A tratti le immagini mosse trascinano lo spettatore nel pieno dell’azione, come se si trovasse proprio accanto ad Abu Lulu, l’uomo che imbraccia il fucile, e ai suoi prigionieri seduti per terra a cui restano pochi istanti da vivere.

È una mattina di fine ottobre del 2025 in Darfur, la regione occidentale del Sudan. Al Fateh Abdullah Idris, comandante noto in Sudan con il nome di battaglia Abu Lulu, indossa una mimetica. Ha una lunga sciarpa bianca al collo e non nasconde il piacere che trae dalle sue azioni. Si fa riprendere mentre umilia persone inermi, poi sorride alla telecamera e le uccide una dopo l’altra sparandogli a bruciapelo.

Il video è stato pubblicato su Telegram intorno a mezzogiorno del 27 ottobre 2025. Poche ore dopo tutti in Sudan conoscevano il nome di Abu Lulu o avevano visto uno dei video caricati. Le immagini e i resoconti dei massacri compiuti ad Al Fashir (la città del Darfur caduta dopo un lungo assedio) hanno ricevuto milioni di visualizzazioni. Con questa esibizione di crudeltà il comandante ha conquistato le chat sudanesi, occupando lo spazio digitale per conto della sua milizia, le Forze di supporto rapido (Rsf).

Dall’aprile del 2023 le Rsf si scontrano con le forze armate sudanesi in una guerra che ha causato almeno 150mila morti e quasi 13 milioni di sfollati. I due eserciti rivali combattono su più fronti e portano il conflitto anche sui social media, come quando Abu Lulu ha pubblicato le immagini dei massacri compiuti da lui e dai suoi uomini ad Al Fashir. I video hanno fatto il giro del mondo, prima che alcune piattaforme li rimuovessero per l’estrema violenza. Solo che quelle immagini non sono sparite: hanno circolato su altri canali e continuano a essere diffuse e condivise.

Abu Lulu, un uomo sudanese d’origine araba proveniente dalla regione del Darfur, ride spesso nei suoi video. Ha lineamenti delicati, la barba e lunghi ricci neri. È l’influencer di guerra più famoso emerso dal conflitto in Sudan: nel 2025 i mezzi di informazione di tutto il mondo hanno parlato delle atrocità che ha commesso. Ma l’attenzione dei paesi industrializzati è durata poco e ben presto si è rivolta alle guerre in Ucraina, a Gaza e in Iran. Perciò nessuno si è chiesto che scopo abbiano questi video violenti, spesso realizzati in modalità selfie, né quali siano i loro effetti su chi li guarda.

Per capirlo abbiamo consultato esperte ed esperti di conflitti, psicologia del trauma e scienze della comunicazione, nel tentativo di determinare se la guerra in corso sia stata influenzata della diffusione di questi contenuti estremamente violenti, se l’uso dei social media abbia alimentato uno dei grandi conflitti del nostro tempo e che conseguenze abbia tutto questo sulla possibilità di raggiungere la pace.

Intimidazioni su schermo

Nell’ottobre del 2025, quando le unità delle Rsf hanno conquistato Al Fashir, capoluogo del Darfur Settentrionale, c’era anche Abu Lulu. In un post si è vantato di aver ucciso almeno duemila persone, affermando che poi si era stancato di contare le sue vittime. I video sono la prova di gravi violazioni dei diritti umani e potranno servire a portarlo in tribunale per rispondere di crimini di guerra: secondo le Nazioni Unite, l’offensiva delle Rsf ad Al Fashir ha causato un gran numero di morti, almeno seimila solo nei primi tre giorni.

Ma l’obiettivo di Abu Lulu non era certo autoincriminarsi: i suoi erano messaggi rivolti alla popolazione. Mia Bloom, della Georgia state university, negli Stati Uniti, studia la comunicazione di guerra e conosce bene questi video. “Hanno un forte effetto intimidatorio”, spiega la ricercatrice, che li considera uno strumento per “dimostrare la propria forza”. Con quei post, attraverso quegli atti di violenza estrema su vittime inermi, le Rsf vogliono esaltare il loro potere e la loro superiorità.

Da un lato, quindi, le immagini sono destinate agli avversari, per scioccarli, instillargli la paura, fiaccarne il morale. Dall’altro, sembrano trasmettere un messaggio alle nuove potenziali reclute, spiega Bloom. Siamo noi i più forti, se volete vincere dovete unirvi a noi; se non lo fate, siete destinati alla rovina, come i morti che vedete cadere nella sabbia. Questo è il messaggio di Abu Lulu. In altre immagini il miliziano si mostra come un benefattore, mentre distribuisce banconote ai bambini. Qui il messaggio è un altro: chi sta dalla nostra parte è al sicuro.

Più la guerra va avanti più diventa difficile per i civili sopravvivere mantenendosi neutrali. Non sono solo le Rsf, ma anche l’esercito sudanese a cercare di diffondere il terrore attraverso i social media. Un video del 14 gennaio 2025, ripreso nel centro della città di Wad Madani, mostra un uomo che sembra essere un soldato dell’esercito vicino a un cadavere legato. Il soldato minaccia di morte i combattenti delle Rsf e i loro presunti collaboratori: “Questo è il destino che attende ogni membro delle Rsf e chiunque collabori con loro”, grida l’uomo in mimetica verde scuro.

Halima, una donna sfuggita all’assedio di Al Fashir, in una scuola abbandonata in Darfur, 24 febbraio 2026 (Giles Clarke, Avaaz/Getty)

Lo stesso giorno è stato diffuso un altro video in cui un uomo vestito in modo simile – forse appartenente alla milizia Sudan shield forces, alleata dell’esercito – taglia la gola a un uomo riverso a terra. Il reparto dell’esercito tedesco per la sicurezza informatica ritiene che i video siano autentici.

Le due parti in guerra ricorrono a minacce brutali per tenere alta la pressione sui civili, che vivono in uno stato di perenne stress. Dall’inizio della guerra abbiamo raccolto molte testimonianze al riguardo in Darfur e a Khartoum. Costantemente sospettati di collaborare con il nemico, i civili rischiano di essere condannati a morte se sono additati come spie, come ha raccontato nell’estate del 2024 un abitante della capitale sudanese.

Né le Rsf né l’esercito hanno risposto alle nostre domande sui video che mostrano le violenze.

Le due parti sono impegnate in una lotta di potere di cui fanno le spese milioni di civili, che subiscono persecuzioni, violenze sessuali e torture, oltre a soffrire la fame. Dall’estero arrivano pochissimi aiuti: è un territorio troppo pericoloso e i paesi ricchi hanno scarso interesse per il destino del Sudan.

Un comandante delle Rsf esortava i suoi uomini a entrare in “modalità Abu Lulu”

È evidente che nelle mani degli strateghi sudanesi persone come Abu Lulu, che celebrano la propria violenza su internet, diventano uno strumento utile. “Questi video”, spiega Alison Holman, docente di infermieristica specializzata in traumi mentali all’università della California a Irvine, “sono strumenti di guerra psicologica”. Lo scopo è “terrorizzare le popolazioni per sottometterle”. E Abu Lulu ha il ruolo di “messaggero del terrore”.

Il giornalista sudanese Onor Hamad, che vive a Berlino, conferma che questi video hanno effetti duraturi, non solo sul piano emotivo: incidono sui comportamenti, creando un clima in cui i civili si sentono impotenti e senza via di scampo. “Le persone cercano di rendersi invisibili, di evitare ogni forma di resistenza e di obbedire al gruppo armato che controlla il loro quartiere”.

Holman legge solo le descrizioni dei video sudanesi, ma non li guarda: non fanno bene, osserva, e consiglia di non sottoporsi a questo tipo di immagini. Più lo spettatore s’identifica con una delle vittime mostrate in un video, più la sente vicina, e questo determina la sua reazione, spiega Holman. C’è chi prova sensazioni fisiche come malessere, panico, nausea e chi sentimenti di paura, rabbia, disperazione o anche sete di vendetta.

Almasri Hassan Masri, uno psicologo sudanese proveniente dal Darfur, osserva reazioni del genere ogni giorno. Lo raggiungiamo al telefono in Ciad, dove si è rifugiato e dove lavora come consulente psicosociale per Medici senza frontiere. Ogni giorno riceve almeno sei persone che sono riuscite a scampare alle violenze.

Masri è un uomo riflessivo, che parla poco e soppesa le parole: “Ogni sudanese sa cosa ha fatto Abu Lulu”. I profughi del Darfur gli parlano in continuazione di quei video. “Qualcuno mi ha raccontato di aver riconosciuto i propri familiari”, dice. Vederli uccidere a colpi d’arma da fuoco è una sofferenza estrema per queste persone. “Perfino chi non ha un telefono entra in contatto con le atrocità di questi video attraverso i racconti degli altri”.

Molti ormai conoscono Abu Lulu come il “macellaio di Al Fashir”, un’espressione che compare anche nei documenti delle Nazioni Unite.

La più grande crisi umanitaria
Sudanesi che hanno dovuto lasciare le loro case a causa di conflitti, milioni (unhcr, csis)

I profughi del Darfur sono costretti a convivere con il trauma della guerra. “La maggior parte di quelli che vengono alla clinica soffre di insonnia”, racconta Masri, “e alcuni hanno sviluppato condizioni d’ansia, se non psicosi”. Vanno in agitazione vedendo uniformi simili a quelle delle Rsf, delirano o sentono voci inesistenti. “Ma è gente resiliente”, prosegue Masri: la fede religiosa e il forte senso di comunità delle famiglie allargate li aiutano a sopravvivere. Per tanti i social media sono l’unico modo di contattare i parenti e informarsi sull’andamento del conflitto. Solo che ci trovano anche video come quelli di Abu Lulu.

Leggendo i commenti

Abbiamo analizzato i commenti pubblicati sotto uno di questi video violenti, evidenziando le reazioni emotive degli utenti. Su Facebook, sotto un filmato che mostra l’esecuzione di alcuni uomini per mano di quelli che sembrano essere combattenti delle Rsf, un utente invoca la pietà di dio per le vittime, che definisce martiri, mentre altri scrivono di temere un’escalation. Altri invitano a conservare i video “per poter perseguire i criminali”.

C’è chi condanna i miliziani definendoli janjawid (diavoli a cavallo), il termine con cui si indicavano i responsabili dei massacri avvenuti in Darfur vent’anni fa. A volte le reazioni sono cariche d’odio: “Che la vendetta di dio vi colpisca, bastardi figli di puttana”. Un altro promette di “annientare” i colpevoli in futuro.

Il metallo che alimenta la guerra
Tonnellate di oro estratte nelle miniere del Sudan (banca centrale del sudan, sudan tribune, CSIS)

◆ Il commercio dell’oro è una delle principali fonti di finanziamento per le parti in conflitto in Sudan, in particolare per le Forze di supporto rapido (Rsf), che controllano le miniere artigianali del Darfur Settentrionale. Ispi


Quando si diffondono messaggi e contenuti estremamente violenti online è comprensibile che la spirale della violenza aumenti, dice la ricercatrice canadese Bloom. I video spingono a invocare ritorsioni e, per chi ha subìto violenza in prima persona, possono costituire una reiterazione del trauma, che con tutta probabilità complicherà parecchio un’eventuale riappacificazione e riconciliazione futura. Le immagini diffuse sui social media, infatti, restano in circolazione come una specie di memoria della violenza, riaccendendo di continuo l’odio e la sete di vendetta. Anche se la brutalità di Abu Lulu non è un caso isolato, in questa guerra nessun altro miliziano o soldato ha esibito così apertamente la propria crudeltà, suscitando tanto interesse.

Alcuni studi hanno evidenziato che i suoi video possono avere effetti nel tempo. Nella regione del Nilo Azzurro, per esempio, all’inizio del luglio scorso un comandante delle Rsf ha pubblicato un post in cui esortava i suoi uomini a entrare in “modalità Abu Lulu”, ossia a combattere senza pietà, consigliando però di non filmarsi, il che è forse un indizio del fatto che le alte sfere delle Rsf vogliono evitare di alimentare l’indignazione internazionale.

I suoi seguaci celebrano Abu Lulu come un eroe. Ne hanno fatto un’icona, costruendogli un monumento digitale: in un’immagine elaborata dall’intelligenza artificiale, è diventato una statua dorata, seduto a gambe incrociate su un piedistallo mentre con le dita fa il segno della vittoria.

In questa guerra Abu Lulu continua a fare scuola, anche se da qualche tempo ha smesso di pubblicare sui social media. Dopo i massacri di Al Fashir, le Rsf – forse sorprese dal livello d’indignazione internazionale – hanno provato a prendere pubblicamente le distanze da lui, mettendo perfino in scena il suo arresto. Un video lo mostra in manette, diretto in cella, una musica drammatica in sottofondo. Come a dire: le Rsf puniscono chi sbaglia. Secondo Bloom, però, è solo una montatura, perché da molti segnali si capisce che Abu Lulu non è una mela marcia, ma lo zelante esecutore di ordini dall’alto. Lo suggerisce anche un video dell’aprile 2025, in cui Abdul Rahim Hamdan Dagalo (fratello del capo delle Rsf, Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti) diceva ai suoi combattenti: “Non voglio che facciate prigionieri!”. Sei mesi dopo è caduta Al Fashir.

Dal suo presunto arresto, non è facile trovare tracce di Abu Lulu. Un’inchiesta della Reuters è giunta alla conclusione che l’abbiano liberato quasi subito e che da marzo stia combattendo nella regione del Kordofan, nel centro del paese. Le Rsf stanno attaccando El Obeid, un’altra grande città in cui hanno trovato riparo centinaia di migliaia di sfollati, con l’intenzione di conquistarla così come hanno fatto ad Al Fashir. A maggio il sito al-ahdath.com ha pubblicato un video di Abu Lulu, con la famosa sciarpa bianca e il telefono nel taschino della sua tunica, pronto a entrare in azione.

Una mossa da guerra psicologica? Sembra accertato che a El Obeid la maggior parte degli sfollati sappia chi è Abu Lulu. Non avendo un posto sicuro dove fuggire, la sola idea di incontrarlo può bastare a terrorizzarli. Lo rimarca anche un influencer che a quanto pare proviene dagli Emirati Arabi Uniti. Il paese del golfo Persico è il principale alleato delle Rsf, e gli esperti delle Nazioni Unite ritengono che stia aiutando la milizia a organizzare l’arrivo di armi e rinforzi.

In un video l’influencer minaccia tutti gli avversari delle Rsf: “Abu Lulu verrà a prendervi”. È probabile che la sua voce sia giunta anche a El Obeid, alle persone che vivono intrappolate, senza possibilità di sfuggire alla violenza. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati