Qassem Soleimani, generale dei Guardiani della rivoluzione iraniani e comandante della forza Quds, l’unità responsabile delle operazioni all’estero e sotto copertura, una volta fu descritto dall’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica, come “un martire vivente della rivoluzione”. Quel martire vivente oggi è un martire morto, ucciso il 3 gennaio da un attacco aereo statunitense insieme ad altre cinque persone all’aeroporto di Baghdad. Khamenei ha avvertito in un tweet che sarebbe arrivata una “dura vendetta”; Hassan Nasrallah, segretario generale del movimento libanese Hezbollah (vicino all’Iran), ha affermato che sarà “compito e responsabilità di tutti i combattenti della resistenza nel mondo” vendicare gli omicidi.

Non c’è dubbio che l’Iran e i suoi alleati nella regione siano in grado di reagire. In gran parte grazie al lavoro fatto da Soleimani negli ultimi vent’anni, la Repubblica islamica si è ritagliata una zona d’influenza regionale ampia e radicata e le sue reti sono particolarmente potenti in Iraq. Nei giorni precedenti all’uccisione di Soleimani c’erano stati scontri tra gli Stati Uniti e le milizie filoiraniane in Iraq: Washington aveva ucciso 25 combattenti della milizia Kataib Hezbollah dopo la morte di un contractor civile statunitense vicino Kirkuk, e l’ambasciata statunitense era stata presa d’assalto dai sostenitori della milizia.

Nato nelle aree rurali dell’Iran orientale nel 1957, Soleimani apparteneva alla generazione che ha fatto la rivoluzione ed era un veterano della guerra tra Iran e Iraq, in cui morì quasi un milione di iraniani. La sua convinzione che l’Iran dovesse essere forte, e l’Iraq debole e diviso, si formò allora. Lo stesso vale per l’ostilità verso gli Stati Uniti, che sostennero le forze di Saddam Hussein mentre usavano gas tossici contro le truppe iraniane. Soleimani considerava il campo di battaglia un “paradiso perduto dell’umanità, in cui la moralità e la condotta umana sono all’apice”, e aveva dimostrato ingegno e mancanza di scrupoli nell’espandere l’influenza iraniana in tutto il Medio Oriente e in Afghanistan.

Temuto e ammirato

Soleimani si era guadagnato nemici in abbondanza, e oggi molti celebrano la sua fine violenta: gli statunitensi che hanno combattuto in Iraq, dove le forze addestrate da Soleimani hanno ucciso centinaia di soldati; gli israeliani, consapevoli del suo ruolo fondamentale nell’affermazione dell’Iran e di Hezbollah; gli oppositori siriani di Bashar al Assad, salvato dall’intervento di Soleimani; i sauditi, da cui era considerato il temibile architetto della “mezzaluna sciita”, che mette a rischio i loro interessi in Yemen, Bahrein e Libano; i miliziani dello Stato islamico, che disprezzano gli sciiti in quanto eretici. Anche molti iraniani non sentiranno la sua mancanza. Instancabile difensore della Repubblica islamica e incrollabile alleato di Khamenei, Soleimani era convinto che la repressione fosse la risposta giusta e necessaria alle proteste: nel 1999 firmò con un gruppo di capi dei Guardiani della rivoluzione una lettera rivolta al presidente Mohammad Khatami in cui si diceva che se lui non avesse schiacciato una rivolta studentesca lo avrebbero fatto loro.

Ma Soleimani sapeva anche essere pragmatico. In Afghanistan aveva lavorato con gli statunitensi e in Iraq era abile a mediare le tregue quasi quanto a organizzare operazioni militari e a raccogliere informazioni. Il suo principale obiettivo era aumentare l’influenza iraniana e rafforzare il potere sciita nella regione. Il suo successo aveva conquistato il rispetto degli iraniani, anche di chi critica l’autoritarismo della Repubblica islamica. Era ammirato inoltre da molti sciiti nel sud del Libano, nonostante alcune critiche (espresse sommessamente) per il numero di vittime libanesi sciite in Siria.

Soleimani era un importante leader politico oltre che un generale, per questo era intoccabile agli occhi degli Stati Uniti: prima che Donald Trump andasse al potere, ucciderlo era fuori discussione. Nonostante la decisione avventata di fare a pezzi l’accordo con l’Iran sul nucleare e nonostante la sua retorica, Trump sembrava restio a innescare un’escalation militare. A settembre aveva licenziato il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, sostenitore di una guerra con l’Iran. Poco dopo gli Stati Uniti non avevano risposto a un attacco con i droni contro la Saudi Aramco, la compagnia petrolifera degli alleati dell’Arabia Saudita, che sembrava opera dell’Iran.

L’ultima goccia

Qual è stato quindi il punto di rottura? L’assalto all’ambasciata statunitense a Baghdad è stato cruciale: a parte le critiche personali, o la prospettiva dell’impeachment, da cui questo scontro offre un’utile distrazione, non c’è nulla che faccia infuriare Trump quanto la messa a nudo della debolezza degli Stati Uniti. Soleimani sembrava divertirsi a prendere in giro gli statunitensi. “Trump, siamo vicini a te più di quanto ti aspetti”, aveva detto nel 2018. Forse Trump ha voluto dimostrare a Soleimani di essergli vicino quando non se lo aspettava. E il commento di Khamenei dopo l’assalto all’ambasciata a Baghdad, “non puoi fare niente”, potrebbe essere stata l’ultima goccia.

È difficile spiegare la decisione di Trump se non come la reazione a un affronto, perché un’escalation così pericolosa sembra incoerente con la sua avversione per le guerre all’estero. Come ha commentato su Twitter Robert Malley dell’International crisis group, l’uccisione di Soleimani è una dichiarazione di guerra all’Iran. È possibile che Trump ne sia inconsapevole o che pensi che l’Iran “non possa fare niente”, ma in questo caso avrebbe le allucinazioni.

Uccidendo Soleimani, Trump non solo ha fornito alla Repubblica islamica un potente casus belli, ma ha anche rafforzato la sua retorica del martirio per mano del grande Satana, e potrebbe contribuire a consolidare il potere della guida suprema proprio nel momento in cui il regime deve affrontare le proteste popolari antiraniane in Iraq e in Libano e sta vacillando per una serie di rivolte interne in cui centinaia di iraniani sono stati uccisi dalle forze di sicurezza. Non sarebbe la prima volta che il governo statunitense si dimostra un alleato degli oltranzisti iraniani. L’uomo un tempo noto come il martire vivente sorriderebbe. ◆ _fdl _

Adam Shatz _ è un giornalista della London Review of Books. Ha collaborato anche con il New Yorker, la New York Review of Books e il New York Times Magazine._

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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati