Poche trasformazioni del ventesimo secolo hanno avuto un impatto sul mondo pari a quello della “rivoluzione verde”. Dagli anni cinquanta in poi le nuove varietà di colture ad alta resa, i fertilizzanti sintetici, i pesticidi chimici e l’irrigazione su larga scala hanno determinato un drastico aumento della produzione di alimenti di base come frumento e riso. Secondo i più entusiasti questa trasformazione avrebbe arginato le carestie e contribuito a sostenere una rapida crescita della popolazione in gran parte dell’Asia e dell’America Latina. L’India, uno dei centri fondamentali della rivoluzione verde, tra la metà degli anni sessanta e i primi anni settanta ha più che raddoppiato la produzione di grano.

Come notato da molti critici, tuttavia, la rivoluzione verde ha comportato anche enormi costi ambientali e sociali. Una delle conseguenze meno discusse è il nesso che ha creato tra la produzione alimentare e l’industria dei combustibili fossili in ogni fase del lavoro agricolo. Le rese più alte sono state ottenute grazie a un forte aumento della meccanizzazione, dell’irrigazione e soprattutto dell’uso dei fertilizzanti sintetici. Prima della metà del secolo scorso in tutto il sud globale gli agricoltori usavano additivi organici come letame e compost per preservare i nutrienti del suolo. Le nuove varietà ad alta resa introdotte con la rivoluzione verde, al contrario, erano in grado di fornire le produzioni promesse solo con apporti massicci e ripetuti di fertilizzanti industriali, in particolare prodotti a base di azoto come l’urea e il nitrato di ammonio. Poiché molti di questi fertilizzanti derivano dal gas naturale, la rivoluzione verde ha vincolato via via la produzione alimentare mondiale a una fornitura di idrocarburi in costante crescita.

C’è chi da tempo esprime dubbi sulla sostenibilità di questo sistema basato sui combustibili fossili. Ma ora che i prezzi del petrolio e del gas sono aumentati vertiginosamente a causa della guerra israelo-statunitense contro l’Iran e il commercio globale dei fertilizzanti è stato in gran parte bloccato, le potenziali criticità sono diventate lampanti. Dopo appena sette settimane, per milioni di persone nei paesi più vulnerabili dell’Asia e dell’Africa sale il rischio di carenze alimentari e perfino di carestie.

I dati della Banca mondiale evidenziano i legami tra energia e alimenti. A marzo l’indice dei prezzi energetici dell’organizzazione è salito del 41,6 per cento, trainato da un aumento del 59,4 per cento del gas naturale europeo e del 45,8 per cento del Brent. Nello stesso mese i prezzi dei prodotti alimentari sono cresciuti del 2,7 per cento e quelli dei fertilizzanti del 26,2 per cento. L’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) ha avvertito che se la crisi continuerà nella prima metà del 2026 i prezzi globali dei fertilizzanti potrebbero registrare un aumento medio del 15-20 per cento.

Spesso si fa un paragone con gli shock dei prezzi alimentari del 2007-2008 e del 2022, quando l’impennata dei costi dell’energia ha contribuito a far aumentare i prezzi dei fertilizzanti e dei trasporti, amplificando gli squilibri commerciali e spingendo al rialzo il costo dei prodotti alimentari di base. Tuttavia il momento attuale si differenzia dalle crisi precedenti per un aspetto cruciale. Da almeno due decenni le monarchie del golfo Persico, tra cui Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, svolgono un ruolo più centrale nell’economia alimentare mondiale. Oggi gli stati del Golfo determinano direttamente la produzione e la distribuzione, fornendo alcuni additivi chimici fondamentali, esportando grandi quantità di fertilizzanti e controllando i corridoi logistici attraverso i quali transitano i prodotti alimentari e agricoli in gran parte del Medio Oriente, dell’Asia centrale e orientale e dell’Africa.

La maggiore integrazione tra le due realtà è ciò che rende questo conflitto diverso e potenzialmente più grave rispetto agli anni precedenti. Uno shock nel Golfo oggi può avere un rapido effetto a cascata sulle catene di approvvigionamento tra le aziende agricole e gli scaffali dei negozi. Qualsiasi interruzione prolungata nella regione può avere ripercussioni nell’immediato, che sia a causa della chiusura di corridoi marittimi cruciali, dei costi più alti di trasporto e assicurazione, dei blocchi nei porti e negli hub di riesportazione o del danno alle infrastrutture energetiche e industriali.

Lungo tutta la filiera

Uno dei segnali più evidenti del nuovo ruolo del Golfo nell’economia alimentare mondiale è il suo peso crescente nella produzione di prodotti chimici e fertilizzanti. La vecchia immagine delle monarchie del Golfo come esportatrici di gas e petrolio non funziona più. Oggi la regione si colloca al centro dell’agricoltura moderna, non solo in quanto produttrice di fertilizzanti ma anche come forza che influenza questo settore nei paesi vicini.

Il cambiamento riflette una più ampia trasformazione del settore del gas e del petrolio nel Golfo. Negli ultimi anni le grandi aziende energetiche statali della regione hanno ampliato la loro presenza lungo tutta la filiera degli idrocarburi, usando gas a basso costo, infrastrutture industriali e investimenti pubblici per diventare produttori delle materie prime chimiche da cui dipende l’agricoltura moderna. Questa integrazione verticale è stata resa possibile dalle enormi eccedenze finanziarie generate grazie alle crescenti esportazioni di idrocarburi verso la Cina e più in generale l’Asia orientale. Aziende come la Saudi Aramco e la Abu Dhabi national oil company (Adnoc) hanno usato questi introiti inattesi per finanziare la diversificazione industriale nel settore della produzione chimica.

Un impianto di miscelazione di fertilizzanti a Gombe, in Nigeria, nel 2023 (Finbarr O’Reilly, The New York Times/Contrasto)

Un esempio significativo è quello dell’ammoniaca, che secondo l’Agenzia internazionale dell’energia garantisce “un contributo indispensabile ai sistemi agricoli globali” ed è l’elemento di base per la produzione di tutti i fertilizzanti azotati minerali. Circa il 70 per cento dell’ammoniaca mondiale è usato per la produzione di fertilizzanti, e poco meno del 30 per cento delle esportazioni globali di ammoniaca proviene dal Medio Oriente. L’Arabia Saudita ne è il secondo principale esportatore, mentre nel 2024 l’Oman era al sesto posto. Le esportazioni dal Golfo sono particolarmente importanti per i mercati al di fuori del Nordamerica e dell’Europa occidentale. Nel 2024 Arabia Saudita, Oman e Qatar hanno fornito in totale più di tre quarti delle importazioni di ammoniaca dell’India e il 30 per cento del Marocco. Di conseguenza la produzione di cibo in Asia meridionale e in Africa settentrionale è diventata fortemente dipendente dai flussi di azoto provenienti dal Golfo.

Lo zolfo è un altro elemento fondamentale per l’agricoltura moderna. Anche se meno visibile dell’ammoniaca, è usato per produrre l’acido solforico necessario a trasformare la fosforite in acido fosforico, che a sua volta serve a produrre i concimi fosfatici. Circa metà dello zolfo trasportato via mare al livello globale passa dallo stretto di Hormuz ed è per lo più prodotto dalle aziende energetiche statali dei paesi del Golfo, principalmente Adnoc, Qatar­Energy, Kuwait petroleum corporation e Saudi Aramco. Il Marocco, sede della più grande industria di fosfati al mondo, è il maggiore importatore di zolfo al livello globale, con tre quarti delle sue importazioni che nel 2024 provenivano dal Golfo.

Prodotti chimici come ammoniaca e zolfo sono importanti per l’agricoltura perché sono convertiti in fertilizzanti su vasta scala. La maggior parte dell’ammoniaca proveniente dal Golfo è trasformata in urea, il concime azotato più usato al mondo. I paesi del Golfo rappresentano il 35 per cento del commercio globale di urea; nel 2024 l’Arabia Saudita era il primo esportatore mondiale di urea, mentre l’Oman era al terzo posto. Anche il fosfato di monoammonio (Map) e il fosfato di diammonio (Dap), due dei principali fertilizzanti usati per portare fosforo alle colture, sono strettamente legati alla produzione del Golfo e alle rotte di esportazione della regione. Nel 2024 i paesi a monte di Hormuz rappresentavano il 18 per cento del commercio globale di Map e Dap.

Porti e magazzini

Come ha recentemente mostrato Christian Henderson dell’università di Leida, i paesi del Golfo oggi sono anche profondamente coinvolti nel controllo transfrontaliero di grandi aziende agroalimentari in tutto il Medio Oriente. L’Egitto, secondo esportatore mondiale di urea, offre un chiaro esempio di cosa questo significhi per la produzione di fertilizzanti.

Profughi sudanesi a Oure Cassoni, in Ciad, il 24 febbraio 2026 (Dan Kitwood, Getty)

Una sostanziosa fetta della produzione di azoto egiziana destinata all’esportazione è nelle mani della Fertiglobe, un’azienda oggi controllata dall’emiratina Adnoc e che, stando ai suoi risultati finanziari del 2024, afferma di essere il più grande esportatore di ammoniaca e urea via mare. Tra le attività egiziane della Fertiglobe ci sono la Egyptian fertilizers company, con una capacità produttiva annuale di 1,7 milioni di tonnellate di urea e 0,9 milioni di tonnellate di ammoniaca, e la Egypt basic industries corporation, che produce altri 0,7 milioni di tonnellate di ammoniaca all’anno. Per fare un paragone la Misr fertilizers production company (Mopco), che gestisce il più grande stabilimento di fertilizzanti azotati in Egitto, nel 2024 ha registrato una produzione di 1,7 milioni di tonnellate di urea e 1,1 milioni di tonnellate di ammoniaca. Circa il 44 per cento della Mopco appartiene a fondi di investimento sauditi ed emiratini.

I costi e la disponibilità delle derrate alimentari mondiali dipendono tanto dalla distribuzione quanto dalla produzione. I cereali e altri prodotti di base devono essere immagazzinati, trasportati, lavorati e ridistribuiti su lunghe distanze, spesso attraverso un ristretto numero di corridoi commerciali con un’alta concentrazione di traffico. È un’altra sfera in cui il Golfo, e gli Emirati in particolare, sono diventati sempre più influenti.

Nel 2024 il dipartimento per l’agricoltura degli Stati Uniti osservava che “la centralità degli Emirati Arabi Uniti nei flussi del commercio alimentare globale, soprattutto verso il Medio Oriente e l’Africa settentrionale, ha consentito al paese di affermarsi come hub di riesportazione”. Gli Emirati oggi figurano tra i primi cinque hub di riesportazione al livello globale, da cui partono grandi quantità di grano e riso dirette verso paesi come Somalia, Ghana, Mozambico e Zimbabwe. In una testimonianza davanti al congresso statunitense nel 2024, Jon Alterman del Center for strategic and international studies ha illustrato ancora più efficacemente il quadro generale, osservando che il 60 per cento del commercio cinese con l’Europa e l’Africa passa dagli Emirati Arabi Uniti, insieme a una grossa fetta del suo commercio con il Medio Oriente.

Questo potere logistico del Golfo si fonda sul controllo di vaste reti integrate verticalmente che collegano porti, magazzini, trasporti via terra, zone franche e stabilimenti alimentari. Il porto di Jebel Ali a Dubai ne è l’esempio più lampante. Gestito dall’azienda di logistica statale Dp world, è il principale porto artificiale al mondo, con più di ottanta spedizioni alla settimana verso oltre 150 porti nel mondo. Nella sua classifica del 2025 il quotidiano specializzato Lloyd’s List assegnava a Dubai il nono posto al livello globale per volume di container, evidenziandone il ruolo cruciale di hub commerciale. Il porto di Jebel Ali opera nel contesto di un più vasto ecosistema logistico, integrato con trasporti marittimi, aerei e terrestri ed è collegato ai magazzini e alla riesportazione di beni in tutto il Golfo e oltre. Questo lo rende un importante punto di redistribuzione per i prodotti alimentari in movimento verso i paesi limitrofi in Medio Oriente, Africa orientale e parti dell’Asia meridionale.

Andamenti paralleli
Prezzi alimentari e prezzi del petrolio (Financial times)

Rafforzare l’influenza

Jebel Ali è diventato anche un importante punto di transito per le catene di approvvigionamento umanitarie, tra cui il trasporto di 45mila tonnellate di sacchi di farina di grano inviate nel 2024 alle regioni interessate da conflitti in Medio Oriente e Africa. Allo stesso tempo, il porto resta un nodo cruciale nell’architettura militare statunitense nella regione ed è stato definito il più usato dalla marina statunitense al di fuori degli Stati Uniti. La sovrapposizione di logistica militare, transito umanitario e circolazione delle merci è parte di una più ampia strategia per rafforzare la sfera d’influenza degli Emirati al di là dei loro confini, ampliando la portata geopolitica delle reti commerciali.

Il porto di Khalifa ad Abu Dhabi è un elemento fondamentale di questa strategia. Nel 2025 la Ad ports, che lo gestisce, ha firmato un contratto di locazione cinquantennale con un’azienda emiratina di trasformazione dei cereali per sviluppare un impianto di stoccaggio e lavorazione del grano sul molo sud, collegando esplicitamente questa infrastruttura alla gestione di derrate alimentari strategiche. Il progetto espanderà la capacità dei silos e in seguito sosterrà un complesso integrato di lavorazione dei cereali. È un’ulteriore indicazione del fatto che i porti del Golfo sono sempre più coinvolti nella produzione e nella fornitura di cibo. Questo conferisce alle aziende dell’area una maggiore influenza sul transito e sul trasporto di derrate in diverse regioni.

Forte dipendenza
I dieci principali importatori di zolfo, urea e ammoniaca nel 2025, in milioni di tonnellate (financial times)

Con il Golfo ormai integrato a diversi livelli nel sistema alimentare, i primi segnali di questo shock sono già visibili nei prezzi del cibo e nei costi della produzione agricola. Nel Regno Unito la Food & drink federation all’inizio di aprile ha avvertito che come conseguenza della guerra l’inflazione alimentare potrebbe arrivare al 10 per cento entro la fine del 2026, molto al di sopra del 3,2 per cento delle previsioni precedenti. In tutta Europa la stretta si avverte anche a causa di costi più alti come per esempio il prezzo dei fertilizzanti azotati, che a marzo è salito di circa il 20 per cento.

Ma questi shock del sistema alimentare colpiranno più duramente i paesi non occidentali. Un rapporto di marzo dell’agenzia dell’Onu per il commercio e lo sviluppo sul blocco dello stretto di Hormuz ha rilevato che nel 2024 il Sudan ha importato il 54 per cento dei fertilizzanti via mare dalla regione del Golfo, la quota più alta al mondo. Seguivano lo Sri Lanka con il 36 per cento, la Tanzania con il 31 per cento, e la Somalia con il 30, ma anche paesi come il Kenya e il Mozambico sono molto esposti. A differenza di Stati Uniti e Unione europea, questi stati non possiedono le capacità economiche per estendere i sussidi ad agricoltori e fasce più povere di popolazione nell’eventualità di un grave shock dei prezzi alimentari.

Chi paga le conseguenze

Questa vulnerabilità assume forme diverse. In Tanzania i prezzi più alti minacciano i sistemi agricoli già messi a dura prova dalla variabilità del clima e dagli alti costi di importazione. In Somalia il rischio è aggravato dalla siccità che secondo quanto affermato dalla Fao a gennaio sarà probabilmente “grave e diffusa come quelle precedenti del 2022, 2017 e 2011”. Nello Sri Lanka, ancora in ripresa dopo una crisi della bilancia dei pagamenti e anni di instabilità economica, un nuovo aumento del costo dei fertilizzanti rischia di far crescere direttamente l’inflazione alimentare e lo stress fiscale. Più in generale, il Programma alimentare mondiale (Pam) ha stimato che altri 45 milioni di persone, due terzi delle quali si trovano in Africa, saranno ridotte alla fame a causa della guerra.

Il Sudan è forse il caso più estremo. Dopo tre anni di guerra civile il paese affronta condizioni di carestia in varie parti del territorio, con 19 milioni di persone (poco più del 40 per cento della popolazione) esposte a insicurezza alimentare acuta. Quasi una persona su tre è sfollata e il Sudan attraversa “la peggiore crisi umanitaria e di sfollamento al mondo” secondo il rapporto di febbraio dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati.

Industria farmaceutica
Rischi per l’Europa

◆ La situazione dello stretto di Hormuz ha anche un impatto sulla filiera globale dei farmaci, rivelando quanto la produzione e la distribuzione di medicinali dipendano da risorse energetiche, rotte commerciali ed equilibri geo­politici. Dietro una semplice pillola c’è una catena complessa che parte da derivati petrolchimici – come metanolo ed etilene – indispensabili per sintetizzare alcuni princìpi attivi e i materiali di confezionamento.

Questa dipendenza dai combustibili fossili si intreccia con una forte concentrazione geografica della produzione: la fornitura di farmaci generici e ingredienti è dominata dall’India e dalla Cina. Il conflitto in Medio Oriente sta però rallentando o bloccando i transiti marittimi e la capacità degli aerei cargo, colpendo soprattutto i farmaci che richiedono catene del freddo e tempi di consegna rapidi. Nel breve periodo le scorte possono reggere, ma se la crisi dovesse continuare aumenteranno i rischi di carenze e rincari. Un’altra vulnerabilità riguarda l’elio, fondamentale per raffreddare i magneti semiconduttori delle risonanze magnetiche, prodotto soprattutto in Qatar.

Questa crisi mostra la debolezza strutturale dell’Europa, dipendente dall’Asia per i farmaci essenziali e dagli Stati Uniti per quelli innovativi. L’Unione europea sta lavorando a iniziative per riportare la produzione al proprio interno, cosa che però potrebbe far aumentare i costi, con probabili ricadute sui prezzi e sull’accesso alle cure. Scienza in Rete, Bbc


Gli interventi di assistenza per il Sudan dipendono dalla International humanitarian city di Dubai, il più importante hub logistico di soccorso in caso di catastrofe, che si trova vicino al porto di Jebel Ali. A causa della guerra agenzie come il Pam hanno dirottato le spedizioni umanitarie facendole passare dal Capo di Buona Speranza, in Sudafrica, con un aumento di tre settimane dei tempi di percorrenza e un significativo incremento dei costi. In un simile contesto la dipendenza dalle forniture di fertilizzanti e dai corridoi commerciali legati al Golfo aggrava le potenziali implicazioni della guerra attuale in termini di sicurezza alimentare.

Tutto ciò avviene in un momento in cui gran parte del sud globale è già sopraffatto dall’indebitamento, con il costo dei prestiti destinato a salire nei prossimi mesi. Mentre la guerra fa impennare i prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari, le pressioni inflazionistiche fanno crescere i tassi di interesse, e gli investitori ripiegano sul dollaro o su altri beni rifugio. Il risultato è che i prestiti diventeranno più scarsi e costosi per i paesi poveri, perché i creditori pretenderanno tassi di rendimento più alti per comprarne il debito.

Per governi con importanti passività in dollari questo significa valute più deboli, maggiori costi di importazione e un aumento simultaneo del servizio del debito. Secondo la Conferenza dell’Onu sul commercio e lo sviluppo, nel 2024 i paesi meno industrializzati hanno pagato la cifra record di 921 miliardi di dollari in interessi, mentre l’aumento del servizio del debito intacca fondi che potrebbero essere spesi in sussidi e protezioni sociali. Il numero di paesi che pagano ai loro creditori esteri più di quello che ricevono sotto forma di nuovi prestiti è raddoppiato negli ultimi dieci anni. Nel sud globale un totale di 3,4 miliardi di persone vive in paesi che spendono più per gli interessi sul debito che in sanità o istruzione.

Queste realtà mostrano perché dobbiamo allentare la morsa degli idrocarburi sui nostri sistemi alimentari. Gli agricoltori, le organizzazioni non governative e la comunità scientifica da tempo sostengono che un’agricoltura più sostenibile è possibile e necessaria, compresi sistemi che prevedano la rotazione delle colture invece delle monocolture incoraggiate dalla rivoluzione verde, un uso più ampio di concimi e pratiche agricole naturali e una rinnovata attenzione verso la salute del suolo. Simili approcci potrebbero ridurre le emissioni di combustibili fossili legate alla produzione agricola. Diminuirebbero inoltre la dipendenza da additivi chimici d’importazione il cui prezzo e la cui disponibilità sono influenzati dalla guerra e dalla volatilità energetica.

Oggi la cosa più urgente è non solo mettere fine alla guerra, ma anche fare passi concreti per proteggere i più poveri dagli effetti che si ripercuoteranno su di loro ben oltre la fine delle ostilità. Aumento degli aiuti, cancellazione incondizionata del debito e finanziamenti di emergenza sono priorità immediate per garantire le forniture alimentari e umanitarie e contenere l’impatto dei crescenti costi di fertilizzanti e trasporti. Carestie e insicurezza alimentare diffusa sono la conseguenza prevedibile dell’aggressione militare nel Golfo. Questa realtà dovrebbe avere un peso importante in un mondo che ha interpretato la guerra attuale principalmente attraverso la lente ristretta dell’instabilità dei prezzi del petrolio. ◆ fdl

Adam Hanieh dirige il Middle East institute della School of Oriental and African studies di Londra, dove insegna economia politica e sviluppo globale.

© The Financial Times Limited 2026. All Rights Reserved. Il Financial Times non è responsabile dell’accuratezza e della qualità di questa traduzione.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati