Madeline Cash, al suo esordio nel romanzo e poco più che ventenne, ambienta Pecorelle smarrite in un anonimo sobborgo della west coast, spogliato di riferimenti culturali, politici o storici reali. Al loro posto ha creato una costellazione di trovate argute, a metà tra un esercizio di branding creativo e una parodia delle disfunzioni della provincia statunitense. Al centro ci sono i Flynn, una famiglia che sta andando in pezzi, e soprattutto le tre figlie, di dodici, quindici e diciassette anni. Rispondono male, rincasano tardi e trattengono il respiro fino a svenire: sono le nemiche naturali degli adulti prepotenti, irresponsabili o semplicemente malvagi che popolano il romanzo. La più giovane, Harper, è anche il personaggio più riuscito: intelligentissima, priva di qualsiasi rispetto per l’autorità, affronta senza paura un mondo disonesto e in disfacimento. Cash dipinge questo universo parallelo con una prosa vivace, leggera, accesa da un umorismo quasi casuale. Il suo vero colpo di genio sono però i dialoghi: bruschi, perfino un po’ legnosi, ma maneggiati con tale abilità da produrre raffiche di battute a metà tra un perverso programma educativo per adolescenti e le meditazioni esistenziali di un film di Hal Hartley. Non tutte le sottotrame funzionano ma quella che altrove potrebbe sembrare trascuratezza qui diventa parte del fascino. Con la sua prosa e la sua immaginazione irrequieta, Cash non si limita a osservare il mondo: lo reinventa.
Hannah Gold, **
**The New Yorker
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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati