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Si può pensare di averne abbastanza di Robin Hood, ma Sarnoski trova nuove sfumature e umanità in questo campione dei luoghi comuni. L’eroe è messo a nudo per rivelare l’uomo fragile e tormentato nascosto dietro il mito. Audace e brutale, ma anche sensibile, è molto lontano dalle calzamaglie di Errol Flynn o dal mullet di Kevin Costner. Ambientato nel 1247 tra aspri e desolati paesaggi della costa celtica, il film è diviso in due parti. Incontriamo Robin (un Jackman al suo meglio) in montagna dove non se la passa troppo bene, arrostisce conigli e uccide un’assalitrice in cerca di vendetta. Non importa che si tratti di una ragazzina. Poi lo ritrova Little John che non vedeva da quindici anni e che ora ha moglie, figli e una nuova identità, per nascondere il suo passato da fuorilegge. John chiede a Robin di aiutarlo a difendersi da altri vendicativi assassini. La seconda parte del film è più delicata, ma non meno avvincente. Ferito e braccato, Robin (sotto falso nome) trova riparo in una remota abbazia dove è accudito da un’amorevole suora (Comer). Se la prima parte è cupa e grigia, questa seconda è vagamente bucolica e calorosa. Però anche la pace dell’abbazia è destinata a essere disturbata da qualcuno in cerca di vendetta. Ma Sarnoski non cade nel banale e il film rimane imprevedibile. Il risultato è un Robin Hood giusto per i nostri tempi: complesso, tormentato e moralmente ambiguo.
Ian Freer , Time Out

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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati