“A questo punto della storia nessuno sa davvero come si vive; per questo leggiamo biografie e memorie, sperando di trovarvi qualche indizio”, scrive Sheila Heti in Diari alfabetici, il suo nuovo libro, potente e profondamente intimo. È anche il motivo per cui leggiamo i romanzi, naturalmente: Heti lo sa bene. Non a caso il suo romanzo rivelazione del 2010 aveva un titolo esemplare, uno di quelli che potrebbero sostituire il titolo di ogni vero romanzo, dal Don Chisciotte in poi: La persona ideale, come dovrebbe essere? (Sellerio 2013). E allora, come dovremmo essere? Heti affronta la domanda di sbieco, proprio come Emily Dickinson consigliava di fare a chi dice la verità: talmente di sbieco che a tratti sembra di trovarsi su una nave sbalzata di lato da un’onda. Il libro è composto dai suoi diari: dieci anni di appunti franchi, divertenti, osceni e casualmente filosofici. Heti li ha ridotti all’essenziale e ha riposizionato le frasi in ordine alfabetico, dalla A alla Z. È un artificio che metterebbe impietosamente a nudo uno scrittore meno bravo. Una volta ritiratasi la marea della narrazione, resterebbe artisticamente scoperto. Nel caso di Heti, invece, la sua voce emerge ancora più limpida e carica di elettricità. È come se fosse stato azionato un interruttore: non è più in stereo, improvvisamente è in mono. L’effetto è ipnotico. Ogni idea è compressa al massimo. Il lettore si ritrova immerso in una frana di parole che somiglia sempre più alla poesia.
Dwight Garner, The New York Times
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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati