L’immigrazione è il cavallo di battaglia di Donald Trump, e uno dei temi che in passato lo hanno aiutato a vincere le elezioni. La sua promessa di mettere in atto il più grande piano di espulsioni nella storia degli Stati Uniti era al centro della campagna elettorale del 2024 così come la costruzione del muro al confine con il Messico aveva segnato quella del 2016. Pochi giorni prima del voto, al Madison square garden di New York migliaia di suoi sostenitori avevano applaudito Trump mentre giurava che avrebbe rastrellato i migranti (definendoli “criminali malvagi e assetati di sangue”) per poi “cacciarli a pedate dal nostro paese il più rapidamente possibile”.
Oggi, a 18 mesi dall’inizio del suo secondo mandato, Trump sta mantenendo la promessa. Il dipartimento per la sicurezza nazionale (Dhs) sostiene che finora sono state espulse circa un milione di persone. Il numero reale potrebbe essere molto più basso; l’amministrazione ha smesso di pubblicare statistiche ufficiali, rendendo impossibile un conteggio preciso. Ma non ci sono dubbi sul fatto Trump ha messo in piedi una macchina di espulsioni e deportazioni diversa da qualsiasi altra vista in passato, compresa quella di Barack Obama, che aveva fatto segnare il record di persone cacciate dal paese.
La situazione è sorprendente, se si pensa a come era cominciato il 2026. A gennaio, dopo che gli agenti federali avevano ucciso due cittadini statunitensi durante un’operazione contro gli immigrati a Minneapolis, l’amministrazione era stata costretta a fare un passo indietro. In quel periodo le manifestazioni di protesta si moltiplicavano in tutto il paese. Gregory Bovino, comandante della polizia di frontiera e simbolo delle operazioni nella città del Minnesota, era stato esiliato in California, dove aveva deciso di godersi la vita da pensionato, mentre Kristi Noem, segretaria del Dhs, era stata licenziata, e il dipartimento era rimasto paralizzato per 76 giorni a causa dello scontro al congresso sui fondi destinati al controllo dell’immigrazione.
Alla fine Noem è stata sostituita da Markwayne Mullin, senatore repubblicano dell’Oklahoma, che nel discorso d’insediamento ha detto che il suo obiettivo sarebbe stato quello di non finire nei notiziari. Oggi gli agenti della polizia di frontiera non si calano più dagli elicotteri dentro i condomini né lanciano candelotti lacrimogeni contro i manifestanti. Tuttavia, una ritirata dal campo di battaglia non significa necessariamente la fine della guerra. Lo stallo al congresso si è concluso a giugno, quando i repubblicani hanno votato compatti per destinare altri 70 miliardi di dollari alle attività dell’Immigration and customs enforcement (Ice) e della polizia di frontiera. Da allora gli arresti dell’Ice sono aumentati: 43mila a giugno e quasi 50mila a luglio, i numeri più alti da quando Trump si è insediato e un record per l’agenzia.
I giudici dei tribunali per l’immigrazione, che dipendono dal dipartimento di giustizia, stanno emettendo ordini di espulsione a un ritmo di gran lunga superiore a qualsiasi periodo precedente. Oggi pende un ordine di espulsione su più di 1,6 milioni di migranti, quindi basta un incontro con l’Ice perché possa diventare operativo. Gli attivisti che cercano di proteggere gli immigrati irregolari dicono che è in corso un’“escalation silenziosa”.
Anche se è meno violento e meno visibile, questo piano di Trump resta più aggressivo e crudele di quanto si aspettassero perfino alcuni dei suoi elettori. Il motivo è che le operazioni condotte dalle forze dell’ordine sono molto diverse da quelle del passato.
Nel 2013, quando l’amministrazione Obama aveva espulso più di 430mila persone (un record per l’epoca), le autorità si concentravano soprattutto su chi aveva precedenti penali o aveva appena superato il confine. Ma oggi, con gli attraversamenti alla frontiera al minimo storico, l’amministrazione Trump prende di mira soprattutto persone che vivono nel paese da anni. Molte sono sposate con cittadini statunitensi o hanno figli che sono cittadini statunitensi. Alcune sono perfino minorenni. Una campagna di questo tipo comporta inevitabilmente un aumento degli scontri in strada, delle detenzioni a lungo termine e dei voli carichi di immigrati. Comporta anche molte più polemiche. Nella rete sono finiti molti immigrati che non avevano infranto la legge, con conseguenze che hanno diviso famiglie e danneggiato i datori di lavoro. Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, 56 persone sono morte nei centri di detenzione dell’Ice, più del doppio rispetto al periodo dell’intera amministrazione Biden; secondo i critici, molte persone sono trattenute in condizioni degradanti in strutture sovraffollate.
L’Ice ha fatto ben poco per scrollarsi di dosso la reputazione di trattare i migranti con crudeltà; questo mese è emerso che l’agenzia prevede di spendere fino a 20 milioni di dollari per dotare gli agenti di guanti capaci di dare scosse elettriche. Il dipartimento per la sicurezza interna sta inoltre valutando la creazione di un enorme nuovo centro di detenzione per minorenni non accompagnati e ha reso più difficile per loro trovare avvocati che li rappresentino nei tribunali dell’immigrazione. Circolano notizie di bambini molto piccoli costretti ad affrontare da soli procedimenti di espulsione o sottoposti a maltrattamenti.
Rischiano tutti
Tutto questo sta riducendo il consenso dell’opinione pubblica nei confronti delle politiche di Trump. Oggi più di un quinto delle persone che hanno votato per lui alle presidenziali è a favore dell’abolizione dell’Ice, una posizione che fino a poco tempo fa era considerata di estrema sinistra (in totale, il 47 per cento degli statunitensi vorrebbe chiudere l’agenzia). In quest’ottica l’ostilità nei confronti della campagna di Trump potrebbe danneggiare i repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato. A lungo termine la manovra potrebbe portare a una riforma radicale del sistema dell’immigrazione, ma nel breve periodo è probabile che le espulsioni proseguiranno a ritmi molto alti.
Nello stile e nella sostanza Mullin sembra un discepolo di Tom Homan, incaricato da Trump di gestire la situazione alla frontiera. Entrambi sono fedeli sostenitori del presidente e della linea dura sull’immigrazione, ma preferiscono l’azione concreta alle retate plateali. “Non sto gestendo le cose come chi mi ha preceduto”, ha dichiarato Mullin durante una riunione dei governatori organizzata ad agosto a Oklahoma City. “Non facciamo raid nei luoghi di lavoro. Non andiamo ad arrestare la gente nei parcheggi dei centri commerciali”. I governatori presenti (sia democratici sia repubblicani) hanno riferito all’Economist che il Dhs si è mostrato molto più aperto al dialogo dopo il cambio al vertice. Durante la riunione di Oklahoma City, quando ha preso la parola Wes Moore, governatore democratico del Maryland e potenziale candidato presidenziale nel 2028, Mullin ha commentato scherzosamente: “Con lui parlo abbastanza spesso”.
Sotto la guida di Mullin, il Dhs ha smesso di prendere di mira le città governate dai democratici. Gli arresti nelle strade, però, non si sono interrotti. Quest’estate funzionari dell’Ice hanno riferito al New York Times che la Casa Bianca pretende duemila arresti al giorno. L’agenzia non è ancora riuscita a mantenere un livello simile per un intero mese, ma la pressione per aumentare i numeri sembra avere conseguenze pericolose. A luglio due migranti in Texas e nel Maine sono stati uccisi da agenti dell’Ice durante tentativi di arresto nel corso di controlli stradali. Pochi giorni dopo quattro uomini sono stati avvicinati da agenti dell’immigrazione in Florida. Sono fuggiti a piedi e uno di loro è stato investito da un camion ed è morto.
Nel frattempo l’amministrazione ha allargato la platea delle persone che possono essere arrestate, adottando nuove strategie legali ed esponendo altri 1,7 milioni di immigrati al rischio di essere espulsi. La tattica principale per ottenere questo risultato è la cancellazione dei visti e dei programmi umanitari e di protezione temporanea per chi è arrivato da determinati paesi. Ai tempi dell’amministrazione Biden il confine con il Messico era stato preso d’assalto dai migranti che speravano di poter presentare domanda d’asilo. Per alleggerire la pressione alla frontiera Biden aveva ampliato le alternative legali per i migranti intenzionati a entrare o restare nel paese, tra cui permessi temporanei per motivi umanitari e uno status di “protezione temporanea” (Tps). Quest’ultimo è un programma che permette a persone scappate dai loro paesi dopo disastri naturali o crisi politiche di lavorare e vivere legalmente negli Stati Uniti per un certo periodo di tempo.
L’amministrazione Trump ha sistematicamente smantellato queste tutele, insieme ad altre in vigore da decenni. “Nel 2022 molti di noi avevano fatto presente alle autorità che stavano commettendo un errore, perché lasciavano entrare nel paese persone che in futuro sarebbero state estremamente vulnerabili”, racconta Andrea Flores, che durante le amministrazioni Obama e Biden si è occupata di politica migratoria. Nel complesso, i tribunali hanno finito per favorire la campagna di espulsioni di Trump. A giugno la corte suprema ha stabilito che l’amministrazione può revocare le protezioni Tps per le persone arrivate da Siria e Haiti.
Oggi più di un milione di persone provenienti da 13 paesi hanno perso questa protezione. Molte di loro non possono più lavorare e su di loro pende un ordine di espulsione. E diversamente da altri migranti irregolari, sono particolarmente esposte perché il governo sa perfettamente dove vivono. “Tutte le cancellazioni dei Tps sono entrate in vigore”, ha scritto il Dhs sul proprio profilo X. “Gli individui a cui è stato revocato il Tps dovrebbero lasciare il paese immediatamente. Se non lo faranno, saranno espulsi”. A settembre anche 170mila salvadoregni dovrebbero perdere la protezione temporanea. Alcuni vivono negli Stati Uniti da 25 anni.
L’ossessione di Trump per i programmi di protezione temporanea è cominciata anni fa. Nel 2024, durante un dibattito presidenziale con Kamala Harris, ha sostenuto che a Springfield, in Ohio, gli haitiani mangiavano “gli animali domestici” (naturalmente non era vero). A luglio l’Ice ha ordinato agli haitiani dell’Ohio di presentarsi nella sede dell’agenzia a Columbus, dove sono stati costretti a indossare un dispositivo di monitoraggio alla caviglia. A quanto pare molti di loro sono stati anche invitati a lasciare volontariamente il paese. “Naturalmente nessuno ha accettato”, sottolinea Guerline Jozef della Haitian bridge alliance, un’organizzazione che difende i diritti degli haitiani. Al momento gran parte di Haiti è in mano alle bande criminali.
A ritrovarsi improvvisamente senza protezione non sono solo le persone che rientrano nei programmi Tps. L’amministrazione infatti ha ingolfato il processo burocratico con l’obiettivo di lasciare molti immigrati in un limbo giuridico, compresi quelli che hanno fatto richiesta per il rinnovo del visto e per la green card (le pratiche pendenti sono 11,3 milioni). Di recente gli agenti federali hanno incrementato anche gli arresti in aeroporto degli immigrati con visti scaduti.
Secondo alcuni documenti ottenuti dall’organizzazione America oversight, queste operazioni sono possibili perché l’Ice sta collaborando in modo più intenso con la Transportation security administration, un’agenzia interna degli Stati Uniti che si occupa di sicurezza nei trasporti. Alcune persone arrestate prima di imbarcarsi erano semplicemente rimaste bloccate a causa delle lunghe attese del processo di regolarizzazione. Secondo Mullin gli immigrati che si trovano in un limbo legale pur avendo rispettato le regole non saranno espulsi. “Se un soggetto inserito nel sistema basato sui legami familiari e senza precedenti penali viene arrestato e si presenta alle udienze, sarà rilasciato”, ha dichiarato Mullin a Oklahoma City. Difficilmente gli immigrati gli crederanno.
Come Google Maps
Il Dhs usa anche l’intelligenza artificiale per individuare le persone da arrestare. La Palantir, azienda tecnologica che da tempo collabora con l’Ice, ha fornito al governo uno strumento conosciuto come Elite. Secondo una testimonianza processuale gli agenti che lo usano possono generare una “lista di obiettivi” completa di fotografie, nomi e possibili indirizzi di residenza degli immigrati . “Funziona un po’ come Google Maps”, spiega un agente. “Se viene segnalata una casa dove la probabilità che ci viva un immigrato è del 10 per cento, non ci andiamo”. Dopo gli arresti, gli immigrati finiscono in tribunale, dove i giudici organizzano udienze collettive per decidere su tanti casi il più rapidamente possibile. Mobile pathways, un’organizzazione senza scopo di lucro che analizza i registri giudiziari, definisce una “udienza collettiva” come un procedimento in cui vengono esaminati più di 50 casi. Solo nel mese di giugno ce ne sono state più di 1.300. In un venerdì di qualche settimana fa, nel centro di Los Angeles, il giudice Jaime Jasso ha esaminato 96 casi nel corso di un’unica udienza, durata tre ore. Spesso l’esame dei singoli casi è durato meno di cinque minuti. Durante l’udienza, Jasso controllava continuamente l’orologio. Un impiegato del tribunale racconta che ogni giudice celebra almeno un’udienza collettiva alla settimana. In questi casi, gli immigrati e le loro famiglie riempiono non solo l’aula ma anche i corridoi.
Molti immigrati non si presentano alle udienze per paura di essere arrestati o – sempre più spesso – perché non ricevono in tempo la comunicazione della modifica della data. Un avvocato che non aveva potuto contattare il suo cliente ha riferito a Jasso di non avere la certezza che si trovasse ancora nel paese. Quando un imputato non si presenta all’appuntamento l’avvocato del dipartimento della sicurezza nazionale ne chiede l’espulsione “in absentia”. Secondo Mobile pathways un terzo dei casi esaminati a luglio si è concluso in questo modo. Più aumentano le assenze e più il governo accumula ordini di espulsione.
La campagna di Trump si concentra sugli immigrati, ma sta avendo un effetto rilevante anche sullo stato di diritto. Gli agenti dell’Ice e della polizia di frontiera hanno aggredito i manifestanti nella più completa impunità, e in diversi casi hanno provato ad arrestarli con l’accusa (poco credibile) di aver usato i loro veicoli come armi. Quando agenti con il volto coperto e senza elementi identificativi caricano gli immigrati su veicoli anonimi e senza alcun avvertimento, l’intera scena somiglia molto a un rapimento. In tutto il paese migliaia di agenti federali sono stati spostati da altri incarichi (come l’antiterrorismo o la lotta al narcotraffico) per assistere l’Ice.
Gli agenti delle forze dell’ordine locali, compresi tanti conservatori, temono che le tattiche aggressive dell’Ice possano minare la fiducia nella polizia. “Non si può cominciare a lanciare granate stordenti in giro e pensare di avere successo”, sottolinea Mark Dannels, sceriffo di una contea dell’Arizona. Dannels, vicino all’amministrazione Trump, rivela che molti colleghi l’hanno contattato per lamentarsi dell’Ice. Tanti dipartimenti di polizia hanno lavorato duramente per conquistarsi la fiducia degli immigrati, convincendoli che avrebbero potuto denunciare i crimini senza timore di essere espulsi. Ora questa fiducia è stata spazzata via. Gli eccessi e la brutalità della campagna di Trump stanno rimodellando il panorama politico, a cominciare dal fatto che oggi buona parte degli statunitensi non condivide la crociata del presidente contro gli immigrati. Secondo un sondaggio condotto ad agosto da Economist e YouGov, il consenso di cui gode Trump sull’immigrazione è decisamente negativo (-13 punti). Tra gli ispanici, il cui voto ha contribuito all’elezione di Trump nel 2024, l’indice di popolarità ha toccato un disastroso -35. Oggi il 55 per cento degli ispanici vorrebbe l’abolizione dell’Ice, il 10 per cento in più rispetto a bianchi o afroamericani. I democratici puntano a conquistare diversi seggi della camera in distretti dove vivono molte persone di origine latinoamericana, attualmente occupati dai repubblicani, tra cui due nel Texas del sud.
Base avvelenata
Ciò nonostante, le espulsioni di massa continuano a essere molto popolari presso la base elettorale di Trump: il 93 per cento delle persone che si considerano legate al movimento Maga approva la gestione dell’immigrazione da parte del presidente. Mike Howell, tra i fondatori della Mass deportation coalition (un gruppo nato dopo l’operazione Metro surge a Minneapolis per spingere l’amministrazione a non fermare le retate) dice che gli arresti “sono ancora troppo pochi. Bisogna andare nelle aree dove c’è una grande densità di immigrati e arrestarli lì”. Howell spera che in futuro queste politiche diventino un criterio decisivo in tutte le primarie repubblicane.
Nel mondo Maga l’approccio meno aggressivo di Mullin è considerato una vigliacca ritirata. Al punto che Steve Bannon, ex consigliere di Trump, e altre figure di spicco del movimento hanno chiesto la sostituzione di Mullin. Anche per questo, il segretario ha sentito la necessità di ingraziarsi la base elettorale di Trump. Ad agosto, dopo aver ragionevolmente detto ai governatori che alcuni settori hanno bisogno della manodopera straniera, Mullin ha immediatamente pubblicato su X un post con toni molto diversi: “Nessuna amnistia per gli immigrati irregolari. Mai”.
Anche tra i democratici è in corso uno scontro sull’immigrazione. Anche se una netta maggioranza dei loro elettori è favorevole ad abolire l’Ice, alcune figure di spicco del partito temono di sembrare troppo radicali e perdere il sostegno dei tanti americani che vorrebbero un maggior controllo delle frontiere.
Alcuni moderati, sia democratici sia repubblicani, sperano che la crudeltà di Trump, abbinata alla lunga serie di politiche migratorie fallimentari (anche sotto Joe Biden), faccia emergere la necessità di cambiare le leggi sull’immigrazione. Il congresso non approva una riforma in materia dagli anni novanta. “Abbiamo provato e fallito tante volte; e credo che il non riuscire a risolvere questa questione abbia un impatto enorme sul nostro paese”, dice John Curtis, senatore repubblicano dello Utah. Il paradosso è che per vent’anni sono stati soprattutto i repubblicani (compreso Trump) a bloccare qualsiasi tentativo di riforma dell’immigrazione, contribuendo a creare l’ambiente politico che ha reso così popolare la retorica del presidente contro gli stranieri.
Oggi circa metà degli statunitensi vorrebbe un aumento degli investimenti per garantire la sicurezza dei confini e limitare il numero di migranti autorizzati a presentare una richiesta d’asilo. Di contro, una percentuale ancora maggiore di elettori approva la creazione di un percorso di regolarizzazione per chi è arrivato nel paese da bambino, ha sposato un cittadino statunitense, ha vissuto nel paese per almeno dieci anni o ha figli con cittadinanza statunitense. Il problema è che molte delle persone prese di mira da Trump rientrano in questa descrizione. Anche per questo motivo, tanti elettori che in passato hanno sostenuto Trump con grande entusiasmo si stanno rendendo conto che la sua politica non somiglia per niente a quella che avrebbero voluto vedere. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1682 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati