“Per 12 anni il nuovo ponte sul fiume Yalu, il confine naturale tra la Cina e la Corea del Nord, è stato il vicolo cieco più costoso dell’Asia nordorientale”, scrive Lee Seong-hyon su The Interpreter. “Completato da Pechino nel 2014 al costo di 350 milioni di dollari, la struttura a quattro corsie si estendeva dalla città cinese di Dandong per terminare bruscamente in una zona rurale non asfaltata fuori da Sinuiju, in Corea del Nord. Ma il 15 ottobre Pechino e Pyongyang hanno ufficialmente aperto il valico al traffico. Perché proprio ora? Aprendo il traffico commerciale ad alta capacità, Pechino sta fisicamente mandando in pensione l’era della pressione sulla Corea del Nord attraverso le sanzioni, garantendo che né il corteggiamento di Mosca verso Pyongyang per interessi legati alla guerra né l’appetito di Washington per nuovi vertici tra il presidente Donald Trump e Kim Jong-un indebolire il suo ruolo di arbitro indispensabile nella penisola coreana”. Si potrebbe interpretare tutto questo come un successo di Kim Jong-un, che ha usato l’alleanza con Mosca per spingere Pechino a impegnarsi di nuovo nei suoi confronti. “In realtà”, ricorda Lee, “la Cina rappresenta ancora il 98 per cento del commercio estero ufficiale della Corea del Nord. Mosca può fornire a Pyongyang nell’immediato garanzie di sicurezza, carburante, grano e tecnologie militari in cambio di truppe e munizioni, ma non la catena di approvvigionamento industriale, i beni di consumo, i fattori produttivi agricoli e le economie di scala necessarie al funzionamento dell’economia nordcoreana. Infine, l’apertura del ponte è un messaggio forte per Washington e Seoul: una Corea del Nord dotata di armi nucleari, collegata da un’autostrada a quattro corsie al cuore industriale della Cina e da un nuovo ponte stradale con la Russia, è protetta dalle pressioni economiche come mai prima d’ora”. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati