“Bandiera rossa la trionferaaaaa!”. per la loro gita a Genova, gli anticapitalisti britannici di Globalise Resistance hanno perfino imparato a memoria le parole delle canzoni di protesta italiane. Le urlano a squarciagola, con i pugni alzati e sventolando le bandiere rosse. Alle quattro di pomeriggio di giovedì 19 luglio il treno speciale lascia la stazione di Calais. Una partenza insperata.
Due giorni prima le ferrovie francesi avevano annullato con un fax l’accordo stipulato con i giovani rivoluzionari britannici, che da mesi preparavano la loro spedizione. Ma, forse per un miracolo compiuto da un intervento della frenchie left, alla fine il treno speciale è stato ripristinato.
La loro Seattle
A bordo sono più di trecento, giovani e vecchi, e fra loro c’è di tutto tranne che dei teppisti. Almeno è quanto affermano quelli di Globalise Resistance, organizzazione promossa dalla Socialist Alliance (estrema sinistra), che conduce a Genova ecologisti, sindacalisti e attivisti cattolici sul convoglio speciale 27816/7. Il vertice del G8 sarà la “loro” Seattle e l’evento fondante di un’Europa anticapitalista. Alla loro guida c’è Guy Taylor, 34 anni, affiancato dall’instancabile Christophe Chataigne, 26 anni, francese prestato ai compagni inglesi. In calzoncini e sandali da prete, entrambi sembrano aver passato tutta la vita a organizzare viaggi del genere. Questo sarà molto più serio del previsto.
Sul treno c’è Mark dell’East End, liceale di 16 anni e mascotte del gruppo. Si è “innamorato pazzamente di Marx” grazie a una chat room su internet. Saaci, inglese con sangue indiano di Leeds, in tuta mimetica e borraccia a tracolla, sembra pronto per un raid nella giungla.
Ha 17 anni, ma conosce perfettamente il ruolo svolto da Mussolini alla direzione del quotidiano L’Avanti! nell’Italia di inizio secolo. Elisa e Becca, ragazzone bionde con i sandali, hanno le guance rosse dall’eccitazione per la loro prima avventura anticapitalista.
“Ci pensavamo da un po’ di tempo, Globalise Resistance ci ha convinto perché non è un movimento dogmatico”, spiega Becca. Da degna figlia radical-chic di un regista e di un’attrice di teatro, lavora nel commercio equo e solidale. La sua amica Elisa, studentessa di filosofia e infermiera volontaria, annuisce. Sono le sette di sera ed è l’ora del dibattito. Bisogna fare diverse sessioni per permettere a tutti di parteciparvi. Sì o no alla violenza? “No a quella sulle persone, sì a quella sui beni, ma non c’è bisogno della violenza per avere l’attenzione dei media”, dichiara un partecipante. Alla fine viene approvata la mozione che raccomanda “di rinunciarvi perché nuoce alla dinamica del movimento”. Ma quella è teoria. Invece la “zona rossa” di Genova è ben concreta e bisogna riuscire a entrarci.
“Rammolliti”
In fondo al vagone Gary approva. Alto due metri, 53 anni e disoccupato, sembra uscito da un film di Ken Loach. Non smette di inveire contro quella falsa sinistra di Tony Blair che taglia l’assistenza pubblica e non nasconde la sua gratitudine nei confronti di quei giovani che gli fanno tornare la voglia di menare le mani. “È una cosa stupida, la violenza è controproducente”, ironizza Tom Brown, 82 anni, il decano del treno. Le sue parole sono accolte da applausi.
Dopo essere andato in pensione, questo ex ufficiale dell’esercito in India si è convertito all’attivismo cristiano per il Terzo mondo. Arriva a Genova con una temibile squadra in cui si distinguono un ex preside settantenne, accusato di diverse azioni dirette contro il nucleare, e un pastore in pensione di 67 anni. Ci sono anche alcuni “infiltrati”. Kenneth non è di Globalise Resistance e del resto odia quel gruppo di “rammolliti”. Ecoterrorista di 24 anni, si presenta come “chirurgo degli alberi” e non ha molti dubbi: “L’opinione pubblica è con noi quando rompiamo le vetrine di un McDonald’s; sanno che cosa rappresenta e l’attacco alle multinazionali li fa riflettere”.
Alle quattro del mattino un annuncio improvviso li sveglia. “Il nostro treno è stato deviato su Modane”. Tutte le uscite sono bloccate. I celerini francesi circondano il convoglio e battono con il manganello sui finestrini per spingere i futuri manifestanti atterriti verso l’unica porta aperta. Sono tutti sul marciapiede, ancora intorpiditi dal sonno. Ricominciano le perquisizioni. Questa volta sono i carabinieri italiani, venuti fino a Modane. Poi vengono caricati su sei pullman scortati dalla polizia.
I gruppi vengono separati e i cellulari non funzionano più. Si ritroveranno tutti quattro ore dopo alla stazione di Principe. Guy Taylor annuncia: “Abbiamo sconfitto le ferrovie francesi e le calunnie della stampa. Siamo arrivati a Genova”. ◆ cp
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Questo articolo è uscito sul numero 397 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati