuazione dei bersagli – e, in particolare, la sua misurazione quantitativa – tende a diventare un surrogato della strategia. In Vietnam, per esempio, le forze statunitensi premiavano i reparti con licenze e medaglie in base al numero di nemici che dichiaravano di aver ucciso.

La formula “stesso copione, moltiplicando gli obiettivi” trasforma il mito del colpo del ko nella trappola dei bombardamenti senza fine. Prendiamo l’Afghanistan, che fin dai tempi dei mujahidin armati di missili Stinger può essere considerato il cimitero della potenza aerea. Nel 2003 il presidente statunitense George W. Bush dichiarò che i taliban erano stati colpiti così duramente da essere “di fatto fuori gioco”. Nel 2017, quando Donald Trump ordinò d’intensificare i bombardamenti, il generale John Nicholson, comandante delle forze Nato in Afghanistan, disse che “i taliban non possono vincere sul campo di battaglia”. Eppure hanno vinto.

Gady vede in tutto questo un esempio della “sindrome di Belloc”: la convinzione che applicare in modo unilaterale la forza bruta, nella sua forma più moderna ed efficiente, sia sempre decisiva. È un riferimento ai versi più famosi di The modern traveller, una satira dell’imperialismo scritta da Hilaire Belloc nel 1898. Di fronte a una rivolta indigena, il colonialista britannico William Blood si rassicura sottovoce:

È vero che i morti in battaglia sono calati, ma questo dipende in gran parte dal miglioramento delle protezioni e della medicina da campo

Whatever happens, we have got

The Maxim gun, and they have not.

(In ogni caso, noi abbiamo

la mitragliatrice Maxim, e loro no)

È vero che le armi automatiche furono decisive nella “corsa all’Africa”, permettendo agli europei vittorie sanguinose contro forze molto più numerose. Questo però non significa che bastassero da sole a stroncare ogni resistenza, come scopre a sue spese lo stesso Blood.

L’erosione del diritto

Se per certi versi la guerra ipermoderna contro l’Iran sembra la prosecuzione di tendenze già esistenti, altri aspetti della guerra contemporanea stanno evolvendo rapidamente. Si è a lungo sostenuto che, per chi vive il conflitto solo attraverso gli schermi, è più facile prenderne le distanze. Nel mondo dei social media, però, le cose stanno cambiando radicalmente.

I canali del Pentagono e della Casa Bianca esibiscono immagini di distruzione, alternando filmati reali a battute e citazioni hollywoodiane, con le esplosioni delle navi nemiche usate come scene chiave. Alcuni imprenditori prendono i video girati dai droni Fpv con i volti terrorizzati o rassegnati dei soldati russi e ucraini braccati e li trasformano in snuff movie (video che mostrano la morte di una persona) accompagnati da musica heavy metal. I combattimenti somigliano sempre più a esecuzioni telecomandate. In un video del Comando per l’istruzione e la dottrina dell’esercito statunitense, un soldato russo vede avvicinarsi un drone ucraino e indica un commilitone in un fosso: uccidi lui piuttosto. Il drone si ferma e sgancia una granata sul secondo soldato, decapitandolo. Poi torna dal primo e fa lo stesso. L’episodio è agghiacciante, ma non è necessariamente illegale: nessuno dei due soldati era chiaramente fuori combattimento. I funzionari spiegano che l’opinione pubblica tende a credere che le regole di guerra siano molto meno permissive di quanto non siano in realtà. Se Hamas ha scavato un tunnel sotto un edificio, può essere lecito abbatterlo. Se l’Iran usa un ponte per spostare missili, non è detto che sia illegale distruggerlo, anche se quel ponte è usato dai civili.

Al di là dei fraintendimenti, Van Wagenen si dice “sconvolto” dalla “completa erosione” del diritto di guerra negli ultimi anni. “Anche i miei colleghi sul campo sono sconvolti”, aggiunge. Janina Dill, condirettrice dell’Oxford institute for ethics, law and armed conflict, sottolinea due sviluppi importanti. Il primo è il ritorno di un linguaggio vendicativo, con minacce di rappresaglie che sconfinano nella punizione collettiva. Il secondo consiste nel prendere in considerazione intere categorie di obiettivi, come ponti e centrali elettriche. Entrambi sono tipici della retorica di Trump e del suo segretario alla guerra, Pete Hegseth.

Nel 2011 Steven Pinker, professore a Harvard, espresse nel libro Il declino della violenza (Mondadori 2013) la tesi provocatoria secondo cui l’umanità era diventata meno violenta. Tra le prove citava il calo delle guerre e dei morti in guerra. Anche il politologo John Mueller ha espresso una tesi analoga. Nel 2020 osservava che nei trent’anni precedenti c’erano state solo quattro guerre tra stati con più di mille morti all’anno ognuna: le invasioni statunitensi in Afghanistan e in Iraq, il conflitto tra Azerbaigian e Armenia, prima avvisaglia della nuova era della trasparenza, e la guerra tra Etiopia ed Eritrea (1998-2000).

Anni di piombo
Numero di conflitti attivi nel mondo (Uppsala Conflict Data Program)

Statali: conflitti in cui almeno una delle parti è uno stato. Non statali: conflitti tra due gruppi armati, nessuno dei quali è uno stato. Unilaterali: l’uso della forza armata contro i civili compiuto da uno stato o da un altro tipo di organizzazione.


Il tempismo di Mueller è stato infelice. Poco dopo, Vladimir Putin ha dato avvio alla più grande guerra in Europa dal 1945. Ma ci sono altri punti deboli nella sua tesi: varie analisi successive hanno mostrato che il periodo di pace tra le grandi potenze dopo la seconda guerra mondiale avrebbe dovuto durare almeno un altro secolo per poter essere statisticamente significativo. In questo senso, il declino della guerra è solo rumore di fondo. Anche il richiamo di Pinker alla diminuzione delle vittime è fuorviante. È vero che i morti in battaglia sono calati, ma questo dipende in gran parte dal fatto che la medicina da campo, le protezioni e le procedure di evacuazione sono migliorate. Molti soldati che un tempo sarebbero morti oggi sopravvivono come feriti: un progresso, certo, ma non esattamente la prova di una pacificazione mondiale.

E poi ci sono le armi nucleari. Secondo molti, l’esistenza di un arsenale nucleare ha avuto un ruolo centrale nell’evitare i conflitti tra grandi potenze dopo il 1945. Ma l’effetto deterrente dipende proprio dal fatto che l’uso di quelle armi è ipoteticamente possibile. Se un grande conflitto nucleare, con le sue conseguenze sul clima, dovesse causare la morte di centinaia di milioni di persone, i dati sulle tendenze di lungo periodo sulla violenza andrebbero drammaticamente aggiornati, ammesso che ci fosse ancora qualcuno in grado di preoccuparsene.

Negli ultimi anni non c’è stato un chiaro scivolamento verso la guerra nucleare. Ma i segnali non sono rassicuranti. L’epoca degli accordi sul controllo degli armamenti nucleari è finita. E il destino opposto del leader nordcoreano Kim Jong-un da un lato e di Saddam Hussein e Khamenei dall’altro sembra aver chiarito quali sono le due strade possibili per gli stati che hanno ambizioni nucleari: rinunciare completamente, oppure impegnarsi fino in fondo, rapidamente e senza esitazioni. Le preoccupazioni sull’uso di armi nucleari tattiche in Ucraina – che hanno raggiunto il picco nell’ottobre 2022, quando l’intelligence statunitense stimava una probabilità del 50 per cento che la Russia le impiegasse se la Crimea fosse stata minacciata – si sono attenuate. Ma questo non significa che non esistano linee rosse. Significa solo che nessuno sa più con precisione dove si trovano. Il che non è affatto rassicurante.

Scenario inedito

Queste incertezze emergerebbero ancora più nettamente se la Cina tentasse di annettere Taiwan con la forza. Le potenze nucleari sono già entrate in guerra in passato, e la cautela con cui India e Pakistan si sono scambiati segnali sulle rispettive intenzioni mostra che il rischio di escalation può essere gestito, almeno finché il conflitto segue schemi prevedibili. Ma se gli Stati Uniti intervenissero in difesa di Taiwan, il mondo assisterebbe a due potenze nucleari che si affrontano direttamente in una forma inedita, con una terza potenza nucleare imprevedibile come la Corea del Nord seduta a bordo campo.

Sarebbe uno scenario nuovo, perché è quasi un secolo che il mondo non assiste a uno scontro totale tra due flotte oceaniche. Che forma avrà la rivoluzione della trasparenza di fronte all’immensità e l’insondabilità dell’oceano? Quali nuove tattiche creeranno sacche o momenti di superiorità? Quali tattiche tradizionali falliranno? Poiché molte di queste domande non hanno ancora risposta, gli Stati Uniti ritengono che in un conflitto di questo tipo il loro ruolo sarebbe colpire il tessuto connettivo della macchina militare cinese, anziché le singole navi o i singoli aerei, paralizzandone così la capacità decisionale. Ma, come avverte Gady, questo significherebbe lanciare attacchi rapidissimi contro molti sistemi che la Cina usa anche per controllare le proprie forze nucleari. Il rischio di un errore di valutazione sarebbe enorme.

Vedendo cosa sta succedendo in Ucraina, l’esercito cinese non dev’essere entusiasta all’idea di occupare un paese tecnologicamente avanzato come Taiwan, soprattutto perché le sue linee di rifornimento sarebbero esposte agli attacchi dei sottomarini, le piattaforme che finora hanno resistito meglio alla trasparenza. Eppure i leader politici sembrano sempre pronti a sopravvalutare l’utilità della guerra come strumento di politica estera e la loro capacità di controllarne il corso. A dispetto dell’evidenza, restano prigionieri della pericolosa illusione che la tecnologia gli offrirà la possibilità di sferrare il colpo del ko. ◆ fas

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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati