Schmitt ha una certa intimità con la musica di Mozart fin dai quindici anni, quando, all’Opéra di Lione, l’aria della contessa delle Nozze di Figaro lo salvò da un suicidio che aveva già progettato. “La guarigione attraverso la bellezza”: così definisce oggi quell’incontro. Diventare padre tardivamente gli ha fatto guardare con occhi nuovi Leopold Mozart, a lungo dipinto come un manipolatore che guadagnava esibendo i figli. La realtà è più complessa, suggerisce Schmitt. La prima tournée europea della famiglia – ottanta città in tre anni – servì a mostrare al mondo il genio di Wolfgang, che allora aveva sei anni. In seguito Leopold, insegnante di musica, si rese conto di non avere più nulla da insegnare al prodigioso figlio e lo portò in Italia perché incontrasse i grandi maestri. È questo il Leopold che emerge dalla penna di Schmitt: esigente – “Un Mozart non deve mai essere mediocre” – ma anche lucido e consapevole dei propri limiti. Non l’uomo arido e inflessibile della leggenda, bensì l’accorto consigliere di un Wolfgang irriverente e maldestro nei rapporti con i potenti. Melomane appassionato, Schmitt ha letto praticamente tutto su Mozart, compresa la sua sterminata corrispondenza, dove ha trovato la frase che dà il titolo originale al romanzo: “Subito dopo Dio viene papà”. Devozione, ribellione, emancipazione: questo è il racconto appassionante e vivace di un meraviglioso e tempestoso rapporto tra padre e figlio. E viene un’irresistibile voglia di riascoltare Mozart.
Marianne Payot, L’Express

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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati