Per quanto riguarda l’accesso all’acqua pubblica, la Romania ha tutte le caratteristiche di un paese non ancora sviluppato. Nel 2007, quando Bucarest entrò nell’Unione europea, le autorità affermarono che entro il 2018 tutti i romeni avrebbero avuto l’acqua corrente. Oggi ancora un terzo della popolazione non ce l’ha. Quanto alle condizioni igienico-sanitarie, la situazione è perfino peggiore: solo la metà delle abitazioni è collegata al sistema fognario.

Il villaggio di Fântâna Mare, nella provincia di Costanza, non ha l’acqua corrente: l’intera comunità dipende da un’unica fonte. Qui il terreno è così sabbioso che è impossibile scavarsi un pozzo nel cortile di casa. Si scava invano e non si trova nemmeno un filo d’acqua, neanche usando le idrovore. Fântâna Mare è l’unico villaggio in Romania abitato esclusivamente da turchi. Sono circa quattrocento, ma nessuno di loro usa il nome romeno per indicare il posto dove vive. Per tutti il villaggio si chiama Bașpınar, che in turco vuol dire fontana principale. Le autorità romene hanno scelto una grafia diversa: Bașpunar. Sui cartelli stradali è scritto ancora così.

Nella moschea di Fântâna Mare (Bașpınar), 10 ottobre 2017 (Andrei Crăciun)

In Romania vivono in totale trentamila cittadini di origine turca. A Bașpınar i primi abitanti arrivarono ai tempi di Osman Pascià, nell’ottocento. Qui le persone non parlano il romeno corrente e chiamano il paese T,ara Românească, come ai tempi dei sultani e dei voivodi, i principi locali. Per salutarsi non usano il romeno _bună ziua _(buongiorno), ma dicono _as-salam aleikoum _(la pace sia con te). Come se in Dobrugia (la regione compresa tra il Danubio e il mar Nero) l’impero ottomano esistesse ancora. Ho parlato con gli abitanti di Bașpınar dei loro problemi, ho bevuto il loro caffè e ho pregato con loro nella moschea locale. Ci siamo seduti in direzione della Mecca e abbiamo ascoltato il richiamo dell’imam. Tutti hanno detto che Allah è grande, ma poi hanno fatto spallucce e hanno ammesso di aver perso ogni speranza: neanche Allah può far arrivare l’acqua nel villaggio. Nessuno può nulla contro la burocrazia romena.

Birra, vino e palincă

Dove finisce il mondo comincia Bașpınar. Oltre c’è solo la frontiera con la Bulgaria. Per arrivare da queste parti si prende l’autostrada soarelui, l’autostrada del sole, che collega Bucarest con Costanza. Poi basta continuare per una decina di chilometri e sembra di tornare nel passato: prima nel comunismo, poi nel medioevo.

A Bașpınar sembra di vivere ai tempi dell’impero ottomano. Le case sono vecchie, fatte di fango e paglia: non si capisce come possano resistere ai furiosi venti della Dobrugia, eppure ci riescono. C’è una piccola bottega che vende i biglietti della lotteria, ma è chiusa.

Sulle finestre delle case sono piazzati altoparlanti che diffondono per le strade una musica malinconica: sono canzoni turche di sofferenza e disperazione. Tutte le famiglie hanno le antenne paraboliche per captare i programmi della tv turca. Anche le radio sono sintonizzate sulle frequenze di Istanbul. La gente di Bașpınar impara il romeno a scuola, e neanche troppo bene.

Fântâna Mare (Bașpınar), 10 ottobre 2017 (Andrei Crăciun)

Oggi per andarsene da qui c’è un solo modo: studiare, andare al liceo Atatürk a Medgidia, una cittadina poco distante, e aggiudicarsi una borsa di studio dello stato turco per fare l’università a Istanbul o ad Ankara. Un tempo era diverso: si andava a scuola senza troppo impegno e poi subito a lavorare, a Costanza o ancora più vicino, nel comune di Independent,a, il centro amministrativo a cui fa capo Bașpınar. I turchi lo chiamano Bajram Dede.

Per uno strano caso il villaggio di Bașpınar, interamente turco, fa parte di un comune il cui nome celebra proprio l’indipendenza della Romania dall’impero ottomano. Ma qui nessuno sembra prestare attenzione a questo piccolo paradosso. Quando il dittatore romeno Nicolae Ceaușescu è stato ucciso e il regime comunista è crollato, le industrie hanno chiuso, e i turchi sono tornati nel villaggio per prendersi cura degli animali: pecore, capre e vacche. Ma nessun maiale, perché a Bașpınar la carne di maiale non si mangia. Allah lo vieta. In compenso si beve alcol, come in tutti i villaggi romeni: vino, birra palincă e t,uică. “Allah sa che la vita è dura e ci perdona”, dicono gli abitanti del posto.

Nostalgia e leggende

L’intero villaggio è costruito intorno al pozzo, che è circondato dalla leggenda. A Bașpınar tutti sono convinti che la loro unica fonte d’acqua esista dalla notte dei tempi. Sul frontone della fontana è riportato il 1278 come anno di costruzione, ma solo perché a un certo punto è stato necessario indicare una data precisa.

La leggenda vuole che un tempo, quando il villaggio ancora non aveva un nome, un toro si avventurò in questa valle. Quando tornò dai proprietari, sulle colline dei dintorni, era coperto di fango, come se si fosse rotolato in uno stagno. Fu così che la gente del posto scoprì che qui c’era l’acqua. Da allora gli abitanti del villaggio si sono scrupolosamente presi cura della loro sorgente.

Negli ultimi anni, grazie al sostegno dell’associazione degli imprenditori turchi, dell’ambasciata e del consolato di Ankara, sopra la fonte è stata costruita una cupola blu, simile a quella delle moschee. È stato installato un rubinetto ed è stato costruito un abbeveratoio per gli animali: anche loro vengono qui per placare la sete. Dietro alla fontana c’è una moschea con un minareto bianco costruito da poco con i fondi di un mecenate turco. Anche le strade, dice la gente del villaggio, sono state ristrutturate con soldi arrivati dalla Turchia. Qui tutti hanno abbandonato la speranza di ottenere qualcosa dalle autorità romene. “Ladri e banditi, capaci solo di fare promesse a vuoto”, dicono gli abitanti di Bașpiınar, scuotendo le spalle con rassegnazione.

Ma a Bașpınar c’è anche un’altra leggenda, ancora più incredibile. Tutti sono convinti che l’arca di Noè sia attraccata proprio qui. Vicino al villaggio c’è un bosco che è sempre verde, d’estate e d’inverno, ed è circondato da rocce a cui sono attaccati degli anelli di ormeggio. Qui, secondo la leggenda, sarebbe approdata l’arca dopo il diluvio universale. Si dice anche che un tempo ci fosse un fiume che scorreva verso il mar Nero.

Il capo della comunità si chiama Mehmet Sabatin. Ha un negozio sulla strada vicina alla fontana, dove vende halva e gomme da masticare, ma non acqua. Perché qui nessuno è abituato a pagare per l’acqua. Da Sabatin sembra di stare al bazaar: i clienti comprano e mettono tutto sul conto. Sabatin vende anche qualche medicina, sempre a credito. La farmacia più vicina è nella cittadina di Independent,a. Sabatin fa l’elettricista, ma sa come funziona la politica. È convinto che il villaggio sia perseguitato perché ha scelto un sindaco del Partito nazional liberale (Pnl) in una regione – quella di Costanza – governata dai socialdemocratici del Psd. Secondo Sabatin, i cittadini di Bașpınar si sono trovati nel mezzo di uno scontro politico più grande di loro.

Qui la gente parla di politica anche quando fa la fila alla fontana per prendere l’acqua. Molti hanno nostalgia dei comunisti perché, anche se rubavano come i politici di oggi, almeno facevano qualcosa per i poveri. All’inizio degli anni sessanta furono loro a portare nel villaggio la corrente elettrica.

Sabatin è convinto che se non l’avessero fatto, oggi qui si vivrebbe ancora alla luce delle candele. Ma non difende il vecchio regime. Sa che, se non fosse stato deposto, Nicolae Ceaușescu avrebbe cancellato il villaggio e deportato i turchi in altre zone del paese, lontani dalla loro patria.

Da sapere
Cittadini e minoranze
La popolazione romena secondo il censimento del 2011. (Fonte: Recensamantromania.ro)

E l’acqua? I politici la promettono a ogni tornata elettorale. Oggi la gente aspetta le comunali del 2020 per sentirsi fare di nuovo la stessa promessa.

Ma il signor Daut, che ha un garage da gommista in cima alla collina, è un po’ più ottimista. Ascolta musica orientale da una radio appesa al soffitto della sua officina di fortuna. Ha perso un occhio, fuma in continuazione ed è sempre di buon umore. Sulla parete ha anche un orologio, ma la lancetta dei minuti è ferma, si muove solo quella delle ore. Del resto a Bașpınar il tempo è un concetto relativo. Daut ha sentito dire che quest’anno finalmente arriverà l’acqua corrente. Quando gli chiediamo com’è vivere senz’acqua, ci guarda come se fossimo extraterrestri: “È difficile, certo che è difficile. Come diavolo dev’essere?”.

Incontriamo il signor Mammuth mentre riempie una tanica alla fontana. La carica sulla sua bicicletta e ci dice che secondo lui è tutta colpa degli abitanti del villaggio, che non sono stati abbastanza determinati nelle loro richieste. Forse per paura delle bollette. In fondo l’acqua della fontana è gratuita. Mammuth è contrario all’acqua corrente: non ne ha bisogno, dice. Suo nipote, intanto, porta un gregge di capre all’abbeveratoio. Gli animali conoscono la strada, si lanciano sull’acqua e ci guardano con occhi sgranati, come i bambini.

Da sapere
Una comunità secolare

“Nel 1262 una guarnigione di soldati turchi penetrò nel nord della Dobrugia”, scrive Sinziana Ionescu sul quotidiano **Adevărul **in un lungo articolo sulla storia delle minoranze turca e tatara in Romania. “Erano guidati dal derviscio Sari Saltuk, che aveva il compito di diffondere l’islam. L’impero ottomano non aveva ancora conosciuto la sua grande espansione. All’epoca la Dobrugia era terra di nessuno, praticamente disabitata: al sud c’era l’impero bizantino, al nord i tatari dell’Orda d’oro. Sari Saltuk era il capo, baba in turco, della comunità musulmana. L’insediamento romano di Vicus novus (villaggio nuovo) fu chiamato Babadag, il monte di baba, in suo onore. Qui il derviscio fu sepolto. E nel 1484 il sultano Bayezid II gli fece costruire un mausoleo che è ancora la principale attrazione turistica della città. Babadag fu anche capoluogo della Dobrugia. Per due anni, nel 1677 e 1678, la sede del pascialato, chi si trovava nella cittadina di Silistra, fu trasferita qui. All’epoca la città aveva decine di migliaia di abitanti e 400 tra negozi, locande, scuole e botteghe. Un punto di svolta per i musulmani della Dobrugia fu la guerra russo-turca del 1877-1878, che segnò la fine del dominio ottomano e il passaggio della regione sotto il controllo dello stato romeno. I musulmani persero la supremazia sull’area e si ritrovarono sudditi di una monarchia cristiana”.

Dopo il 1878 la Dobrugia multietnica visse un processo di colonizzazione che colpì soprattutto i musulmani proprietari terrieri. “La colonizzazione si accompagnò all’assimilazione culturale, portata avanti attraverso l’istruzione e la religione cristiana”, spiega ad **Adevărul **Constantin Iordachi, professore all’Università dell’Europa centrale di Budapest. “E il fenomeno alimentò l’emigrazione di turchi e tatari”. L’esodo crebbe dopo la fine della prima guerra mondiale, quando dal crollo degli imperi nacque la Turchia moderna. “In quella fase Ankara promosse la migrazione dei popoli turchi dai Balcani per ripopolare l’Anatolia. Tuttavia va ricordato che, a differenza della Bulgaria, la Romania era un paese accogliente per i musulmani, che godevano della libertà religiosa e di altre garanzie”. ◆


Il modello Erdoğan

Il vento della Dobrugia è così forte che quasi mi solleva da terra. Sabatin assiste divertito alla scena e comincia a recitare dei versi, storpiando con parolacce e volgarità una celebre poesia romena. Gli anziani del posto, che non sono andati a scuola, non sanno il romeno. Ti indicano con il dito e ti classificano subito: sei il forestiero. Per strada la gente si saluta scambiandosi un augurio di pace. E in effetti nel villaggio la pace non manca. Le donne più timide non parlano con gli stranieri. Ma si accollano gran parte del lavoro domestico. Qui le famiglie sono ancora numerose, anche se non come una volta.

Hussein ha tre figlie. Nella sua famiglia erano dieci tra fratelli e sorelle. Otto sono ancora vivi. Ma il mondo è cambiato. La figlia maggiore di Hussein fa il quarto anno di università ad Ankara, dove studia “qualcosa che ha a che fare con la pedagogia”. Parlano su Skype tutti i giorni (a Bașpınar c’è la rete 4g) e lei vorrebbe tornare in Romania, perché in Turchia ha paura degli attentati. Così il discorso si sposta sulla geopolitica.

Hussein è convinto che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan sia “un uomo vero, uno con le palle”, e fa la lista dei leader mondiali che visitano la Sublime Porta per incontrarlo: “Da Vladimir Putin al capo dell’Iran, tutti vanno a Istanbul a incontrare Erdoğan”.

Solo Angela Merkel non è la benvenuta: lei e il presidente turco a quanto pare non vanno d’accordo. Considerato il gran numero di tedeschi di origine turca, Hussein non riesce a farsene una ragione. Ha anche sentito dire che i problemi dei turchi sono causati dai curdi. Hussein non ha mai visto dei curdi, sa solo che non gli piacciono. Bevendo una birra racconta di quando, durante il servizio militare, fu costretto a mangiare carne di maiale.

Quando Ceaușescu morì, Hussein, che allora lavorava in una fabbrica statale e se la passava piuttosto bene, si ritrovò senza più nulla. Oggi va alla fontana dieci volte al giorno: ha nove animali e ognuno ha bisogno di venti litri d’acqua. Non è una vita piacevole, dice, “ma cosa ci posso fare?”. Ha 58 anni e non ha mai fatto del male a nessuno. A casa sua tutti leggono il Corano, ma Allah non smette di metterlo alla prova: “Certo, Allah è grande, però…”.

Per Bașpınar esisteva anche un grande progetto: il paese doveva essere dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco in quanto modello di vecchio villaggio orientale. È un sogno che la gente del posto ha coltivato a lungo: le strade si sarebbero riempite di turisti, le locande avrebbero preparato i piatti della cucina turca per i visitatori, che si sarebbero alzati da tavola sazi e felici dopo aver assaggiato musaca di melanzane, torte al formaggio, ravioli, focacce. Invece non è arrivata nemmeno l’acqua. E al posto dell’Unesco c’è la burocrazia romena: il progetto per collegare Fântâna Mare all’acquedotto fa parte di un più vasto piano di infrastrutture del governo di Bucarest, finanziato con fondi europei e che dovrebbe concludersi nel 2020. I lavori dovevano cominciare alla fine del 2017.

“Ma ormai”, dice perplesso Rachid, un altro abitante del villaggio, “non ci crediamo più”. ◆ mt

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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati