Roy Lichtenstein, Crying girl, 1963 (© Whitney Museum of American Art)

Sei anni fa, quando il Whitney museum decise di organizzare questa grande retrospettiva dedicata a Roy Lichtenstein, i curatori intuirono che il suo immaginario, tratto dai fumetti e dalla pubblicità, potesse trovare riscontro in un pubblico cresciuto senza la consapevolezza di un confine tra cultura alta e popolare. Non avevano previsto che una nuova tecnologia avrebbe sconvolto le nostre concezioni di originale e copia in modo ancora più radicale rispetto a quando l’artista era in vita. Lichtenstein è diventato così visivamente familiare che qualsiasi bot può sfornare un’immagine punteggiata del nostro cane alla sua maniera. Lui però usava spirito critico e consapevolezza sensoriale. Se la cultura di massa riduceva la vita umana a un prodotto standardizzato, l’artista riorientava l’immaginario di quella cultura per affermare l’unicità della visione umana. Trasformando la trama grafica in segni visibili, non si limitava a criticare la cultura consumistica statunitense, ma individuava nell’immaginario di massa più meccanico ed economico una percezione umana che doveva essere resa visibile prima di poter essere difesa. The New York Times

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati