Cominciò tutto con una conversazione tra alcuni allevatori di cammelli. Era il 1916 e Gaston Ripert, un capitano dell’esercito francese, era stato ferito e mandato a ristabilirsi nella cittadina di Chinguetti, in Mauritania. Era un luogo solitario e polveroso ai margini del Sahara. Così, quando Ripert sentì la gente del posto parlare di un colossale blocco di ferro nell’ondulata distesa di dune, si incuriosì. Lo chiamavano “il ferro di Dio”.

Convinse un uomo a guidarlo fino a quel misterioso ferro, e ciò che seguì è diventato leggenda. Dopo un’estenuante traversata notturna a dorso di cammello, Ripert raggiunse quella che gli sembrò un’enorme struttura metallica, larga un centinaio di metri e parzialmente sepolta nelle dune, con un lato levigato dalla sabbia fino a diventare lucido come uno specchio.

Ripert riportò con sé un frammento di roccia e quando fu analizzato, dopo la guerra, si scoprì che era un vero meteorite. La notizia fece scalpore e spinse gli studiosi di meteoriti di tutto il mondo a chiedersi se anche il “ferro di Dio” fosse arrivato dallo spazio. In questo caso sarebbe stata una scoperta straordinaria: un meteorite molto più grande di qualunque altro mai trovato.

Negli ultimi cento anni avventurieri, scienziati e cacciatori di tesori hanno cercato di seguire le tracce di Ripert, ma sono tornati tutti a mani vuote. Le speranze di successo cominciavano a svanire. Recentemente, però, due gemelli identici – uno astrofisico, l’altro ingegnere – hanno raccolto la sfida. “Per quanto ne sappiamo, questo meteorite potrebbe davvero esistere”, dice Stephen Warren. “Potrebbe essere sotto una duna di sabbia”. E grazie al lavoro dei gemelli, forse oggi siamo vicini alla verità.

I meteoriti affascinano l’umanità da secoli, e alcune culture antiche li adoravano come oggetti sacri. Anche gli scienziati moderni ne sono affascinati, perché oltre a essere meraviglie della natura possono raccontare la storia profonda del nostro sistema solare. Ne esistono di tutte le dimensioni, da minuscoli granelli di polvere cosmica a veri e propri massi. Il più grande blocco di roccia spaziale conosciuto sulla Terra è il meteorite Hoba, largo circa 2,7 metri, che si trova ancora nel punto dov’è caduto, in Namibia. È anche per questo che il racconto di Ripert suscitò tanto interesse: il suo “ferro di Dio” sarebbe stato migliaia di volte più grande.

La sua storia fu avvolta da un’aura di mistero fin dall’inizio. L’uomo che accettò di accompagnare Ripert a vedere il “ferro”, uno dei capi del villaggio, lo fece a condizione che la sua posizione rimanesse segreta. Ripert in seguito scrisse che avevano viaggiato “alla cieca”, cioè probabilmente lui non aveva né mappa né bussola o forse era addirittura bendato. Viaggiarono di notte per dieci ore a dorso di cammello e arrivarono alla mitica roccia allo spuntare dell’alba. Alla prima luce del giorno Ripert vide una parete alta 40 metri e lunga cento, “fortemente levigata dalla sabbia trasportata dal vento”, oltre a un lato più lungo sepolto sotto le dune, il che rendeva “impossibile stimarne” la terza dimensione.

Un tipo affidabile

Ci sono motivi scientifici per pensare che non si tratti di una semplice storia. Ripert esaminò da vicino l’enorme massa di ferro e raccontò di aver visto “aghi metallici così spessi che non riuscii a spezzarli né a rimuoverli”. Questi aghi in seguito sono diventati un elemento cruciale e sconcertante del mistero, perché la descrizione di Ripert è sorprendentemente simile alle proprietà reali osservate in una rara classe di meteoriti chiamati mesosideriti, composti da ferro inglobato in un delicato strato di minerali silicati. Questo significa che quando restano a lungo all’aria aperta, lo strato di minerali si erode, lasciando affiorare il metallo più resistente. Questo fenomeno è stato scoperto molto tempo dopo il viaggio di Ripert nel deserto, perciò non è un dettaglio che può aver inventato.

E c’è una prova ancora più solida dell’attendibilità del racconto. Ripert riferì di essere salito in cima alla massa di ferro e di aver trovato una roccia più piccola. La riportò con sé e nel 1924 fu analizzata e identificata come meteorite dal mineralogista Alfred Lacroix, dell’Accademia francese delle scienze. Si rivelò proprio una mesosiderite, il che rafforza la storia dei misteriosi aghi. Tutto questo, insieme alle testimonianze dell’affidabilità di Ripert fornite da amici e colleghi, bastò a convincere gli scienziati dell’epoca, che rimasero colpiti dalla scoperta ed ebbero pochi dubbi sull’esistenza di un meteorite più grande. Presentando i risultati Lacroix disse: “Se le dimensioni indicate dal signor Ripert sono corrette, e non c’è ragione di dubitarne, questo blocco metallico rappresenta di gran lunga il più enorme dei meteoriti conosciuti”.

Lacroix divise il meteorite più piccolo in frammenti per analizzarlo, e oggi il pezzo più grande è conservato in Francia nella collezione del Museo nazionale di storia naturale. Basta una rapida occhiata per capire perché Ripert notò subito quella roccia. Ci sono grossi pezzi lucidi di quello che sembra metallo puro circondati da piccoli agglomerati di roccia irregolare. Questa caratteristica, secondo gli scienziati, è una conseguenza del processo di formazione delle mesosideriti, in cui un asteroide si schianta contro il nucleo ferroso di un altro corpo celeste.

Un meteorite grande come un palazzo che scintilla alla luce doveva essere uno spettacolo magnifico, e non passò molto tempo prima che gli scienziati cominciassero a chiedere dov’era. Gli appunti di Ripert, consegnati a Lacroix, fornivano poche informazioni sulla sua posizione, cosa piuttosto comprensibile visto che aveva viaggiato “alla cieca”. Aveva comunque stimato che si trovasse 45 chilometri a sudovest di Chinguetti, e appena a ovest di una pozza d’acqua. Il capitano aveva guidato un corpo di cammellieri durante la prima guerra mondiale e conosceva la posizione del Sole, quindi inizialmente questi indizi sembrarono affidabili. Ma le prime persone che andarono alla ricerca del tesoro nel deserto non trovarono niente. E quando gli astronomi cominciarono a comunicare con Ripert per lettera, la sua storia sembrò cambiare. La direzione in realtà poteva essere sudest, scrisse, e il meteorite ormai poteva essere sepolto sotto le dune migranti.

All’inizio degli anni trenta scese in campo Théodore Monod, un naturalista, esploratore ed ex sacerdote che dedicò gran parte della sua vita al mistero di Chinguetti. La sua dedizione al lavoro e la sua straordinaria resistenza erano leggendarie: affrontava spedizioni nel deserto a dorso di cammello che duravano mesi per catalogare la flora e la fauna del Sahara. Anche il suo talento scientifico era ampiamente riconosciuto. Scoprì uno dei più antichi resti umani del neolitico e in seguito accompagnò Auguste Piccard nel suo prototipo di sottomarino, il batiscafo. “Per lui la scienza era una vocazione”, racconta Brigitte Zanda, una studiosa di meteoriti del Museo nazionale di storia naturale. “Pensava al Sahara come alla sua diocesi”.

“So che l’opinione generale è che la pietra non esiste. Io so solo ciò che ho visto”

Nel 1934 Monod partì dal Senegal per la sua prima spedizione a Chinguetti. Una volta arrivato cercò di ricostruire il percorso di Ripert mettendo insieme indizi tratti dalle sue lettere e rintracciando funzionari e abitanti del posto che potevano averlo incontrato. Ma la gente dichiarava di non sapere nulla di questo “ferro di Dio”, e Monod non trovò niente.

Nei decenni seguenti continuò a lavorare ossessivamente, tornando più volte nella zona. Negli anni novanta, ormai vicino alla fine della sua vita e quasi cieco, era stanco di quel mistero, racconta Zanda, e concluse che Ripert doveva aver scambiato una vicina collina rocciosa chiamata Guelb Aouinet per un gigantesco meteorite. Zanda, che accompagnò Monod in una delle sue ultime spedizioni, la considera un’ipotesi poco credibile perché Ripert era laureato in scienze naturali e aveva una certa conoscenza della geologia: “Quando vedi la collina,” dice, “non puoi credere che sia quello che ha visto Ripert”.

Traiettorie impossibili

All’inizio degli anni 2000 due giovani scienziati, Phil Bland e Sara Russell, ripresero la ricerca del “ferro di Dio”. Erano scettici ma curiosi, e poi era l’avventura di una vita: “Chinguetti sembra uscita da un romanzo, con edifici antichissimi e rovine inghiottite dal deserto”, dice Bland.

Insieme a una troupe di documentaristi, i due erano partiti a dorso di cammello verso un punto del deserto dove un pilota, Jacques Galloué­dec, sosteneva di aver visto qualcosa di interessante, e avevano portato con sé uno strumento scientifico che nessuna spedizione precedente aveva usato seriamente: un magnetometro, capace di rilevare oggetti metallici sepolti sotto la sabbia. Come tanti prima di loro, però, non trovarono nulla. Ma secondo Sara Russell, oggi al Natural history museum di Londra, già allora avevano capito che il loro approccio scientifico, applicato in modo sistematico, era il metodo giusto per andare avanti. “Abbiamo pensato che forse era l’unico modo per dimostrare davvero che il ‘ferro di Dio’ non esiste”, racconta.

Il magnetometro non era l’unico asso nella manica degli scienziati. Nel 2003 Bland e un collega usarono un supercomputer per calcolare la dimensione massima di un asteroide in grado di sopravvivere a un incontro con l’atmosfera e all’impatto con la Terra. Perfino negli scenari più ottimistici, i meteoriti più grandi che potrebbero restare intatti misurano intorno ai dieci metri di diametro, molto meno dei cento di cui parlava Ripert.

Un frammento del meteorite riportato da Gaston Ripert, del peso di 370,5 grammi, conservato al National museum of natural history di Washing­ton, negli Stati Uniti (Smithsonian national museum of natural history)

Nel frattempo era diventato possibile analizzare i meteoriti per misurare le varie concentrazioni di isotopi radioattivi presenti al loro interno. Quando sono nello spazio le rocce vengono bombardate da raggi cosmici che possono modificare l’equilibrio tra gli isotopi, ma i raggi penetrano solo fino a una certa profondità. Per questo motivo misurare gli isotopi di un meteorite permette di stimare le dimensioni della roccia spaziale da cui proviene. Nel 2010, Bland, Russell e altri applicarono questo metodo al frammento di meteorite che Ripert aveva riportato. “Se avesse davvero fatto parte di un grande meteorite, avremmo trovato concentrazioni molto basse di questi isotopi”, spiega Kees Welten dell’università della California a Berkeley, che guidò l’analisi. Ma i risultati andarono nella direzione opposta. “La concentrazione era perfettamente normale per un meteorite di circa un metro di diametro”.

Per molti era la fine della storia. La scienza aveva emesso il suo verdetto e il gigantesco meteorite di Ripert non poteva essere esistito, almeno non come lui l’aveva descritto. Però quella conclusione solleva interrogativi ostinati su come interpretare la storia di Ripert. Il capitano si era inventato tutto? E se sì, per quale motivo? Per alcuni la mancanza di una ragione convincente per inventare quella storia lascia un barlume di speranza che forse alla scienza sfugga qualcosa.

È interessante che, su questo punto, lo stesso Ripert possa parlarci a distanza di anni. In una lettera del 1934 a Monod scrisse: “So che l’opinione generale è che la pietra non esiste; che per alcuni sono un puro e semplice impostore che ha raccolto un pezzo di metallo. Che per altri sono un sempliciotto che ha scambiato un affioramento di arenaria per un enorme meteorite. Non farò nulla per convincerli: io so solo ciò che ho visto”.

Il carburante della scienza

Il “ferro di Dio” ha cominciato ad affascinare Robert Warren nel 2018, quando lavorava come ingegnere in Mauritania per una multinazionale petrolifera. Un giorno, navigando distrattamente alla ricerca di un’avventura per il fine settimana, si è imbattuto nella pagina Wikipedia della città di Chinguetti e nella lunga storia dell’omonimo meteorite. “Da quel momento sono stato completamente catturato”, racconta Warren.

All’inizio, Warren passava intere serate su Google Earth cercando di individuare il meteorite che spuntava dalla sabbia. Ma informandosi meglio sulle spedizioni precedenti, si è reso conto che malgrado il lavoro di Russell e Bland nessuno aveva mai condotto un’indagine sistematica con il magnetometro per scoprire cosa si nascondesse sotto le dune.

Prima di avviare quella ricerca, però, voleva visitare Chinguetti. Nel 2022 ha organizzato una spedizione nel deserto per ripercorrere le tracce di Ripert, in parte con la flebile speranza di trovare il meteorite, ma soprattutto per raccogliere quanti più indizi possibile e restringere la zona di osservazione. Inoltre ha raccolto i dati satellitari della regione intorno a Chinguetti, che rivelavano anche la profondità delle dune. Per organizzare tutte le informazioni ha coinvolto il suo gemello Stephen Warren, astrofisico all’Imperial college London.

Malgrado la somiglianza, Robert e Stephen sono molto diversi. “Lui è uno scienziato, gli piace avere certezze”, dice Robert del fratello. Stephen dice di essere molto più scettico di Robert, ma ammette che il fratello ha “un entusiasmo e un’energia enormi, ed è molto audace”. Alla fine sono arrivati alla conclusione che esistevano solo due possibili aree di ricerca.

Nel 2022, poco prima di Natale, sono tornati nel deserto per esplorare la prima area, una zona di dune a sud di Chinguetti nota come Les Boucles. Con un magnetometro in mano hanno percorso le dune facendo misurazioni ogni 50 metri. Ma ancora niente. I due fratelli sapevano fin dall’inizio di avere poche possibilità. Allora perché continuare a cercare? Su questo punto erano d’accordo: il consenso scientifico è una cosa complicata, e bisogna prendere in considerazione tutte le prove. Gli studi sugli isotopi sembrano rendere poco plausibile la storia di Ripert. Ma sull’altro piatto della bilancia ci sono la sua mancanza di un motivo per mentire, la sua reputazione di persona affidabile, la descrizione dei misteriosi aghi e l’esistenza stessa del meteorite più piccolo, e così il verdetto diventa meno certo, dice Stephen.

Avevano un’ultima carta da giocare. Nei primi anni 2000 il governo della Mauritania aveva effettuato una ricognizione dell’area con un magnetometro aerotrasportato per cercare giacimenti minerari, e aveva raccolto una serie di dati dettagliati che non erano stati resi pubblici. Robert aveva provato più volte a chiederne una copia al governo, senza mai ricevere risposta, così ha deciso di ricorrere ai suoi vecchi contatti nell’industria petrolifera per arrivare ai livelli più alti dell’amministrazione.

Finalmente, nel maggio 2025, la perseveranza di Robert è stata premiata e i dati sono arrivati. Per analizzarli ci ha messo settimane, cercando qualsiasi piccola anomalia del campo magnetico che potesse indicare un tesoro sepolto, ma alla fine è giunto a una conclusione. In agosto Robert ha scritto a New Scientist: “Abbiamo ottenuto i dati di cui avevamo bisogno per capire se il meteorite esiste o no, e la risposta è che non esiste”. Dopo più di sette anni passati a inseguire quel tesoro nel deserto, è stato un duro colpo. “Ero completamente distrutto”, racconta Robert. “Continuavo a guardare i dati chiedendomi: cosa mi sfugge?”. Ma era chiaro: nell’area descritta da Ripert il meteorite non c’era. È possibile che Ripert abbia visto qualcosa di più piccolo, dice Stephen, ma non può essere il mostro che in molti avevano sperato di trovare. “È una conclusione piuttosto deludente, no? Perché allora potrebbe comunque esistere. E sarebbe comunque il meteorite più grande del mondo. Ma così va la vita”.

Bland capisce perché i gemelli abbiano sentito la necessità di indagare anche se la probabilità di successo era minima. “Se pensi di avere un metodo diverso, allora ci provi. Buona parte della scienza in realtà è esplorazione.”

Cosa dobbiamo concludere da tutto questo? Oggi sappiamo oltre ogni ragionevole dubbio che la storia di Ripert non può essere presa alla lettera. Ma ogni scienziato che ha lavorato al mistero del “ferro di Dio” è rimasto con un retrogusto di insoddisfazione. Cosa successe davvero in quel giorno fatidico del 1916? Se Ripert era un mitomane, come si procurò il suo vero meteorite, che oltretutto è di un tipo estremamente raro? “Dobbiamo accettare che non abbiamo una risposta per tutto”, dice Zanda.

Ma forse un intrico di prove confuse e difficili da spiegare è proprio quello che gli scienziati dovrebbero aspettarsi. In fin dei conti, capita solo raramente che tutto si incastri ed evidenze contraddittorie si sistemino al loro posto permettendoci di vedere qualcosa di nuovo. I misteri e gli indizi inspiegabili sono il carburante che alimenta il motore della scienza.

Lo stesso Monod sembra averla pensata così. Zanda ricorda di essere stata con lui in cima al Guelb Aouinet, l’affioramento roccioso che secondo lui Ripert poteva aver scambiato per un meteorite. “Dobbiamo proprio abbandonare ogni speranza?”, le chiese, mentre guardavano le dune. “Non è forse un bene che, rifiutando di cedere all’evidenza, i sogni irrealizzati di tutti noi possano continuare a esistere?”. ◆gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati