Good luck, have fun, **
**don’t die

L’ultimo film di Gore Verbinski è ideologicamente imperfetto, strutturalmente confuso e un po’ troppo affascinato dai suoi predecessori distopici (echi di Terminator) ma è anche meravigliosamente personale, scontroso e pungente. Good luck, have fun, don’t die è un ritorno ai tempi in cui gli artisti mainstream osavano lanciare qualche idea per vedere cosa attecchiva. Sam Rockwell, nei panni di un viaggiatore del tempo senza nome, si presenta in una tavola calda per fare la predica ai clienti su come il loro uso eccessivo dei social media li abbia privati della dignità. In futuro, avverte, metà della popolazione morirà mentre l’altra metà sarà troppo occupata a scorrere sul telefono notizie catastrofiche per accorgersene. Questo è il suo 118° tentativo di cambiare il corso degli eventi: troverà le persone giuste per la sua giusta crociata? Verbinski è noto soprattutto per i successi ad alto budget (tre film della serie Pirati dei Caraibi). Ma qui c’è una vena più cupa e singolare: un’azienda clona i bambini vittime delle sparatorie nelle scuole in cambio di una bella somma. Man mano che il film diventa sempre più strano, non fa che rafforzare la sua tesi. Come avverte il viaggiatore del tempo: “L’intelligenza artificiale cercherà di darti tutto ciò che hai sempre desiderato, ma alla fine è tutta una bugia”. Possiamo definire Good luck, have fun, don’t die un film caotico, ma almeno è onesto. Clarisse Loughrey, The Independent

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati