Dopo mezzogiorno, mentre un caldo secco avvolge Santiago del Cile, plaza Italia comincia a riempirsi di manifestanti. Molti hanno il volto coperto. Sono gli encapuchados, accusati dal governo del presidente Sebastián Piñera di essere i principali responsabili dei disordini. Con gli estintori in mano, si lanciano tra le auto producendo un fitto fumo bianco, più fotogenico di quello dei lacrimogeni della polizia. Dall’inizio della contestazione, cominciata a metà ottobre del 2019, i _carabineros _cileni hanno lanciato tanti di quei candelotti lacrimogeni che quando una raffica di vento solleva la polvere da terra, i residui di gas bruciano la gola.

Sulla piazza i manifestanti scandiscono lo slogan Chile despertó, il Cile si è svegliato, o cantano El pueblo unido jamás será vencido, la canzone simbolo della resistenza alla dittatura del generale Augusto Pinochet, che prese il potere l’11 settembre 1973 con un colpo di stato appoggiato dagli Stati Uniti. Il tradimento del generale, seguito dal suicidio del presidente socialista Salvador Allende mentre era asserragliato nel palazzo della Moneda, mise fine a quasi quarant’anni di democrazia repubblicana.

Con il pretesto di eliminare il comunismo il regime di Pinochet, durato quasi 17 anni, cancellò qualunque rappresentanza democratica. Il parlamento fu sciolto, i partiti di opposizione furono vietati e la tortura fu istituzionalizzata.

Ufficialmente la dittatura finì nel 1990. Ma l’ampiezza della contestazione attuale – preceduta dalle manifestazioni studentesche del 2011 (durante il primo mandato di Piñera) e da quelle contro il sistema pensionistico privato del 2016 (durante il governo socialista di Michelle Bachelet) – dimostra quanto è difficile per il Cile compiere fino in fondo la transizione alla democrazia.

Le manifestazioni in plaza Italia, diventate il simbolo del “risveglio” cileno, si tengono ogni venerdì sera. Migliaia di persone convergono verso questo punto nevralgico della capitale con striscioni di vari colori, a seconda delle rivendicazioni: il giallo per protestare contro un sistema previdenziale basato sulle società di amministrazione dei fondi pensione (Afp), che investono i contributi pensionistici nel mercato finanziario; i fazzoletti verdi per rivendicare il diritto delle donne all’aborto e la bandiera del popolo mapuche per difendere i diritti degli indigeni.

Occupazione

Tutte le rivendicazioni hanno un elemento in comune: che riguardino la riforma della sanità, dell’istruzione, dei trasporti o del sistema pensionistico, per essere realizzate hanno bisogno che cambi la costituzione adottata da Pinochet nel settembre del 1980 e ancora oggi in vigore. Le riforme e revisioni fatte dai vari governi eletti dalla fine della dittatura non hanno modificato l’impianto sostanziale della carta e non hanno impedito che le disuguaglianze nel paese aumentassero.

Il 25 ottobre 2019 più di un milione di manifestanti ha invaso plaza Italia, una moltitudine mai vista dal ritorno della democrazia. “Plaza Italia ha accolto molti eventi festosi e spesso è stata il punto di partenza di manifestazioni che scendevano lungo l’Alameda, in direzione del palazzo presidenziale della Moneda”, dice lo storico Rodrigo Booth, professore alla facoltà di architettura dell’università del Cile.

Tra i grandi momenti di festa i cileni ricordano l’eliminazione della Spagna ai Mondiali di calcio del 2014 e la vittoria in campionato della squadra Universidad de Chile nel 1994. E tra gli eventi politici la vittoria del no al referendum del 5 ottobre 1988, che chiedeva se mantenere Pinochet al potere e permise d’indire elezioni libere l’anno successivo.

“Questa piazza, però, non era mai stata occupata da un movimento così grande e per così tanto tempo”, afferma Booth. Ribattezzata dai manifestanti plaza de la Dignidad, piazza della dignità, oggi è strettamente legata alla mobilitazione che anima il paese da quattro mesi. Delimitata dal rio Mapocho – quasi prosciugato durante l’estate australe – e situata all’incrocio di grandi vie di comunicazione, plaza Italia è al centro delle disuguaglianze sociali contro cui si ribellano i cileni. A nordest si trovano i quartieri residenziali di Vitacura (qui nel 2008 la figlia maggiore di Pinochet, Inés Lucia, fu eletta consigliera municipale nonostante le accuse di appropriazione indebita di fondi per 27 milioni di dollari), Providencia e Las Condes, con i loro ricchi grattacieli aziendali.

A sudovest si snoda il centro storico della capitale: strade strette e con meno alberi, che a poco a poco sfumano nella periferia. “Le famiglie ricche si trasferirono a nord di plaza Italia negli anni trenta del novecento. All’epoca era un’area piena di verde e con poco smog”, spiega Booth. Un articolo pubblicato a dicembre del 2019 sulla rivista britannica The Lancet riferisce che le donne dei quartieri più ricchi di Santiago hanno una speranza di vita di quasi 18 anni più alta rispetto a quelle che vivono nelle zone svantaggiate della capitale. Un record tra le città latinoamericane. L’espressione de plaza Italia para arriba, da plaza Italia in su, resa popolare dai tassisti negli anni sessanta, indica i quartieri migliori della città. Mentre l’espressione de plaza Italia para abajo, da plaza Italia in giù, ha assunto una connotazione peggiorativa: spesso i cileni la usano per descrivere lo status sociale delle persone.

“I miei compagni di università non erano mai scesi più giù di plaza Italia”, dice Fernanda Silva, una giovane dipendente statale laureata nella prestigiosa Universidad de Chile, che manifesta nella piazza. “Non sapevano neanche cosa fosse la Bip”. La tessera Bip è un oggetto quasi sconosciuto ai più ricchi, mentre alla maggioranza degli abitanti è indispensabile per usare i trasporti pubblici nella regione metropolitana di Santiago. Per questo il 6 ottobre 2019, quando il governo ha annunciato che il prezzo del biglietto di ogni tragitto sarebbe aumentato di 30 pesos (3,5 centesimi di euro), la rabbia accumulata in tanti anni è esplosa ed è riassunta bene in questo slogan: “Non sono 30 pesos, ma trent’anni di abusi”.

I liceali e gli studenti universitari hanno preso la metropolitana in massa senza pagare il biglietto; poi sono seguiti gli incendi di autobus e di stazioni. La prima a essere saccheggiata dai manifestanti è stata la stazione di Baquedano, dal nome del generale Manuel Baquedano, eroe di guerra e per un breve periodo presidente del Cile. La sua statua troneggia nel centro di plaza Italia e le dà il suo nome ufficiale, anche se oggi tutti preferiscono l’altro nome, in ricordo di una statua che l’Italia offrì al Cile nel 1910.

“I servizi pubblici sono insufficienti, per questo i cileni sono arrabbiati”, dice Julieta Suárez-Cao, che insegna scienze politiche alla Pontificia universidad católica del Cile.

Santiago del Cile, 10 dicembre 2019. Protesta contro le violenze della polizia (Martin Bernetti, Afp/Getty Images)

“Questo non è un paese che garantisce dei diritti”, aggiunge Claudia Sanhueza, direttrice del centro di economia e di politiche sociali presso l’Universidad mayor di Santiago. “È una questione ereditata dalla dittatura. In tutti i settori della vita sociale il ruolo dello stato è secondario, è sempre l’azione del mercato a prevalere”.

Durante i primi anni del regime di Pinochet i giovani cileni furono incoraggiati a studiare all’università di Chicago, negli Stati Uniti, sotto la tutela di Milton ­Friedman, teorico del neoliberismo e consigliere del presidente Richard Nixon. Alcuni furono addirittura finanziati da Washington. La dottrina del famoso economista, premio Nobel nel 1976, fu ripresa dagli Stati Uniti di Ronald Reagan e dal Regno Unito di Margaret Thatcher, ma solo in Cile gli studenti di Friedman (soprannominati i Chicago boys) imposero questa dottrina con tanto zelo da inserirla nei princìpi della costituzione.

Famiglie che contano

Privatizzazione a oltranza e scomparsa progressiva dello stato a favore del libero mercato. La scuola, le pensioni, la sanità, l’accesso all’acqua potabile: tutto in Cile è gestito dal settore privato e in particolare dai grandi gruppi in mano a un numero ridotto di famiglie. I Luksić Fontbona, al 96° posto nella classifica Forbes del 2020 delle più grandi ricchezze del mondo, sono a capo di una gigantesca multinazionale che si occupa di estrazione mineraria. Uno degli eredi, Andronico Luksić, è proprietario di una villa, a Washington, data in affitto nel 2017 a Ivanka Trump e al marito Jared Kushner. I Matte controllano la quasi totalità dell’industria dei prodotti derivati della carta attraverso la Compañia manufacturera de papeles y cartones (Cmpc), considerata da Forbes la più potente al mondo in questo settore. Diversi ex dirigenti dell’azienda erano stati accusati di complicità nell’uccisione di 19 persone, tra cui sette dipendenti della Cmpc, durante il colpo di stato del 1973, ma a gennaio sono stati assolti. Poi ci sono i Ponce Lerou: Julio, a lungo genero del generale Pinochet, è stato per quarant’anni presidente della Sociedad química y minera de Chile, privatizzata nel 1980 e leader mondiale nella produzione di litio.

E non bisogna dimenticare la famiglia del presidente della repubblica. Sebastián Piñera, leader del centrodestra, si è arricchito grazie all’introduzione nel paese, nel 1979, delle carte di credito. È stato per molto tempo l’azionista principale della compagnia aerea Lan, privatizzata dalla dittatura militare, e il proprietario della squadra di calcio Colo-Colo e della rete tv Chilevisión. Coinvolto in diversi scandali finanziari, condannato nel 2007 per _insider trading _(la compravendita di titoli finanziari che sfrutta informazioni riservate), possiede un patrimonio stimato in 2,8 miliardi di dollari.

Il fratello maggiore, José Piñera, uno dei Chicago boys, più volte ministro durante il regime di Pinochet, è l’artefice principale del sistema pensionistico concepito nel 1980 e contestato dai manifestanti di plaza Italia.

Con il ritorno della democrazia, nel 1990, queste politiche non sono state rimesse in discussione. Nonostante un calo del prezzo del rame negli ultimi anni, i dati positivi sulla crescita e l’importanza degli investimenti esteri sono stati regolarmente definiti il “miracolo cileno”. Vari governi di destra del continente consideravano il Cile un modello da seguire, come ha detto l’ex presidente argentino Mauricio Macri pochi mesi prima dello scoppio della rivolta sociale.

In un articolo intitolato “Un nuova opportunità per il futuro del Cile” e pubblicato il 18 dicembre 2019 sul New York Times, Piñera ha sottolineato come dal 1990 a oggi le condizioni di vita siano migliorate e la povertà si sia ridotta. Ma secondo l’economista Claudia Sanhueza, “la maggioranza della popolazione non è diventata ricca, è semplicemente entrata in una classe media molto fragile. Da un momento all’altro queste persone possono cadere in povertà”. La causa principale è l’enorme indebitamento delle classi medie, che non hanno altra scelta se non chiedere un prestito dopo l’altro per avere un’istruzione superiore di qualità o cure sanitarie efficienti.

“Sono indebitata fino al collo”, dice Valentina Cerda, 27 anni, che tutti i venerdì manifesta indossando una maschera antigas, un regalo degli amici che conoscono il suo impegno nella protesta. Ha terminato gli studi di giornalismo nel 2018, affidandosi a un sistema che permette alle banche di concedere prestiti, garantiti dallo stato, a chi ha bisogno di soldi per completare gli studi universitari. Oggi Valentina Cerda è disoccupata e ha un debito di quasi 25 milioni di pesos (quasi 30mila euro).

“Il contrasto tra la situazione dei miei genitori, che devono pagare un debito dopo l’altro e riceveranno una pensione da fame, e la situazione di chi vive nei quartieri a nord di plaza Italia è insopportabile”, dice indignata.

Mito e realtà

Mercedes Gallegos è un’altra manifestante assidua. È una pensionata di 66 anni, ma ha dovuto cercarsi un lavoro perché la sua pensione di 128mila pesos (145 euro) non le permette di vivere dignitosamente. Secondo un rapporto del programma Genere, istruzione e lavoro (finanziato dalla Banca interamericana di sviluppo e dal gruppo minerario Bhp Billiton), quasi il 60 per cento dei pensionati cileni riceve meno di 155mila pesos al mese, che corrisponde alla soglia di povertà.

“La gente può anche abituarsi a un certo livello di disuguaglianza, ma non sopporta più le discriminazioni e il disprezzo classista”, afferma Claudia Sanhueza. La pensa così anche Julieta Suárez-Cao: “C’è uno sfasamento tra il mito della meritocrazia e la realtà. Qui l’avanzamento sociale dipende più dall’aspetto fisico e dal luogo di nascita che dallo sforzo individuale”.

A fine novembre, quando alcuni cileni hanno manifestato in un centro commerciale della Dehesa, un quartiere ricco a nord di plaza Italia, gli abitanti hanno gridato: “Tornate nelle vostre periferie di merda”.

La repressione non ha calmato la rabbia dei cileni, che anzi hanno strappato al governo la promessa storica di cambiare la costituzione

Nel rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Pnud) pubblicato nel 2017, parlando del Cile si sottolineava “la scarsa mobilità in una società dove i pregiudizi e le discriminazioni riducono l’uguaglianza delle opportunità”. Secondo gli autori del rapporto, i medici, gli avvocati e gli ingegneri hanno in gran parte cognomi di origine europea, in particolare spagnoli o baschi. Quelli con un cognome indigeno, soprattutto mapuche, sono pochissimi. Infine, l’1 per cento della popolazione concentra nelle sue mani quasi un terzo della ricchezza del Cile.

Prima dei toni equilibrati usati nell’articolo apparso sul New York Times, in cui riconosceva che c’era un “sentimento legittimo di ingiustizia”, il presidente Piñera aveva reagito alla protesta con una repressione brutale. Il 18 ottobre aveva decretato lo stato d’emergenza a Santiago e in altre città del paese. Per più di una settimana il ritorno dei blindati e di migliaia di soldati in strada aveva ricordato alle generazioni più anziane le ore più buie della storia recente del Cile.

Verso il referendum

Mercedes Gallegos, un’ex prigioniera politica esiliata in Argentina durante la dittatura di Pinochet, credeva che non avrebbe più vissuto certi momenti. Ora, quando scende in piazza, indossa degli occhiali per proteggersi dai proiettili di gomma sparati dalla polizia, che hanno ferito agli occhi centinaia di persone. Il 23 dicembre l’Instituto nacional de derechos humanos, un organismo pubblico indipendente che si occupa dei diritti umani in Cile, ha denunciato quelle che giudicava “le più gravi violazioni dei diritti umani dal 1989”.

Lo scandalo per la violenza eccessiva della polizia aveva provocato, il 28 ottobre, le dimissioni del ministro dell’interno Andrés Chadwick, cugino del presidente. L’11 dicembre il parlamento lo ha dichiarato colpevole di “aver violato la costituzione e le leggi, e di non aver adottato i mezzi necessari per fermare le violazioni sistematiche dei diritti umani”. Chadwick non potrà svolgere nessuna attività politica per cinque anni.

“Piñera come Pinochet”, scandiscono i manifestanti. I graffiti che prendono in giro il presidente cileno e i pacos, i poliziotti, ricoprono i muri dei quartieri intorno a plaza Italia. La repressione non ha calmato la rabbia dei cileni, che anzi hanno strappato al governo una promessa storica: cominciare un percorso per cambiare la costituzione. Il 15 novembre tutti i partiti rappresentati in parlamento hanno firmato un Accordo per la pace sociale e per una nuova costituzione. La prima fase è il referendum in programma il 26 aprile.

“La società cilena vive un momento di risveglio politico inedito”, dice con allegria Julieta Suárez-Cao.

Fermento e attivismo si sono impadroniti del Cile: un po’ ovunque si sono formati cabildos, assemblee civiche. Queste riunioni, spesso convocate tra vicini, permettono di discutere della mobilitazione sociale, delle sue rivendicazioni e del suo futuro.

Da sapere
Il costo dell’istruzione in Cile
Debito privato con le banche per l’istruzione, milioni di dollari (Fonte: Ciper Chile)
Studenti indebitati con le banche, migliaia di dollari (Fonte: Ciper Chile)

A cinquecento metri da plaza Italia alcune persone stanno preparando un grande manifesto. Le parole chiave sono orizzontalità, equità sociale e potere collettivo. “L’idea è definire i nostri princìpi, quello che ci unisce in quanto gruppo”, dice la ballerina Camila Soto. “Abbiamo visto la repressione da vicino e siamo rimasti sconvolti. Ora vogliamo cominciare a riunirci per discuterne”.

Questo è già il loro settimo incontro. All’inizio di dicembre due professori di diritto hanno tenuto delle lezioni sulla costituzione cilena. Nel paese la versione stampata del testo costituzionale è addirittura diventato un best seller, secondo solo a un libro intitolato Astrología para tiempos difíciles.

“Una nuova costituzione o niente”, si legge sui muri della capitale, ma la strada si preannuncia lunga e complicata. Il 26 aprile i cileni dovranno rispondere a due domande. “Volete una nuova costituzione?” è la prima. Nella seconda, si chiede agli elettori di scegliere tra un’assemblea costituente composta solo da persone della società civile e un’assemblea mista, che includerebbe anche dei parlamentari.

Se alla prima domanda vincerà il sì, a ottobre i cileni dovranno eleggere a suffragio diretto i membri dell’assemblea, mista o meno, che avrà il compito di redigere la nuova costituzione. L’assemblea si riunirà per nove mesi, con una possibile proroga di tre mesi. Per ogni articolo servirà una maggioranza dei due terzi.

Secondo Julieta Suárez-Cao, “è quasi certo che i cileni voteranno per un’assemblea non mista, perché a una crisi di rappresentanza politica nel paese si accompagna una diffidenza profonda verso i partiti politici”. Dal 2014 a oggi gli scandali di corruzione non hanno risparmiato nessuno schieramento, comprese personalità molto importanti come l’ex presidente Michelle Bachelet, coinvolta indirettamente in uno scandalo che riguarda il figlio e la nuora. Nessun partito politico si è appropriato del movimento sociale. Neanche il Frente amplio, una coalizione di sinistra nata nel 2017 e che ha ottenuto il 20 per cento alle elezioni dello stesso anno.

La stessa bandiera

Un’altra forma di mobilitazione è quella femminista, cresciuta in reazione al numero di donne che ha subìto violenze sessuali durante la repressione delle manifestazioni. “Il movimento sociale ci ha dato più forza”, afferma Nata Infante, militante del Frente feminista socialista, che porta al collo il fazzoletto verde simbolo della battaglia per il diritto all’aborto.

Lo slogan el estado opresor es un macho violador, lo stato oppressore è un maschio violentatore, si è diffuso in tutto il paese alla fine di novembre. Il collettivo Las Tesis, originario di Valparaíso, a 120 chilometri da Santiago, si è esibito nella performance Un violador en tu camino, che da allora sta facendo il giro del mondo. Basta con l’impunità, scandiscono le donne riunite in plaza Italia, prima di esibirsi nell’ormai celebre inno femminista, con il dito accusatore puntato in avanti.

Nilda Adonis Aguirre, 76 anni, le guarda con il sorriso sulle labbra. “È meraviglioso quello che fanno questa ragazze. Le ammiro”, dice. Durante il regime militare, lei fu imprigionata, torturata e violentata dai militari. “A ottobre, quando è scoppiata la protesta, non ci ho pensato neanche un secondo e sono subito scesa in piazza. Ma dopo qualche giorno ho cominciato ad avere delle crisi di angoscia”, dice. Nonostante questo, Aguirre continua a partecipare alle manifestazioni: “Mi sono sempre battuta per una società migliore”, dice. “Dai tempi della dittatura i più poveri non hanno un posto nella società, per questo continuo a lottare. Voglio che mio nipote abbia accesso al sistema sanitario e all’istruzione. E voglio delle pensioni degne di questo nome per noi anziani”.

Adonis Aguirre porta sempre con sé la bandiera arcobaleno simbolo della campagna per il no al referendum del 1988 su Pinochet. Prima di salutarci, dice: “Ora, con questa stessa bandiera, diciamo no a Piñera”. ◆ adr

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati