Le opere si annidano ovunque, in un continuum che è fatto di soglie, fratture e passaggi. A partire dal pavimento, dove si intravede una sottile traccia sbiadita del passaggio dei visitatori nel Museum Ludwig di Colonia. Huyghe ha conservato per anni quel frammento di moquette consumata e apre la mostra riciclando il fantasma rimosso di un’altra esposizione. Più avanti, colonie di formiche percorrono le scanalature incise dall’uomo nelle pareti. Dei fasmidi, antichissimi insetti stecco maestri del mimetismo, aspettano immobili il loro turno in uno degli acquari della mostra. Un minuscolo foro praticato in una parete ci invita a tendere l’orecchio. Si percepiscono un respiro e una voce spezzata. Le pareti del White cube – che rappresenta una certa idea di museo contemporaneo che Huyghe mette sistematicamente in discussione – sono un inganno. La questione della percezione è il cuore di questa riuscita retrospettiva. Più ancora della qualità delle singole opere, colpisce la straordinaria padronanza con cui Huyghe orchestra l’esposizione nel suo insieme, guidando il visitatore come in un racconto cinematografico. Libération

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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati