Andando da Ciudad del Este, nel sud del Paraguay, verso nord, i paesaggi sono simili a quelli di ogni altra regione agricola dell’America Latina. S’incontrano silos per cereali, campi di soia, qualche mucca e officine per i trattori. Ma lungo il tragitto, ogni pochi metri Antonio Li indica un capannone con il tetto di lamiera in mezzo ai campi: “Ecco un’altra fabbrica di bitcoin”, dice.
Li ha 39 anni e una “fabbrica” nascosta in una segheria abbandonata da tempo. Gli alberi di mango sono carichi di frutti ancora verdi. Quando Li va in fabbrica gli pneumatici del suo suv si ricoprono di uno spesso strato di argilla rossa. Nessun cartello rivela le attività in corso. Sugli scaffali ci sono seicento computer grandi come scatole da scarpe che emettono aria calda e ronzano producendo il rumore di un aereo a reazione con i motori in folle. Intorno agli apparecchi lampeggianti circola aria fresca prodotta da ventilatori con pale enormi. L’aria di scarico viene soffiata fuori dal capannone, ma quando la temperatura esterna arriva a 40 gradi – e succede sei mesi all’anno – nel locale si raggiungono i 60 gradi.
“Se fa troppo caldo dobbiamo rallentare i computer, altrimenti rischiamo di bruciare l’hardware”, spiega Li. Davanti alla sala macchine i suoi dipendenti tolgono la polvere rossa che si deposita sugli apparecchi e sostituiscono i pezzi bruciati. Sembra di essere nella bottega di un ferrovecchio.
Ma qui si producono cose che esistono solo su internet: bitcoin, ether e altre criptovalute. I computer dei miners _(minatori) eseguono calcoli complessi che servono a convalidare le transazioni in criptovaluta e in cambio ricevono una commissione sulle transazioni inserite nel blocco che hanno convalidato. Inoltre ricevono una ricompensa per la produzione di singoli blocchi della _blockchain, il registro online dove sono annotati e convalidati i passaggi di moneta virtuale tra gli utenti. Li e i suoi concorrenti, un po’ come i cercatori d’oro lungo il rio delle Amazzoni, setacciano la rete per estrarne bitcoin.
Traffici alla frontiera
Nel 2009, quando fu creato il bitcoin, era ancora possibile usare dei computer normali per queste operazioni. Poi, con il successo e la diffusione della criptovaluta, gli utenti che si connettono a questa rete sono aumentati e anche i calcoli da fare sono diventati più complessi. Per questo da qualche anno i _miners _lavorano con macchine molto più potenti. A livello mondiale questi computer consumano tantissima energia elettrica, secondo alcuni esperti l’equivalente del consumo annuale dell’Austria. Così le persone come Li cercano in ogni angolo del mondo l’elettricità a basso costo. Meno spendono, più redditizia è l’attività delle loro reti di calcolatori. In Paraguay il costo della corrente elettrica è bassissimo, quattro centesimi di dollaro statunitense a chilowattora. Il prezzo è così basso grazie alla centrale idroelettrica di Itaipú, venti chilometri a nord di Ciudad del Este: negli anni ottanta i generali erano al potere in Brasile e in Paraguay volevano costruire la centrale idroelettrica più grande del mondo.
I militari sbarrarono le acque del rio Paraná, il cui corso oggi è regolato da venti turbine. Da allora in America Latina si dice che il Paraguay è “una centrale idroelettrica circondata da un po’ di terra”. Sono quasi quarant’anni che Itaipú fornisce elettricità al Brasile.
Invece il Paraguay, con appena sette milioni di abitanti, di tutta questa elettricità non sa bene cosa farsene, visto che nel suo territorio le industrie sono quasi completamente assenti.
“Dagli Stati Uniti al Messico il mining di criptovalute è un’attività senza rischi, ma anche senza guadagni”, dice Li. In Paraguay è il contrario: “Con i bitcoin si guadagna, ma il rischio è alto”.
Tra gli imprenditori di bitcoin di Ciudad del Este Li è uno dei pochi a parlare apertamente dei suoi affari. La discrezione è una caratteristica diffusa nella cosiddetta triple frontera, la frontiera tra Paraguay, Brasile e Argentina: qui la gente non ama raccontare quello che fa. Infatti in Sudamerica Ciudad del Este è considerata il paradiso dei contrabbandieri. Attraverso questa frontiera sono passati per decenni whisky contraffatto e prodotti tessili ed elettronici provenienti dall’estremo oriente.
Horacio Cartes, l’ex presidente che ha governato fino all’agosto del 2018, è diventato miliardario grazie alle sue fabbriche di tabacco che hanno inondato di sigarette di contrabbando il mercato brasiliano. Le mafie dell’Argentina e del Brasile si riforniscono di armi e droga a Ciudad del Este, mentre da anni la Cia, l’agenzia di intelligence statunitense, sostiene che l’organizzazione sciita libanese Hezbollah abbia in questa zona la sua sede principale al di fuori del Medio Oriente.
La vita di Li non fa notizia a Ciudad del Este. Il suo vero nome è Yiau Chun Lin. Quando aveva due anni il padre lo portò da Taiwan in Paraguay e gli comprò un certificato di nascita brasiliano. Da allora si chiama Antonio Li. Oggi ha quattro passaporti e, oltre al mandarino e al taiwanese, parla perfettamente lo spagnolo e il portoghese. Capisce anche il guaraní, la lingua indigena ufficiale del Paraguay. Ha importato videogiochi e prodotti elettronici dall’Asia per anni, finché non ha sistemato in garage i primi computer per estrarre bitcoin.
Li vive grazie ai bitcoin, e a Ciudad del Este altri venti imprenditori vivono come lui. Nel portafogli ha tre carte di credito in bitcoin, tutte argentine. “In paesi come il Venezuela e l’Argentina, dove il tasso d’inflazione è alto e ci sono controlli sui cambi, la gente è particolarmente interessata ai bitcoin”, spiega.
◆ Bitcoin è una criptovaluta creata nel 2009 da una persona (o da un gruppo di persone) nota con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto.
◆I bitcoin sono generati da computer collegati in rete che eseguono complesse operazioni matematiche. La procedura è nota con il nome di mining. Le persone che lavorano per generare i bitcoin si chiamano miners, minatori.
◆Il numero totale di bitcoin che possono essere generati è limitato a circa 21 milioni. I bitcoin (o loro frazioni) possono essere comprati o venduti in cambio di valute tradizionali e possono essere trasferiti attraverso internet da un utente a un altro.
◆Tutte le transazioni sono registrate in un libro mastro digitale amministrato collettivamente, con un sistema chiamato blockchain. The Economist
Ogni cosa ha un prezzo
La potenza di elaborazione di tutti i computer connessi alla rete bitcoin si misura in _ hashrate_. Al momento la rete bitcoin ha a disposizione complessivamente circa 93 milioni di terahash. Con ogni singolo apparecchio di mining, Antonio Li fornisce un contributo di 14 terahash. Perfino i suoi computer poco efficienti possono eseguire 14mila miliardi di calcoli al secondo. Le enormi capacità di calcolo della rete consentono il salvataggio sicuro e non modificabile delle transazioni in bitcoin.
Li sta trattando con un imprenditore svedese che ha comprato dei computer per estrarre bitcoin all’inizio del 2018, quando il valore della moneta virtuale aveva raggiunto l’apice, sfiorando la soglia dei 20mila dollari, quasi il triplo del valore attuale. Con il valore dei bitcoin, però, erano schizzati alle stelle anche i prezzi dell’hardware. “Lo svedese non è ancora rientrato dell’investimento fatto”, racconta Li. “Forse in Paraguay può riuscire a guadagnare qualcosa”.
Altri investitori puntano su computer economici e infrastrutture molto semplici. In un capannone Rocelo Lopes, uno dei pionieri nella produzione di bitcoin in Paraguay, ha disposto alcune migliaia di computer su strutture fatte con tubi di scarico in pvc. Queste costruzioni, anche se traballanti, si possono espandere rapidamente in caso di necessità. I miners del Paraguay contano sul fatto che presto in America Latina arriveranno altri investitori le cui fabbriche non danno più profitti.
Li tratta anche con miners cinesi, che per la maggior parte operano vicino al confine mongolo e risentono dei razionamenti dell’elettricità. Vorrebbe portarli qui, ma visto che il Paraguay riconosce ufficialmente Taiwan, secondo Li gli imprenditori cinesi non riuscirebbero a ottenere un visto e ufficialmente non potrebbero investire. Ma le cose possono cambiare. “Lavoriamo tutti in una zona grigia”, spiega Li. Per lui non è un problema: ha abbastanza conoscenze nella magistratura, alla dogana, all’agenzia delle entrate e nell’azienda elettrica.
◆ Il Paraguay è uno dei paesi meno densamente popolati dell’America Latina. La sua economia è prevalentemente agricola. Per più di trent’anni, dal 1954 al 1989, il paese è stato governato con il pugno di ferro dal generale Alfredo Stroessner, che offrì accoglienza ai criminali di guerra nazisti, perseguitò le popolazioni indigene e represse gli oppositori politici. Quando Stroessner fu deposto, nel 1989, il suo Partido colorado non fu sciolto. Nel 2008, però, l’elezione a presidente dell’ex vescovo Fernando Lugo ha messo fine a decenni di governi conservatori. Nel 2012 Lugo è stato destituito con un processo di _ impeachment _molto contestato. Oggi il presidente del paese è Mario Abdo Benítez, del Partido colorado. Bbc
“Tutto si può comprare”, dice. I trasformatori devono essere collaudati dalle autorità, ma ci vogliono due mesi, che nel mondo dell’estrazione di bitcoin sono un’eternità. In cambio di 500 dollari l’ispettore rilascia l’autorizzazione in soli dieci giorni. Per evitare i dazi sulle importazioni bisogna dichiarare i macchinari usati come apparecchiature informatiche, e anche questo ha un prezzo. Un giornalista di Asunción spiega che dietro a ogni fabbrica di una certa dimensione in Paraguay c’è un ministro, un giudice o un generale che allunga le mani e in cambio la fa funzionare.
Famiglia allargata
Non è chiaro chi ci sia dietro ad Antonio Silva, il re dei cercatori di bitcoin di Ciudad del Este. Di certo lui non si nasconde. Nel suo ufficio in centro campeggia una scritta a caratteri cubitali: “È quasi come fare i cercatori d’oro, anzi molto meglio”, dice. Parlare con Silva non è facile, perché fa mille cose alla volta: scrive sul suo smartphone, fuma una sigaretta, s’infila in bocca un pezzo di torta e ci spiega la sua visione della criptoeconomia e del mondo. Parlando a voce altissima racconta che ha 52 anni, è orfano e viene dal Brasile centroccidentale. Ha lavorato come autista di camion, è stato un produttore di profumi fallito e ora è un imprenditore di criptovaluta di successo, come dimostrano i pesanti braccialetti d’oro che porta al polso e la croce al collo. “La nostra è un’impresa familiare”, afferma.
Con lui lavorano molti dei suoi sedici figli. Il genero ci accompagna nel negozio di souvenir e ci indica i grafici con le quotazioni delle criptovalute alle pareti. La figlia ci serve il caffè e tranquillizza Silva quando si scalda troppo. Silva ripete spesso: “Vendo fiducia, trasparenza e semplicità”. Ma sa che con la sede legale in Paraguay ottenere la fiducia non è facile. Per questo è andato di recente a Berlino: vorrebbe registrare una piattaforma di scambio di criptovalute in Germania, con il supporto della Solaris Bank. “Voglio andare dove ci sono regole più severe”, spiega. “Solo così mi conquisterò la fiducia dei clienti”. A causa del segreto bancario Solaris non rilascia dichiarazioni sulle sue eventuali collaborazioni.
In Paraguay Silva gestisce un vero e proprio criptoimpero: ha appena messo in circolo una sua valuta digitale, la Lqx, fa mining, commercia in criptovalute ed estrae bitcoin per conto di vari investitori. Preferisce quelli piccoli, con un capitale che raggiunge al massimo i 50mila dollari. Tiene dei corsi rivolti a loro, che si possono vedere anche su YouTube. Il suo aspetto – la pancia enorme, i pantaloncini sdruciti e le scarpe Crocs consumate – è considerato autentico dagli altri imprenditori sudamericani che si sono fatti da sé. Ai visitatori Silva fa indossare le magliette con il logo della sua azienda, la Mdx.
“È successo spesso che dei truffatori filmassero i miei impianti e li spacciassero per loro, per poi sparire con i soldi degli investitori”, racconta.
Silva fa lavorare la maggior parte dei suoi 26mila computer nel Parque industrial Monte Carlo, una zona industriale quaranta chilometri a nord di Ciudad del Este, ai margini di una foresta pluviale e circondata da risaie. Ha sistemato i computer in un edificio a tre piani e in vari container. Per raffreddarli ha installato un sistema di aria condizionata che ha copiato, migliorandolo, dagli allevatori di polli del Brasile meridionale. Dal momento che in Paraguay il collegamento internet è lento, Silva usa un’antenna per connettersi a un operatore brasiliano. Ha assunto un informatico che riavvia in maniera controllata i computer ogni volta che l’elettricità salta; inoltre tiene lontani gli hacker, che cercano in continuazione di intrufolarsi nei computer per riprogrammarli affinché facciano _mining _a favore di altri.
Mentre guarda i dipendenti indaffarati intorno a lui, si accende una sigaretta e dice soddisfatto: “Da nessuna parte nei tropici c’è qualcuno che fa mining più di me o meglio di me”.
Si potrebbe anche affermare che nessuno lo fa con la sua stessa sicurezza di guadagno: Silva mette i computer a disposizione dei piccoli investitori in cambio di un compenso. Anche se il valore delle criptovalute crollasse, lui continuerebbe a fare profitti. ◆ sk
Oltre all’elettricità a basso costo il Paraguay ha un altro vantaggio: l’importazione dei computer con elevata potenza di calcolo è esente dai dazi doganali. Antonio Li compra i computer usati in Cina a 150 dollari l’uno, ma i prezzi variano perché sono calcolati in bitcoin. Per arrivare ci mettono due mesi in nave o due settimane in aereo. Grazie all’elettricità a basso costo, per Li è vantaggioso anche usare computer ad alto consumo e con basse capacità di calcolo, che oggi non convengono più neanche in Russia o in Cina. La potenza di elaborazione di tutti i computer connessi alla rete bitcoin si misura in hashrate. Al momento la rete bitcoin ha a disposizione complessivamente circa 93 milioni di terahash. Con ogni singolo apparecchio di mining, Antonio Li fornisce un contributo di 14 terahash. Perfino i suoi computer poco efficienti possono eseguire 14mila miliardi di calcoli al secondo. Le enormi capacità di calcolo della rete consentono il salvataggio sicuro e non modificabile delle transazioni in bitcoin. Li sta trattando con un imprenditore svedese che ha comprato dei computer per estrarre bitcoin all’inizio del 2018, quando il valore della moneta virtuale aveva raggiunto l’apice, sfiorando la soglia dei 20mila dollari, quasi il triplo del valore attuale. Con il valore dei bitcoin, però, erano schizzati alle stelle anche i prezzi dell’hardware. “Lo svedese non è ancora rientrato dell’investimento fatto”, racconta Li. “Forse in Paraguay può riuscire a guadagnare qualcosa”. Altri investitori puntano su computer economici e infrastrutture molto semplici. In un capannone Rocelo Lopes, uno dei pionieri nella produzione di bitcoin in Paraguay, ha disposto alcune migliaia di computer su strutture fatte con tubi di scarico in pvc. Queste costruzioni, anche se traballanti, si possono espandere rapidamente in caso di necessità. I miners del Paraguay contano sul fatto che presto in America Latina arriveranno altri investitori le cui fabbriche non danno più profitti. Li tratta anche con miners cinesi, che per la maggior parte operano vicino al confine mongolo e risentono dei razionamenti dell’elettricità. Vorrebbe portarli qui, ma visto che il Paraguay riconosce ufficialmente Taiwan, secondo Li gli imprenditori cinesi non riuscirebbero a ottenere un visto e ufficialmente non potrebbero investire. Ma le cose possono cambiare. “Lavoriamo tutti in una zona grigia”, spiega Li. Per lui non è un problema: ha abbastanza conoscenze nella magistratura, alla dogana, all’agenzia delle entrate e nell’azienda elettrica. “Tutto si può comprare”, dice. I trasformatori devono essere collaudati dalle autorità, ma ci vogliono due mesi, che nel mondo dell’estrazione di bitcoin sono un’eternità. In cambio di 500 dollari l’ispettore rilascia l’autorizzazione in soli dieci giorni. Per evitare i dazi sulle importazioni bisogna dichiarare i macchinari usati come apparecchiature informatiche, e anche questo ha un prezzo. Un giornalista di Asunción spiega che dietro a ogni fabbrica di una certa dimensione in Paraguay c’è un ministro, un giudice o un generale che allunga le mani e in cambio la fa funzionare. Famiglia allargata Non è chiaro chi ci sia dietro ad Antonio Silva, il re dei cercatori di bitcoin di Ciudad del Este. Di certo lui non si nasconde. Nel suo ufficio in centro campeggia una scritta a caratteri cubitali: “È quasi come fare i cercatori d’oro, anzi molto meglio”, dice. Parlare con Silva non è facile, perché fa mille cose alla volta: scrive sul suo smartphone, fuma una sigaretta, s’infila in bocca un pezzo di torta e ci spiega la sua visione della criptoeconomia e del mondo. Parlando a voce altissima racconta che ha 52 anni, è orfano e viene dal Brasile centroccidentale. Ha lavorato come autista di camion, è stato un produttore di profumi fallito e ora è un imprenditore di criptovaluta di successo, come dimostrano i pesanti braccialetti d’oro che porta al polso e la croce al collo. “La nostra è un’impresa familiare”, afferma. Con lui lavorano molti dei suoi sedici figli. Il genero ci accompagna nel negozio di souvenir e ci indica i grafici con le quotazioni delle criptovalute alle pareti. La figlia ci serve il caffè e tranquillizza Silva quando si scalda troppo. Silva ripete spesso: “Vendo fiducia, trasparenza e semplicità”. Ma sa che con la sede legale in Paraguay ottenere la fiducia non è facile. Per questo è andato di recente a Berlino: vorrebbe registrare una piattaforma di scambio di criptovalute in Germania, con il supporto della Solaris Bank. “Voglio andare dove ci sono regole più severe”, spiega. “Solo così mi conquisterò la fiducia dei clienti”. A causa del segreto bancario Solaris non rilascia dichiarazioni sulle sue eventuali collaborazioni. In Paraguay Silva gestisce un vero e proprio criptoimpero: ha appena messo in circolo una sua valuta digitale, la Lqx, fa mining, commercia in criptovalute ed estrae bitcoin per conto di vari investitori. Preferisce quelli piccoli, con un capitale che raggiunge al massimo i 50mila dollari. Tiene dei corsi rivolti a loro, che si possono vedere anche su YouTube. Il suo aspetto – la pancia enorme, i pantaloncini sdruciti e le scarpe Crocs consumate – è considerato autentico dagli altri imprenditori sudamericani che si sono fatti da sé. Ai visitatori Silva fa indossare le magliette con il logo della sua azienda, la Mdx. “È successo spesso che dei truffatori filmassero i miei impianti e li spacciassero per loro, per poi sparire con i soldi degli investitori”, racconta. Silva fa lavorare la maggior parte dei suoi 26mila computer nel Parque industrial Monte Carlo, una zona industriale quaranta chilometri a nord di Ciudad del Este, ai margini di una foresta pluviale e circondata da risaie. Ha sistemato i computer in un edificio a tre piani e in vari container. Per raffreddarli ha installato un sistema di aria condizionata che ha copiato, migliorandolo, dagli allevatori di polli del Brasile meridionale. Dal momento che in Paraguay il collegamento internet è lento, Silva usa un’antenna per connettersi a un operatore brasiliano. Ha assunto un informatico che riavvia in maniera controllata i computer ogni volta che l’elettricità salta; inoltre tiene lontani gli hacker, che cercano in continuazione di intrufolarsi nei computer per riprogrammarli affinché facciano mining a favore di altri. Mentre guarda i dipendenti indaffarati intorno a lui, si accende una sigaretta e dice soddisfatto: “Da nessuna parte nei tropici c’è qualcuno che fa mining più di me o meglio di me”. Si potrebbe anche affermare che nessuno lo fa con la sua stessa sicurezza di guadagno: Silva mette i computer a disposizione dei piccoli investitori in cambio di un compenso. Anche se il valore delle criptovalute crollasse, lui continuerebbe a fare profitti. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati