Archi che sembrano sospirare, una chitarra acustica, poi una voce intrisa di pena amorosa che entra in scena canticchiando: “Non so dove sto andando / ma ho la sensazione di esserci già stato”. Pochi avrebbero accolto con gioia la notizia del divorzio di Beck Hansen dalla moglie Marissa Ribisi nel 2021, eppure si può ben dire che un Beck col cuore spezzato dia il meglio di sé, come dimostrano i primi 45 secondi del brano Bleed. Tra le vette della sua discografia, Odelay (1996) è stato il capolavoro postmoderno, ma è stato Sea change (2002) – scritto all’indomani della rottura con la compagna Leigh Limon – a consacrare Beck tra i grandi. Ride lonesome è l’ultimo capitolo della sua serie di album acustici che comprende anche Mutations e Morning phase. Il padre di Hansen, il settantottenne David Campbell, torna a lavorare con il figlio alle orchestrazioni barocche, tra cui spicca l’accompagnamento di In the night. Ride lonesome è un album solido dall’inizio alla fine. L’essenza del suo struggimento è racchiusa nel ritornello: “I want you / Yes I do”. Riservando il meglio per la conclusione, il brano finale Beyond the light intreccia tutti i fili del disco in cinque minuti e mezzo d’intensità crescente e catartica. Non si vorrebbe mai augurare a Beck Hansen ulteriori tormenti emotivi, eppure questo brano offre una dimostrazione straordinaria di quell’alchimia capace di trasformare il dolore in bellezza.
Tom Doyle, Mojo

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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati