Per il loro undicesimo album, i Pond sono entrati in studio con una lista quasi monastica di proibizioni: niente distorsioni con il pedale fuzz, niente ballate e niente roba alla Pink Floyd. Volevano tornare alle basi; eliminando i fronzoli, quello che viene fuori è proprio quel senso di angoscia che il quintetto di Perth ha passato gran parte della carriera a mascherare con le paillettes. Emersi dallo stesso ambiente dei Tame Impala e dopo aver fatto meno successo dei loro colleghi, con Stung! del 2024 hanno cominciato a prendersi delle rivincite. Terrestrials ha dieci brani, molto più minimalisti del solito, e rappresenta uno sforzo decisivo nell’affrancarsi dall’ombra ingombrante di Kevin Parker. La band abbraccia il rock australiano degli anni ottanta con un po’ dell’eyeliner nero dei Sisters of Mercy e dei Magazine. Il brano di apertura Skyworks dà il tono generale con un ritmo coinvolgente e tinte psichedeliche che invitano ad abbassare i finestrini, mentre il testo racconta una storia inquietante su una crisi climatica sempre più incombente. Ma arrivati all’ultimo terzo del disco, il riff di chitarra ripetuto in vari momenti sembra più un tic che un motivo ricorrente. È il prezzo che paga una band che ha rinunciato ai gesti grandiosi ma che a volte a non riesce a uguagliare il passato.
Jon Negroni, Slant
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Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati