Il 24 agosto gli Stati Uniti hanno annunciato di aver ritirato la Siria dalla loro lista dei paesi accusati di sostenere il terrorismo, nella quale era inserita da 47 anni. La revoca è entrata in vigore al termine di un periodo di revisione del congresso della durata di 45 giorni, avviato l’8 luglio quando il presidente Donald Trump aveva formalmente notificato la sua intenzione. Secondo Al Jazeera la decisione rappresenta un “ulteriore attestato di fiducia” nei confronti del presidente Ahmed al Sharaa, che ha lanciato “quella che molti esperti hanno definito un’offensiva per ammaliare le potenze occidentali”.
Il quotidiano degli Emirati Arabi Uniti The National ricorda che gli Stati Uniti avevano inserito la Siria nella loro “lista nera” nel 1979, accusando l’allora presidente Hafez al Assad di sostenere i gruppi armati. La designazione era rimasta in vigore durante il regime del figlio Bashar al Assad e negli anni della guerra civile, scoppiata in seguito alla repressione delle proteste pacifiche nel 2011 e durata fino alla cacciata del dittatore nel dicembre 2024. Comportava restrizioni in materia di aiuti esteri statunitensi, transazioni finanziarie ed esportazioni e vendite nel settore della difesa, e ha rappresentato un importante deterrente per banche e investitori anche dopo che Washington ha eliminato le sanzioni nei confronti della Siria nel maggio 2025. L’ultimo paese rimosso dalla lista statunitense era stato il Sudan nel 2020; ci restano Iran, Corea del Nord e Cuba.
Il 25 agosto Mazloum Abdi, comandante delle Forze democratiche siriane (Fds), ha annunciato lo scioglimento della milizia guidata dai curdi, come previsto dall’accordo con Al Sharaa. L’annuncio è stato fatto durante un incontro tra i due uomini nel palazzo presidenziale di Damasco e all’indomani della conclusione dell’integrazione delle istituzioni militari e civili dell’amministrazione autonoma curda nello stato siriano. **Al Monitor **ricorda che le Fds sono state formate nel 2015 su iniziativa degli Stati Uniti e hanno combattuto contro i jihadisti dello Stato islamico. Al culmine della loro attività contavano centomila combattenti, curdi e arabi, e controllavano vaste aree del nord e del nordest della Siria.
Il sito panarabo sottolinea che però ci sono ancora questioni in sospeso da affrontare. La più spinosa riguarda il destino di migliaia di combattenti delle Fds non ancora incorporati nell’esercito, in particolare quello delle Unità di protezione delle donne (Ypj). Inoltre restano da definire i dettagli sul reinsediamento di decine di migliaia di curdi sfollati e sull’istruzione in lingua curda. Secondo The Arab Weekly l’integrazione ha implicazioni che vanno “ben oltre Damasco e Qamishli”, la capitale informale dell’amministrazione autonoma curda. “Potenzialmente elimina uno degli ostacoli maggiori al consolidamento dello stato siriano successivo alla caduta di Assad, collocando al contempo la leadership curda in un nuovo contesto politico in cui dovrà garantire la sua influenza attraverso meccanismi costituzionali e istituzionali piuttosto che attraverso strutture autonome”.
La transizione, però, non è ancora “priva di rischi”, avverte il sito panarabo. “Le dispute locali e le questioni relative al comando in materia di sicurezza, al controllo delle risorse energetiche e al futuro status politico delle aree a maggioranza curda potrebbero mettere alla prova l’accordo”. Ma se l’integrazione reggerà, potrebbe segnare una svolta nel panorama postbellico siriano, conclude Al Monitor: “Sarebbe la fine di una struttura militare e amministrativa separata guidata dai curdi e l’inizio di un tentativo controverso di conciliare l’autonomia, l’identità e i diritti politici dei curdi all’interno di un unico stato siriano”. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1680 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati