Il 29 settembre la Malaysia ha avviato il processo di espulsione di circa 1.500 profughi rohingya nel quadro di un programma di rimpatrio dei rifugiati concordato con il governo birmano e annunciato a luglio, nonostante le obiezioni delle Nazioni Unite e di decine di gruppi per i diritti umani. L’espulsione, scrive Nikkei Asia, è la prima fase di un piano che prevederebbe il rimpatrio di cinquemila persone. Kuala Lumpur ha affermato che l’adesione al programma è strettamente volontaria, ma l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) e le organizzazioni della società civile hanno espresso preoccupazione per la sicurezza delle persone rimpatriate, dato che in Birmania imperversa una guerra civile dal 2021, con l’esercito impegnato a combattere gruppi armati su più fronti. Nel 2017 l’esercito birmano lanciò una campagna di persecuzioni violente contro la minoranza musulmana dei rohingya nello stato del Rakhine, spingendo 700mila persone oltre il confine con il Bangladesh, dove oggi vivono in condizioni precarie 1,2 milioni di profughi. L’Unhcr ha detto di non essere stato coinvolto nell’identificazione delle persone da rimpatriare. Chi tornerà in Birmania, scrive Al Jazeera, rischia l’arruolamento forzato o la detenzione. Negli ultimi anni la Malaysia ha inasprito i controlli sull’immigrazione a causa della crescente ostilità locale nei confronti dei profughi. Secondo i dati dell’Unhcr, la Malaysia ospita circa 193mila rifugiati provenienti dalla Birmania, di cui circa due terzi rohingya. Il primo ministro malaysiano Anwar Ibrahim ha fatto sapere che in cambio del rimpatrio inviterà Min Aung Hlaing, ex capo della giunta militare e ora presidente della Birmania, per una visita ufficiale. Anche se l’Associazione delle nazioni del sudest asiatico (Asean) ha una posizione ufficiale nei confronti del governo golpista, i singoli paesi mantengono rapporti bilaterali con il leader birmano. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati