È una casa azzurra sulle colline di Kingston, di un celeste chiaro come il colore associato al fisco giamaicano. Al primo piano c’è una sala riunioni. Una squadra di ispettori tributari fa il bilancio dei controlli avviati sugli alberghi di lusso a Montego Bay, nel nord dell’isola, e su alcuni grandi gruppi del settore agroalimentare. Queste aziende fatturano milioni di dollari, ma la Giamaica non ne trae alcun vantaggio. Il denaro infatti scompare nei vicini paradisi fiscali: Saint Lucia, le Cayman, le Bahamas, le Bermuda e altre isole. “Ci avevano mandato i loro consulenti migliori, ma non hanno detto una parola. Non avevano più scuse. Sono rimasti a bocca aperta”, dichiara una giovane ispettrice di ritorno dalla sua missione. “Questo era l’obiettivo: avere dei controlli incontestabili. Ora queste aziende ci prendono sul serio”, aggiunge un collega. “Prima eravamo ricevuti da semplici dipendenti, adesso parliamo direttamente con gli amministratori delegati e con le big four (le grandi società di consulenza anglosassoni: Ernst & Young, PricewaterhouseCoopers, Kpmg e Deloitte)”, osserva un’altra persona presente alla riunione.

Donette Sommerville-Mills e Steffen W. Scholze sono seduti l’una accanto all’altro. Ascoltano tutti e si lasciano sfuggire un sorriso. Dopo mesi passati ad analizzare le tecniche delle multinazionali per fare profitti in Giamaica senza pagare l’imposta sugli utili (che ha un’aliquota del 25 per cento), a decifrare i documenti fiscali e a sventare trappole e stratagemmi, per distinguere ciò che è legale da ciò che non lo è, ora possono godersi questo successo. Donette Sommerville-Mills è giamaicana e dirige la squadra dell’agenzia delle entrate che si occupa dei grandi contribuenti. Steffen W. Scholze è tedesco e lavora per l’ufficio centrale delle imposte di Bonn. Diverse missioni in Ucraina, Austria, Italia, Regno Unito hanno fatto di lui un esperto internazionale nel suo campo.

Le loro strade non si sarebbero mai incrociate se l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e le Nazioni Unite non avessero lanciato nel 2015 un piano per aiutare i paesi in via di sviluppo a combattere l’elusione fiscale delle multinazionali. Così è nato il Tax inspectors without borders (Tiwb, ispettori fiscali senza frontiere), una squadra di funzionari molto competenti “prestati” dai paesi ricchi a quelli poveri per missioni che durano tra i dodici e i diciotto mesi al massimo. Una sorta di squadra d’élite del controllo tributario che conosce l’arte della guerra organizzata dalle imprese contro gli stati e che può essere mobilitata in tempi molto brevi. In altre parole i “medici senza frontiere” delle imposte.

L’obiettivo più importante

Scholze è al suo settimo soggiorno in Giamaica. Dal marzo del 2017 lavora a stretto contatto con l’amministrazione fiscale dell’isola per aiutarla ad analizzare le operazioni internazionali delle grandi aziende presenti nel paese. L’obiettivo più importante sono i cosiddetti prezzi di trasferimento delle operazioni transfrontaliere tra imprese associate, uno strumento usato per ingannare il fisco e a lungo tollerato dai legislatori.

Kingston, Giamaica (Tim Smith, Panos/Luz)

Oggi, però, è disciplinato dalle regole dell’Ocse contro gli abusi, che sono diventate legge in molti paesi, tra cui la Giamaica. In sostanza si tratta dei prezzi ai quali la casa madre e le sue controllate all’estero si scambiano beni e servizi. Spesso queste operazioni diventano temibili strumenti per trasferire artificialmente gli utili verso paesi con aliquote delle imposte sul reddito basse o inesistenti.

In questo modo in Giamaica diversi milioni di dollari vengono spostati in società esentate dalle tasse a Santa Lucia, scatole vuote che corrispondono a semplici indirizzi fiscali. In quest’isola di 2,8 milioni di abitanti, che fa parte del Commonwealth britannico, circa il 15 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, e i milioni che mancano all’economia si vedono.

“Non ho esitato un attimo a rispondere all’appello del Tiwb. Questo programma combatte le disuguaglianze e rafforza la fiducia dei paesi nella lotta ai grandi evasori”, spiega Scholze. “La tattica delle multinazionali consiste nell’identificare i paesi più deboli nel campo delle norme fiscali e creare lì una sede. Ora la Giamaica non farà più parte di questi paesi. È un segnale forte”. Tutte le strategie sono state analizzate, dalle società ombra al “sand­wich olandese” (una tecnica che permette di spostare i profitti alle Bermuda passando per i Paesi Bassi). E i risultati sono evidenti. Un primo assegno di 350 milioni di dollari giamaicani (2,3 milioni di euro) per la regolarizzazione della posizione fiscale sarà presto incassato dallo stato. “Avevamo bisogno di un aiuto concreto e le cose sono andate molto velocemente. Tre settimane dopo la nostra richiesta al Tiwb, la Germania si è candidata ed è arrivato Steffen”, spiega Sommerville-Mills. “Ci ha insegnato tutto”, continua la dirigente, organizzando i servizi e un’amministrazione in grado di reggere alle sfide della modernizzazione.

Circondata dai paradisi fiscali, l’isola avrebbe potuto cedere alla tentazione di attirare capitali facendo pagare meno tasse

“Vede?”, risponde gettando uno sguardo al piano terra dell’edificio, dove decine di persone fanno la coda agli sportelli. “Oggi è giorno di scadenza. Come sempre all’inizio del mese la gente viene a pagare le tasse in contanti”. Tutti si trovano nella stessa situazione e nei giorni di scadenza non è raro incontrare anche la leggenda vivente dello sprint, Usain Bolt. Presto, però, tutto sarà automatizzato. “Il governo ha lanciato un programma di pagamento online”, spiega Sommerville-Mills, mentre l’accompagniamo verso il quartiere degli affari, dov’è previsto un incontro tra personalità del mondo economico locale e rappresentanti dell’Ocse. “Lavorare insieme per servirvi meglio”, è scritto su un dépliant.

Per conto del G20

“Fermare l’emorragia e curare”, dice Pascal Saint-Amans, il direttore del centro di politica e amministrazione fiscale dell’Ocse, appena arrivato a Kingston. “Sono curioso di vedere cosa fa concretamente il Tiwb. Questo programma mi sta particolarmente a cuore”. L’idea di creare degli ispettori gli è venuta quando combatteva contro i paradisi fiscali per conto del G20 (i 19 paesi più ricchi del mondo e l’Unione europea). Saint-Amans cercava di far adottare delle regole globali per contrastare l’evasione fiscale dei giganti dei servizi e dell’industria. Ma a un certo punto si è detto: a che servono le regole se i piccoli paesi, le principali vittime dell’ottimizzazione fiscale (l’insieme dei metodi per ridurre al minimo il carico fiscale), non hanno i mezzi per applicarle? Si doveva aiutare Davide contro Golia, cercando di favorire l’adozione di buone pratiche fiscali riconosciute dall’Ocse.

“Questo progetto permette di ottenere due risultati: da un lato gli stati accrescono le entrate, e dall’altro, grazie al trasferimento di conoscenze, aumentano in modo stabile la loro base imponibile, perché il denaro recuperato serve per sviluppare l’economia”, osserva Saint-Amans. In questo modo dal 2016 sono stati recuperati nel mondo 500 milioni di dollari. Molto poco rispetto ai 240 miliardi di imposte perse ogni anno a causa dell’ottimizzazione fiscale delle multinazionali, ma è solo l’inizio. Sessanta paesi hanno già chiesto l’aiuto del Tiwb.

Tuttavia ci sono voluti tre anni per dimostrare che il progetto non avrebbe comportato spese pubbliche ulteriori – gli ispettori distaccati sono pagati dalla loro amministrazione d’origine, mentre le spese di missione sono pagate dai paesi ospitanti – e che non c’era alcuna ingerenza dei grandi paesi negli affari dei più piccoli. Le critiche però seguono Saint-Amans anche a Kingston. “Chi è l’Ocse per imporre il suo punto di vista? La Giamaica è indipendente. Le vostre regole costano care alle aziende”, dice Allison Peart, presidente della camera di commercio statunitense. “In materia di fisco gli stati sono sovrani. Non possiamo certo imporci, ma questo non significa che dobbiamo permettere alle multinazionali di fare quello che vogliono in tutto il mondo o concedere dei vantaggi a chi fa pagare meno tasse”, risponde Saint-Amans. “L’Ocse incoraggia la cooperazione per arrivare a regole giuste. I profitti realizzati in Giamaica devono essere tassati in Giamaica”. La sua risposta sembra colpire nel segno. “Il programma Tiwb interagisce con gli stati”, aggiunge Saint-Amans. “Le nostre regole servono a proteggerli”.

Da sapere
L’economia migliora

◆ L’economia giamaicana combatte da sempre con recessioni e alto debito pubblico. Spesso, come gli altri paesi dell’area caraibica, la Giamaica è messa in difficoltà da fattori esterni, tra cui l’esposizione agli uragani e agli effetti del cambiamento climatico. La situazione è migliorata dopo il 2013, alla fine del programma triennale di aiuti da 1,27 miliardi di dollari concesso dal Fondo monetario internazionale. Tra il 2017 e il 2018 il rapporto tra debito pubblico e pil è passato dal 115,6 al 96 per cento. La disoccupazione è scesa al 9,6 per cento. Banca mondiale


Il ministro delle finanze giamaicano, Nigel Clarke, non lo smentisce. “Il Tiwb aiuta a difendere i nostri interessi. La Giamaica vuole applicare elevati standard fiscali e allo stesso tempo rimanere una meta molto interessante per gli investitori”. Anche se il paese ha un alto debito pubblico e un alto tasso di criminalità, Clarke sottolinea gli sforzi fatti: “Negli ultimi sei anni abbiamo realizzato l’impossibile. E a quanto pare le riforme pagano. Abbiamo ridotto il debito dal 147 al 100 per cento del pil. L’economia è di nuovo in crescita”.

Circondata dai paradisi fiscali, la Giamaica avrebbe potuto cedere alla tentazione di attirare capitali facendo pagare meno tasse, ma ha resistito, aiutata dalle sue risorse (il turismo, le miniere, l’agricoltura), peraltro molto allettanti per gli investitori stranieri, soprattutto russi e cinesi, interessati alle privatizzazioni in corso. Kingston, inoltre, ha saputo dire di no alle lobby che spingono per la creazione di un centro finanziario offshore.

“L’Ocse? Le Nazioni Unite? Sono le benvenute se ci aiutano a finanziare le nostre esigenze di sviluppo”, dice Henley Morgan, imprenditore sociale e figura importante del quartiere ghetto di Trench Town, 27.600 abitanti nel centro di Kingston. “Si guardi intorno. Le necessità sono evidenti. Non sono le idee che mancano per far uscire i ragazzi dalla miseria”, aggiunge il “dottor Morgan”, come lo chiamano qui, indicando i terreni incolti e le case in lamiera. “Ho sentito parlare di questo problema con le multinazionali e bisogna combatterlo. Il capitalismo è diventato folle”. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1304 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati