Nel nordest della Nigeria alcuni ex combattenti del gruppo jihadista Boko haram oggi scortano l’esercito in quelle stesse foreste che un tempo erano sotto il loro controllo. Individuano i sentieri usati dai ribelli per fuggire dopo gli attacchi, indicano i punti dov’è più probabile trovare ordigni esplosivi nascosti lungo le piste di sabbia e aiutano a decifrare voci, routine e movimenti abituali che sarebbero invisibili agli occhi di un semplice soldato.
Uno dei primi a disertare era stato Abubakar Umar, di Bama, nello stato di Borno. I soldati lo chiamavano Small e dicono che aveva circa 25 anni quando è morto. Aveva combattuto in prima linea in varie operazioni nella foresta di Sambisa, a Timbuctù, in Mali, e nel bacino del lago Ciad. Prima di lasciare Boko haram, Small era stato un naqib, un comandante locale, esperienza che gli aveva permesso di acquisire un’ottima conoscenza del territorio. Sapeva quali strade si allagavano durante la stagione delle piogge, dove si trovavano i nascondigli delle armi e quali strategie di fuga si dovevano usare dopo un’incursione. Capiva la logica dietro le imboscate perché in passato lui stesso le aveva pianificate e condotte.
Finché, un giorno del 2023, non è partito per un’operazione nella foresta di Sambisa. Small procedeva in avanscoperta in modo “impavido, quasi incosciente”, come se la morte non lo spaventasse più, hanno raccontato i soldati presenti. Da quella ricognizione non è più tornato. Oggi le truppe sopravvissute a quell’operazione parlano di Small con lo stesso rispetto riservato ai soldati che vengono seppelliti in alta uniforme.
Altri hanno seguito il suo esempio. Zakariyya, di Pulka, nell’area di Gwoza, è un altro ex miliziano jihadista che si era unito alle operazioni dell’esercito negli stati di Borno e Yobe. È morto alla fine del 2025.
Nel nordest della Nigeria circolano molte storie come queste. Dalle isole e le paludi del lago Ciad alle foreste degli stati di Zamfara, Sokoto, Kaduna, Niger e Kebbi, il paese fa i conti con un conflitto che si è trasformato. E in cui le forze di sicurezza ormai reclutano gli ex miliziani.
All’inizio i soldati non si fidano di loro perché hanno perso amici e compagni negli attacchi jihadisti. Tuttavia, con il passare del tempo e il susseguirsi delle operazioni, i rapporti tra le persone cambiano. Secondo diverse fonti militari, Small e Zakariyya avevano più volte aiutato a evitare trappole e imboscate potenzialmente letali, e i comandanti avevano finito per dare ascolto a quello che dicevano.
Da anni il governo nigeriano fa progressi nella guerra contro il gruppo estremista islamico Boko haram, che nel 2009 ha lanciato un’insurrezione nel nordest della Nigeria. Quando nel 2014 le città di Bama e Gwoza erano cadute in mano all’organizzazione terroristica, l’esercito le aveva riconquistate in pochi mesi. Vari comandanti jihadisti erano stati uccisi e, allo stesso tempo, le forze governative avevano messo in campo strategie non convenzionali, convincendo molti ribelli ad arrendersi. Da allora le defezioni si sono moltiplicate.
Nel 2016 c’è stata una spaccatura interna a Boko haram e il ramo chiamato Stato islamico della provincia dell’Africa occidentale (Iswap) ha consolidato la sua presenza in una parte del bacino del lago Ciad. Molti combattenti di Boko haram non volevano rimanere in quella zona, ma non si fidavano neanche delle autorità nigeriane, perciò si sono spostati altrove.
A partire dal 2020 HumAngle ha seguito gli spostamenti di alcuni di loro nel nordovest e nel centro del paese. C’è chi si è unito a bande criminali e chi è diventato addestratore, fabbricante di bombe, corriere, informatore o guardia. Ma c’è anche chi nel 2021 ha fatto perdere le proprie tracce spostandosi nelle città all’epoca della morte di Abubakar Shekau, il leader storico di Boko haram, quando è cominciata una serie di lotte intestine. A Kano e in altri centri abitati, i disertori si sono mescolati all’ambiente urbano.
Eroi o risorse
Questa situazione crea un problema di sicurezza. Come fa lo stato nigeriano a rintracciare uomini che hanno abbandonato la guerriglia, ma non seguono un processo formale di reinserimento? Come distinguere un disertore che vuole restare nascosto da uno che cerca di ricostruire le reti operative da un’altra parte? Come proteggere le comunità senza criminalizzare chiunque in passato abbia vissuto sotto il dominio dei ribelli? La Nigeria non ha risposto a questi interrogativi lanciando un programma coerente. Al contrario, continua a improvvisare.
Quando HumAngle ha intervistato soldati e agenti dei servizi d’intelligence che hanno prestato servizio nel nordest della Nigeria, i toni usati erano diversi. Per queste persone gli ex miliziani di Boko haram non sono eroi da idealizzare, ma semplici risorse. Prima, le truppe governative dovevano addentrarsi in posti sconosciuti con le scarse informazioni fornite dai cacciatori locali, dalla task force civile congiunta (una milizia di volontari nata nel 2013) e dalle immagini satellitari. Considerato che droni e mappe erano di un’utilità limitata, gli ex miliziani di Boko haram hanno sicuramente contribuito a colmare lo svantaggio. “Ogni volta che i soldati partono per un’operazione”, spiega uno di loro, “li precediamo visto che conosciamo le strade, la boscaglia e i posti in cui vengono piazzati gli ordigni esplosivi”.
“Alcuni sanno dove sono i nascondigli delle armi”, dice un altro ex combattente. Fonti militari raccontano anche di come questi uomini aiutano le truppe a comprendere i movimenti dei guerriglieri dopo gli attacchi. “Sappiamo che strade usano per scappare. Inoltre abbiamo suggerito ai soldati di portare nella città di Maiduguri le donne e i bambini abbandonati nella foresta dai combattenti in fuga. In seguito, per molti di loro questo è stato un incentivo ad abbandonare l’organizzazione”, dice un altro ex miliziano.
Per le vittime della violenza jihadista, però, l’aiuto dei disertori non cancella il passato. Per una donna a cui Boko haram ha ucciso il marito non è facile accettare che chi un tempo terrorizzava la sua comunità oggi collabori con i soldati. Un contadino di un villaggio dato alle fiamme non trova conforto nel sapere che un ex guerrigliero ha contribuito a trovare delle bombe. Una famiglia di sfollati che soffre la fame non capisce perché gli ex miliziani ricevano aiuto per il loro reinserimento, mentre i sopravvissuti alle violenze soffrono in solitudine.
Questa rabbia causa tensioni profonde. Alcuni disertori infatti ottengono aiuti alimentari, alloggi, formazione professionale, telefoni, a volte un salario o assistenza per il reinserimento. Invece tanti sopravvissuti vivono da sfollati, fra traumi, fame, disoccupazione, lutto e insicurezza.
“Se valutiamo la situazione dal punto di vista della giustizia di transizione, questa differenza di trattamento è una vulnerabilità significativa”, osserva Kabir Adamu, direttore della Beacon consulting, un’azienda di consulenza sui rischi legati alla sicurezza. Secondo lui, le comunità potrebbero interpretare i programmi di reinserimento come misure che premiano i violenti e trascurano le vittime.
Quando parlano di sé gli ex ribelli non si definiscono uomini perdonati, ma elementi utili. “C’è chi va in guerra”, nota un ex combattente, “e chi fa l’informatore”. Alcuni mantengono i contatti con i jihadisti ancora attivi e passano informazioni alle agenzie di sicurezza.
Altri identificano i civili che riforniscono in segreto i miliziani. Queste reti di informatori, dicono, sono servite a compromettere la logistica dell’organizzazione e a sventare altri attacchi. “Quasi il 40 per cento dei successi ottenuti dalla fanteria negli ultimi tre anni dipende dal contributo degli ex miliziani”, afferma uno di loro.
HumAngle non è in grado di verificare se sia vero. Varie fonti militari e di intelligence, però, ammettono che questi uomini sono utili. Non è chiaro, però, se continuare ad avvalersi del loro aiuto sarà sicuro o sostenibile nel lungo periodo.
Secondo Adamu gli ex miliziani non sono decisivi, ma funzionano da “moltiplicatori di forza” perché, dice, le operazioni militari convenzionali, l’aviazione e la task force civile congiunta sono ancora fondamentali per indebolire le reti di Boko haram e dell’Iswap. Però “gli ex miliziani garantiscono maggiore precisione”, nota. Tuttavia bisogna calcolare anche i rischi “d’infiltrazione, di agenti doppiogiochisti, e le preoccupazioni in materia di diritti umani, di indebolimento delle istituzioni e di perdita di fiducia tra la popolazione”.
Alcuni analisti e funzionari dei servizi di sicurezza temono inoltre che l’esercito diventi troppo dipendente da queste persone. Se le unità militari ci si affidassero troppo, cosa succederebbe se gli ex guerriglieri mentissero, si facessero influenzare da rancori personali o tornassero a far parte di reti criminali o di Boko haram, portando con sé informazioni sensibili?
Una pace precaria
Boko haram e l’Iswap sono il frutto di insurrezioni con una forte base ideologica in cui si fondono teologia, violenza e tentativi di amministrazione del territorio, anche attraverso il prelievo forzato di tasse. Al contrario, i gruppi attivi nel nordovest si sono formati per compiere attività criminali come le razzie di bestiame, l’estrazione illegale di materie prime, vendette, estorsioni e sequestri.
Con il passare del tempo, però, la distinzione sta diventando meno netta. I gruppi armati attivi negli stati nigeriani di Zamfara, Sokoto, Katsina, Kaduna, Niger e Kebbi hanno cominciato ad adottare tattiche di guerriglia, come gli ordigni esplosivi improvvisati, le imboscate e la riscossione di tributi nei territori rurali.
Come spiega Abubakar Abdullahi, un giornalista che ha lavorato a lungo nello stato di Zamfara, “in aree come la montagna di Dutsin Maiqardaji c’è una forte presenza di Boko haram e del gruppo terrorista Lakurawa, che svolgono attività di proselitismo tra gli abitanti di queste zone al di fuori del controllo dello stato. La pressione delle operazioni armate nel nordest spinge i combattenti a trovare rifugio altrove”.
Il peso psicologico della guerriglia opprime un’intera generazione. A Maiduguri, Monguno, Bama, Dikwa, Gwoza, Damboa, Pulka, Banki e in decine di altre comunità il trauma si manifesta nelle abitudini di ogni giorno. Alcuni raccontano di svegliarsi di soprassalto la notte quando sentono rumori di motociclette che accelerano. I genitori istintivamente fanno rientrare tutti i bambini quando si diffondono voci di attacchi su strade vicine. Contadini che un tempo lavoravano liberamente la terra oggi calcolano la distanza dalle postazioni dell’esercito per decidere se un campo è abbastanza sicuro da essere coltivato.
Traumi generazionali
Kauna Malgwi, una psicologa che in passato è stata vittima di Boko haram, parla di uno “stato di ipervigilanza cronica”. “Le persone”, spiega, “passano dallo stress acuto a una modalità collettiva di sopravvivenza. Il sistema nervoso rimane in allerta per anni. Il trauma irrisolto normalizza la paura e indebolisce i legami comunitari. La continua violenza mantiene attivo il trauma e ostacola la guarigione”.
Gli effetti del conflitto sono sotto gli occhi di tutti: campi profughi sovraffollati, aule piene di bambini che non riescono a concentrarsi perché il conflitto ha sconvolto la loro infanzia, famiglie in cui i padri reprimono le emozioni dopo anni di violenza e ragazzi che sono cresciuti tra armi, funerali, convogli militari e incertezza.
“Nel contesto di conflitti cronici i bambini sviluppano disturbi legati alla sfera emotiva e all’apprendimento, e comportamenti che, se trascurati, persistono fino all’età adulta e finiscono per segnare un’intera generazione”, mette in guardia Malgwi.
Le conseguenze vanno dal ripetersi dei cicli di violenza al distacco emotivo, dall’ansia cronica all’alterazione dei percorsi educativi, dalla diffidenza alla difficoltà di stabilire relazioni sicure, fino a una maggiore vulnerabilità al reclutamento nei gruppi armati.
“Se si ignora il trauma dei bambini”, avverte, “si rischia di compromettere la stabilità della nazione. Senza una guarigione collettiva la pace resta fragile. Quando le vittime si sentono dimenticate, mentre gli ex miliziani ricevono aiuti, il trauma diventa più profondo e crolla la fiducia nelle istituzioni. Non si può imporre il perdono. Le comunità hanno bisogno di sentirsi sicure e ascoltate prima di poter pensare alla riconciliazione”.
Molti giovani del nordest della Nigeria non hanno mai vissuto un periodo di normalità lungo e ininterrotto. Sono cresciuti ascoltando storie di massacri allo stesso modo in cui le generazioni precedenti ascoltavano i racconti popolari. Hanno imparato a orientarsi attraverso i posti di blocco, hanno scoperto la geografia quando hanno dovuto abbandonare le loro case.
Malgwi sostiene che la guarigione in questi contesti non dipende solo dagli psichiatri o dagli ospedali: “Serve anche insegnare agli operatori sanitari a offrire sostegno, fare terapia di gruppo, avere scuole attente alle esigenze delle vittime, spazi di cura per i fedeli e incontri dove poter raccontare la propria storia. L’obiettivo non è solo terapeutico: è recuperare la fiducia e la resilienza in tutta la società”.
Per molti sopravvissuti la guerra non è mai stata una questione di tattiche sul campo di battaglia. È sempre stata qualcosa di personale: una figlia scomparsa, una casa bruciata, un padre ucciso sul bordo di una strada, un bambino sepolto dopo un’esplosione e notti passate a urlare. Una vita costantemente divisa tra un prima e un dopo.
Secondo Adamu la questione non è se lo stato debba usare o no gli ex miliziani. Il tema più profondo è se la Nigeria possa ricorrere a loro senza perdere la sua legittimità. La via che ha scelto richiede un fragile esercizio di equilibrio tra le necessità militari, la giustizia di transizione e la stabilità sociale.
“L’esercito nigeriano affronta una minaccia fortemente asimmetrica”, spiega. “Usare gli ex combattenti offre vantaggi operativi immediati, perché queste persone hanno informazioni dettagliate in tempo reale”.
Ma è anche una scelta: “I rischi strategici sono gravi e diversi”. In più l’utilità operativa degli ex miliziani può servire da scusa per abbandonare l’idea che debbano rendere conto del proprio operato. “La selezione deve essere trasparente”, sostiene. “Gli affiliati di basso livello e quelli che erano stati arruolati con la forza da Boko haram non possono essere trattati come chi ha avuto ruoli di comando. La maggior parte degli abitanti degli stati di Borno, Adamawa e Yobe si oppone a un’amnistia generale per i comandanti, responsabili dei massacri. Se le comunità si sentono abbandonate dallo stato a favore dei loro aggressori, si erode il contratto sociale. Si apre la strada a chi vorrà farsi giustizia da solo o a future insurrezioni guidate dal rancore. La smobilitazione non è un processo solo militare. Il reinserimento nella società è un processo generazionale e deve essere guidato dai civili”.
Adamu cita i casi dell’Iraq, dell’Afghanistan e della Colombia come esempi da non imitare. “Quando si esauriscono i finanziamenti, se non hanno i mezzi per mantenersi, gli ex combattenti spesso tornano alle attività criminali”, spiega.
In una zona grigia
La Nigeria rischia di ripetere gli stessi errori, a meno che la riabilitazione degli ex terroristi non diventi economicamente sostenibile. “Il sostegno finanziario non basta. Per un reinserimento che funzioni sul lungo termine devono trovare dei mezzi di sostentamento ed essere costantemente sorvegliati”, spiega Adamu.
Una delle relazioni più strane di questa guerra è quella tra soldati ed ex miliziani. Molti militari hanno perso degli amici negli attacchi ribelli, alcuni mostrano cicatrici visibili, altri conservano ricordi di cui non vogliono parlare. Allo stesso tempo, gli ex jihadisti vivono in una condizione di perenne ambiguità: non sono civili pienamente accettati né soldati riconosciuti, restano in una zona grigia. Molti di quelli passati dalla parte dell’esercito e mandati negli stati del nordovest sono stati uccisi durante le operazioni.
“In questa guerra”, ha detto uno di loro, “alcuni sono morti combattendo contro gli stessi uomini che un tempo chiamavano fratelli”.
Un soldato nigeriano ha dichiarato a HumAngle di non essersi mai aspettato che un giorno avrebbe combattuto al fianco di ex membri di Boko haram. “Pensavo che l’unico rapporto possibile sarebbe stato ucciderli o essere ucciso da loro”, dice.
Gli ex miliziani intervistati per questo articolo non sembrano desiderosi di attirare la simpatia dell’opinione pubblica. La maggior parte sa che sarà sempre considerata responsabile di violenze. Dalle loro risposte, però, emerge un’altra ragione: dicono di aver abbandonato Boko haram perché non riconoscevano più il movimento a cui avevano aderito.
Abu Muhsin, 38 anni, racconta di essersi unito al gruppo da adolescente, dopo aver incontrato alcuni predicatori che erano andati più volte nel suo villaggio. “Avevo circa sedici anni”, racconta. “Venivano a parlare nel nostro villaggio, vicino a Damasak. Mi hanno convinto e li ho seguiti”.
Con il passare del tempo ha fatto carriera diventando un naqib nella regione del lago Ciad. Ma negli anni la sua idea dell’organizzazione è cambiata.
◆ 2002 A Maiduguri, in Nigeria, il giovane religioso Mohammed Yusuf fonda Boko haram, un movimento ultraconservatore islamico che condanna l’istruzione ispirata ai valori occidentali.
2009 Il gruppo scatena un’insurrezione. Dopo l’uccisione di Yusuf da parte della polizia, Abubakar Shekau diventa il nuovo leader. Comincia un’ondata di attentati, sequestri e occupazioni di centri abitati, che causano centinaia di migliaia di sfollati.
2014 Il gruppo rapisce 276 studenti di una scuola femminile di Chibok, scatenando reazioni in tutto il mondo.
2015 Shekau dichiara fedeltà al gruppo Stato islamico. Intanto una coalizione regionale lancia una controffensiva militare, spingendo il gruppo a rifugiarsi nella foresta di Sambisa e intorno al lago Ciad.
2016 Il gruppo si spacca tra i seguaci di Shekau e quelli del dissidente Abu Musa al Barnawi, che diventa capo dello Stato islamico della provincia dell’Africa occidentale (Iswap). Le fazioni combattono tra loro.
2021 Shekau muore in un attacco dell’Iswap.
2022 Ibrahim Bakura Doro diventa il nuovo il capo di Boko haram. L’organizzazione continua i suoi attacchi ma è messa in difficoltà dall’esercito nigeriano. Secondo HumAngle, nel corso della guerra si sono arresi almeno 129mila affiliati di Boko haram: combattenti ma anche loro familiari e persone che vivevano nei campi dei ribelli. Solo circa 2.500 di loro hanno aderito all’operazione Safe corridor per deradicalizzare e reintegrare nella società gli ex jihadisti. Si stima che la violenza scatenata da Boko haram e dall’Iswap abbia causato centinaia di migliaia di morti, ma è difficile calcolare il numero esatto delle vittime. Secondo l’Africa center for strategic studies, nel 2025 il conflitto intorno al lago Ciad ha causato quasi quattromila morti.
“Il gruppo non segue più le regole dell’islam”, afferma. “Uccidono persone e rubano. Così abbiamo preso contatti con persone che si erano consegnate all’esercito prima di noi. Ci hanno spiegato come fare e poi siamo scappati dai nascondigli insieme ad alcuni familiari”. Abu Muhsin dice di essersi offerto volontario per le operazioni dell’esercito. “Nessuno ci costringe a farlo”, spiega. “Semplicemente aiutiamo l’esercito perché conosciamo la boscaglia meglio di loro”. In cambio, dice, i volontari ricevono pagamenti irregolari. “Ci danno un’indennità di centomila naira (circa 63 euro), a volte cinquantamila o trentamila”.
Un altro ex miliziano, Ibn Musab, 35 anni, attribuisce il suo arruolamento in Boko haram ai legami familiari. “I miei cugini erano già nell’organizzazione e venivano a trovarci”, dice l’ex combattente di Wulgo, vicino a Gamboru Ngala. “Predicavano la loro dottrina. Mi hanno convinto e li ho seguiti”. Era il 2014. Anche lui spiega la sua disillusione con motivi religiosi. “Me ne sono andato perché alcune attività stanno diventando antislamiche”, dice. “Uccidono le persone senza motivo. A volte solo perché fanno uso di droghe, ma la sharia non dice questo”.
La sua decisione di lasciare il gruppo è stata dovuta a una persecuzione interna. L’uomo racconta di essere stato accusato di aver compiuto una trasgressione per la quale i membri dell’organizzazione volevano incriminarlo. “Sono scappato senza sapere che l’esercito accettava i disertori”, ricorda. “Poi mi hanno detto che potevo arrendermi e l’ho fatto”.
È scappato da solo, la famiglia l’ha raggiunto dopo. Quando gli chiediamo perché oggi aiuti l’esercito contro i suoi ex compagni non ha esitazioni: “Ho deciso di collaborare perché quelle persone non seguono più la sharia. Molti sono pronti a dare una mano, e in tanti stanno facendo bene”.
Anche secondo lui gli incentivi economici sono troppo scarsi: “Se pagassero di più, molti altri si offrirebbero volontari”.
Un posto nuovo per sé
La storia di Abu Faruq, 35 anni, comincia in modo diverso. A differenza di altri che sono entrati nel movimento da adulti spinti dall’ideologia, lui era finito nell’organizzazione da bambino, quando Boko haram aveva conquistato parte della provincia di Gwoza.
“Mi hanno preso da piccolo”, racconta. “Sono cresciuto nei loro territori e mi sono sposato”. Racconta di essere entrato a far parte dei rijal, il corpo scelto di combattimento all’interno dell’organizzazione.
Anni dopo si è accorto che il movimento non rispecchiava più i princìpi religiosi che dichiarava di difendere. “Me ne sono andato perché non praticavano più gli insegnamenti del Corano e degli hadith”, spiega. “Uccidono persone innocenti, saccheggiano e distruggono i beni della gente”.
Anche nel suo caso i contatti con gli altri ex miliziani hanno svolto un ruolo decisivo. “Alcuni amici avevano già abbandonato l’organizzazione e ci avevano raccontato di essere stati ben accolti”, racconta. “Al telefono ci hanno spiegato come fare a scappare e a incontrare l’esercito”.
Abu Faruq si è unito alle operazioni delle truppe nigeriane, anche in missioni al di fuori della regione. “Hanno scelto alcuni di noi per aiutarli negli stati di Zamfara e Sokoto”, risponde quando gli chiediamo se sia andato insieme all’esercito nel nordovest. L’uomo racconta di essere rimasto nella regione per circa due mesi e di aver ricevuto un salario di centomila naira come guardaparco.
Queste storie parlano di uomini che stanno cercando un posto nuovo per sé in una guerra che gli ha già sottratto una parte importante della loro vita. Ma le loro motivazioni non rispondono in nessun modo alla più profonda questione etica se sia giusto che lo stato nigeriano usi degli ex miliziani per combattere questa guerra. ◆ fdl
Ahmad Salkida è un giornalista investigativo nigeriano, fondatore del sito HumAngle. È considerato il principale esperto del gruppo jihadista nigeriano Boko haram.
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Questo articolo è uscito sul numero 1687 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati