“La Cina aumenterà il suo contributo nazionale adottando politiche e misure più ambiziose. Puntiamo a raggiungere il picco delle emissioni di gas serra entro il 2030 e ad azzerare le emissioni nette entro il 2060”. L’intervento in videoconferenza di Xi Jinping all’assemblea generale delle Nazioni Unite il 22 settembre non era stato largamente anticipato. Ma con queste due semplici frasi il leader cinese potrebbe aver ridefinito le prospettive future dell’umanità.

Può sembrare un’esagerazione, ma nelle politiche sul clima è difficile sopravvalutare l’importanza della Cina. A causa dell’enorme accelerazione della sua crescita economica a partire dal 2000 e della sua dipendenza dall’energia prodotta dalle centrali a carbone, oggi la Cina è di gran lunga il paese che emette più anidride carbonica: il 28 per cento del totale, quasi quanto quella prodotta da Stati Uniti, Unione europea e India messi insieme. Le sue emissioni pro capite sono più alte di quelle dell’Europa, se si calcolano in base ai beni prodotti e non a quelli consumati.

Il cambiamento climatico non dipende da quanta anidride carbonica viene prodotta in un anno, ma da quanta se n’è accumulata nell’atmosfera terrestre nel corso del tempo. Se si assegna una quota di emissioni uguale a ciascuna persona sul pianeta, l’argomento secondo cui la responsabilità storica per l’accumulo di anidride carbonica è soprattutto dell’Europa e degli Stati Uniti rimane valido. Ancora oggi le emissioni pro capite della Cina sono meno della metà di quelle degli Stati Uniti. Ma per quanto riguarda le emissioni future, tutto dipende dalla Cina. Per quanto gli europei e gli americani possano essere preoccupati dalle politiche sul clima, sono essenzialmente degli spettatori di un futuro che sarà determinato dalle decisioni delle grandi economie in rapido sviluppo dell’Asia, con la Cina nettamente al primo posto. La sua rapida ripresa dallo shock del covid-19 non fa che confermarlo. Con le sue frasi asciutte, Xi ha tracciato gran parte della strada che ci attende.

Quando l’importanza del suo intervento è risultata evidente, gli esperti hanno fatto i calcoli e hanno concluso che, se fosse rispettato in pieno, il nuovo impegno cinese basterebbe ad abbassare l’aumento di temperatura previsto di 0,2-0,3 gradi. È il cambiamento positivo più grande che i loro modelli abbiano mai previsto. Naturalmente bisogna porsi una domanda ovvia: Xi fa sul serio?

Il peso delle parole

Ci sono diversi motivi per essere scettici. Xi Jinping non ha promesso una svolta immediata. Le emissioni continuerebbero comunque ad aumentare fino al 2030. I recenti investimenti cinesi in nuove centrali a carbone hanno suscitato allarme. Solo nei primi sei mesi del 2020 sono stati annunciati qualcosa come 58 gigawatt di nuovi impianti, equivalenti al 25 per cento della capacità di tutte le centrali a carbone installate negli Stati Uniti, ed è più di quanto la Cina avesse progettato di costruire nei due anni precedenti messi insieme. A causa del decentramento amministrativo, Pechino ha un controllo limitato sull’espansione della capacità di bruciare carbone. Se il governo cinese vuole davvero raggiungere l’obiettivo, dovrà affrontare enormi sfide politiche e tecnologiche. Ci sono stati segnali incoraggianti a proposito di nuovi impegni sulle rinnovabili. Ma i costi della transizione saranno enormi, e anche Pechino ha una lobby dei combustibili fossili con cui deve fare i conti. I funzionari cinesi si mettono a ridere quando chiedono agli europei consigli su come affrontare i problemi della transizione energetica e si rendono conto che tutta la Germania deve preoccuparsi di ricollocare una quantità di lavoratori inferiore a quella di una sola provincia della Cina. Sarà uno sconvolgimento simile a quello degli anni novanta, quando fu riconvertita l’industria pesante che risaliva all’epoca di Mao Zedong.

Ma per quanto l’obiettivo possa sembrare ambizioso, Xi non avrebbe mai fatto un simile annuncio alla leggera. In Cina le sue parole hanno un peso enorme. Il primo banco di prova della serietà dell’impegno cinese sarà la pubblicazione dei dettagli definitivi del quattordicesimo piano quinquennale, la mappa che ha guidato lo sviluppo economico della Cina fin dall’inizio dell’era comunista. Dovrebbero essere rivelati entro la fine dell’anno.

Per il resto del mondo questa svolta non è meno significativa. Finora l’unico grande blocco economico pienamente determinato ad azzerare le emissioni nette era l’Unione europea. Quest’anno la speranza era che l’Unione e la Cina firmassero un accordo che preparasse il terreno per l’annuncio di nuovi, ambiziosi obiettivi alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Cop26) in programma a Glasgow a novembre. Un vertice sinoeuropeo che doveva svolgersi a Lipsia si è tenuto in videoconferenza. Il dialogo è stato sorprendentemente concreto. Gli europei volevano che la Cina s’impegnasse a ridurre le emissioni a partire dal 2025 e hanno fatto allusioni minacciose a una carbon tax sulle importazioni dalla Cina se Pechino non avesse alzato i suoi obiettivi. Difficilmente avrebbero potuto aspettarsi di più.

Nessuna credibilità

La mossa di Xi appare ancora più sorprendente alla luce del peggioramento dei rapporti cinesi non solo con gli Stati Uniti, ma anche con l’Unione europea e l’India. Quest’estate truppe cinesi e indiane si sono scontrate sull’Himalaya, e la Germania ha adottato una nuova strategia nella regione indo-pacifica basata sull’allineamento con Corea del Sud e Giappone. Ora la pressione si è spostata sull’India, a lungo alleata della Cina nel respingere le richieste occidentali di ridurre le emissioni, perché annunci un impegno altrettanto coraggioso sul clima.

Anche se l’Europa ha accolto con soddisfazione l’annuncio di Xi, a livello strategico è in una posizione scomoda. Da una parte gli europei vogliono assumere toni sempre più forti su Hong Kong, lo Xinjiang, i diritti umani e le aggressioni geopolitiche nel mar Cinese meridionale. Ma ora la Cina ha dimostrato di essere d’accordo con loro sul clima. Il contrasto con l’amministrazione Trump non potrebbe essere più netto. Pechino ha agito in modo unilaterale. Sta seguendo le regole dell’accordo di Parigi sul clima, che si basa su contributi indipendenti determinati a livello nazionale. La Cina non ha chiesto niente in cambio all’Europa né a nessun altro, e non ha aspettato il risultato delle elezioni presidenziali statunitensi.

Questo dovrebbe far riflettere entrambi gli schieramenti politici degli Stati Uniti. Se i repubblicani che sostengono la linea dura nei confronti della Cina credono davvero che Pechino abbia imposto al mondo la questione del clima per penalizzare gli Stati Uniti, faticheranno a capire perché Xi abbia improvvisamente preso un enorme impegno unilaterale per la decarbonizzazione.

Da sapere
Vette insuperabili
Percentuale delle emissioni globali di anidride carbonica. Fonte: Global carbon project

Ma la mossa della Cina dovrebbe aprire gli occhi anche ai democratici che vogliono una politica più coraggiosa sul clima. I veterani della diplomazia climatica statunitense dell’epoca di Bill Clinton e di Barack Obama continuano a dire che il mondo sta aspettando che gli Stati Uniti tornino al tavolo dei negoziati, e che nessun grande accordo come quello di Parigi nel 2015 sarebbe possibile senza Washing­ton. Ma il 2020 non è il 2015. L’amara verità è che né l’Unione europea né la Cina basano le loro decisioni sugli Stati Uniti. Del resto, come potrebbero farlo? Se Washing­ton dovesse davvero sostenere un _new deal _verde come quello proposto da Joe Biden, sarebbe ovviamente una cosa bene accetta. Ma alla luce della clamorosa uscita dagli accordi di Parigi, anche se una nuova amministrazione dovesse assumere impegni ambiziosi, cosa ne verrebbe in concreto? Finché le basi dello stile di vita americano non saranno messe in discussione e il negazionismo climatico avrà una solida presa sull’opinione pubblica, finché l’industria dei combustibili fossili resterà così influente, finché uno dei due principali partiti e i mezzi d’informazione che lo sostengono si comportano da canaglie, la democrazia statunitense non sarà nella posizione di assumere impegni credibili.

Qualunque sarà il risultato delle elezioni, Donald Trump porterà sicuramente a termine la sua decisione di far uscire gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, che diventerà effettiva il 4 novembre. Trump ha potuto fare marcia indietro perché Obama non aveva mai sottoposto l’accordo al congresso. Dopo il fallimento della legge sul mercato delle emissioni nel 2009, che era l’architrave del new deal verde originario, l’amministrazione Obama ha abbandonato qualunque iniziativa legislativa di rilievo sul clima, preferendo affidarsi a interventi regolatori e al gas di scisto a buon mercato per portare avanti un modesto programma di riduzione delle emissioni, basato sull’abbandono del carbone.

Anche in futuro si può essere certi che la politica statunitense sul clima sarà determinata dalla tecnologia e dal mercato. E lo stesso vale per tutti i paesi del mondo che dipendono dai combustibili fossili e sono restii a prendere impegni. Se ci saranno alternative tecnologiche valide e a buon mercato, la svolta verde avverrà. Grazie ai progressi nel campo degli impianti eolici e solari, ci stiamo rapidamente avvicinando a quel punto. Checché ne dica Trump, il carbone ha i giorni contati anche negli Stati Uniti.

Il movimento ambientalista statunitense è ancora un esempio. Il patrimonio scientifico degli Stati Uniti e delle sue aziende continueranno a essere motori di progresso. Ma nel caos della politica statunitense, sul clima come sul coronavirus, è ora di riconoscere una differenza qualitativa rispetto all’Unione europea e alla Cina. Mentre queste ultime possono permettersi di impegnarsi nelle sfide dell’antropocene attraverso gli accordi internazionali e gli investimenti pubblici, negli Stati Uniti la polarizzazione del sistema politico rende impossibile fare altrettanto. L’unico modo di costruire un sostegno trasversale alla transizione energetica sarebbe presentarla come una questione di sicurezza nazionale nell’ottica della guerra fredda con la Cina.

Naturalmente non bisogna escludere uno scenario più positivo. Il _new deal _verde è un esempio. La spinta da sinistra ha cambiato i termini del dibattito all’interno del Partito democratico. Ultimamente anche nel Partito repubblicano c’è chi chiede di fare i conti con la realtà del cambiamento climatico. Ma chissà cosa decideranno gli elettori il 3 novembre e se le istituzioni reggeranno. Per gli Stati Uniti è tutto in bilico. Per il resto del mondo non è così.

Come Xi Jinping ha detto chiaramente il 22 settembre, sulla questione collettiva più grande che l’umanità deve affrontare le grandi potenze non aspettano più. Se gli Stati Uniti vogliono salire sul treno della decarbonizzazione sono i benvenuti. Ma l’era in cui era Washington a decidere è finita. La Cina e l’Europa vanno per la loro strada.◆gac

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati