Le entrate sono quasi tutte sbarrate da inferriate, muri di cemento o filo spinato. Una serie di fari e telecamere segue i movimenti sospetti, mentre poliziotti in tenuta antisommossa pattugliano i dintorni. Il villaggio sciita di Diraz, che ha ventimila abitanti e si trova nel nordovest del Bahrein, è sottoposto a una sorta di assedio. Le strade che collegano questa periferia della capitale Manama con il resto del minuscolo arcipelago del golfo Persico sono undici, ma solo due sono ancora aperte. E le uniche persone che possono usarle sono gli abitanti di Diraz, dopo aver mostrato i documenti di identità ai posti di blocco.

“Impossibile invitare amici o parenti, impossibile organizzare funerali o matrimoni, impossibile anche far venire un’ambulanza o un carro attrezzi”, s’indigna Abu Qassem, seduto in un caffè. È un funzionario in pensione e per ragioni di sicurezza preferisce non dare il suo vero nome. “I negozi di alimentari chiudono uno dopo l’altro perché i rifornimenti sono diventati troppo difficili. Stiamo soffocando. È così dal 20 giugno 2016”.

Quel giorno il ministero dell’interno del Bahrein ha tolto la nazionalità allo sceicco Issa Qassim, guida spirituale degli sciiti del regno, accusato di attività “teocratiche” con la complicità dei “nemici della nazione”, cioè l’Iran. Il nuovo aumento della tensione tra il potere, nelle mani della dinastia sunnita degli Al Khalifa, e la comunità sciita, la più numerosa del paese e vittima di discriminazioni, aveva provocato una mobilitazione immediata degli abitanti di Diraz, dov’è nato il vecchio ayatollah. Per timore che fosse deportato, migliaia di persone si erano riunite intorno alla sua casa, spingendo le autorità a isolare Diraz per evitare che il movimento ricevesse rinforzi.

La protesta è durata quasi un anno ed è stata stroncata il 23 maggio 2017: cinque manifestanti sono morti e 280 sono stati arrestati. Ora le interruzioni di internet, una punizione imposta ogni sera, sono finite, ma le forze di sicurezza non allentano l’isolamento. Diraz, roccaforte della contestazione sciita, resta sotto stretta sorveglianza come tutto il paese, che negli ultimi mesi, in seguito all’intensificazione della repressione, si è trasformato nel regno del silenzio. Un paese imbavagliato, spaventato, dove gli oppositori si guardano intorno impauriti prima di parlare con un giornalista e preferiscono essere intervistati in macchina mentre guidano, invece di esporsi in un luogo pubblico o a casa.

“Prima gridavamo nel vuoto, nessuno ci ascoltava, ma almeno potevamo protestare”, dice un avvocato che si occupa di diritti umani. “Oggi neanche questo è più possibile, quasi nessuno osa alzare la voce”. “Il 2017 è stato l’anno più nero dopo la repressione della rivolta nel 2011”, conferma Nidal Salman del Bahrain center for human rights (Bchr), un’ong messa fuorilegge ma ancora attiva, il cui direttore, Nabeel Rajab, a febbraio è stato condannato a cinque anni di carcere per aver criticato il governo su Twitter.

In prima linea

In pochi mesi le autorità hanno tolto all’opposizione le ultime garanzie di pluralismo, che avevano concesso all’inizio degli anni duemila. Il 31 maggio 2017 un tribunale ha ordinato lo scioglimento del partito Waad. Questa formazione d’ispirazione socialdemocratica è stata ritenuta colpevole di “sostegno al terrorismo” per aver accordato a tre militanti sciiti, condannati a morte e uccisi all’inizio dell’anno, il titolo di “martiri della patria”. I tre uomini erano stati giudicati colpevoli di aver partecipato a un attentato in cui erano morti tre poliziotti.

La rivolta, scoppiata nel pieno della primavera araba, aveva suonato un campanello d’allarme per tutte le famiglie regnanti del golfo Persico

La loro esecuzione, il 15 gennaio 2017, è stata la prima nell’arcipelago dal 1996. Le Nazioni Unite l’hanno definita “un’esecuzione extragiudiziale” a causa delle molte irregolarità che hanno caratterizzato il processo. Un anno prima di Waa­d, era stato messo al bando anche il partito sciita conservatore Al Wefaq. I due partiti, favorevoli all’instaurazione di una monarchia costituzionale – e non di una repubblica, obiettivo sostenuto da altri gruppi più radicali – erano state in prima linea durante le manifestazioni organizzate nel febbraio e nel marzo del 2011 nella piazza della Perla, la “piazza Tahrir” di Manama.

La rivolta, scoppiata nel pieno della primavera araba, aveva suonato un campanello d’allarme per tutte le famiglie regnanti del golfo Persico, riluttanti a condividere il potere e inclini a considerare le comunità sciite potenziali traditrici vicine al nemico iraniano. La rivolta di Manama era stata repressa dall’intervento delle forze dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti il 14 marzo 2011, nel quadro degli accordi di difesa che legano il Bahrein ai suoi alleati del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), il club delle petromonarchie della penisola arabica.

Il 4 giugno 2017, poche ore dopo lo scioglimento del partito Waad, un ordine del ministero dell’informazione ha chiuso il quotidiano Al Wasat, l’unico giornale che non si limitava a riproporre la propaganda ufficiale. La vicinanza tra i due eventi, subito dopo l’attacco ai sostenitori dello sceicco Qassim, non è un caso. Questi atti di forza ravvicinati sono il risultato di un riallineamento diplomatico degli Stati Uniti con le monarchie del golfo, annunciato da Donald Trump in occasione della sua visita a Riyadh il 21 maggio.

Durante il viaggio il presidente statunitense aveva confermato che Teheran rimaneva il nemico numero uno di Washington, con grande sollievo dei sovrani del Golfo, esasperati dalla politica di distensione seguita da Barack Obama, artefice dell’accordo sul nucleare iraniano firmato a Vienna il 14 luglio 2015. Trump si era intrattenuto con ognuno di questi potenti, promettendo ad Hamad bin Isa al Khalifa, il re del Bahrein, di farla finita con le rimostranze formulate da Obama sulla questione dei diritti umani.

Durante l’ashura, la più importante festa religiosa sciita, nel villaggio di Sanabis, il 12 ottobre 2016 (Sayed Baqer AlKamel, NurPhoto/Getty Images)

“Il re ha perfettamente capito il messaggio, è rientrato da Riyadh il 22 maggio e il 23 la polizia ha dato l’assalto a Diraz”, osserva un avversario del regime che vuole mantenere l’anonimato. “Trump è la cosa peggiore che poteva capitare all’opposizione. I sostenitori del potere sono al settimo cielo, davanti a loro hanno ancora tre anni di tranquillità”. L’ex segretario generale del partito Waad, Ibrahim Sharif, uscito di prigione nel luglio del 2016, dopo cinque anni dietro le sbarre, condivide questo punto di vista: “Il governo ha ricevuto un assegno in bianco. Sa che a meno di compiere delle stragi di massa, gli Stati Uniti non faranno critiche serie”, dice l’ex banchiere, l’unico oppositore politico che osi parlare a volto scoperto.

Negli ultimi mesi il potere ha anche rafforzato il suo arsenale repressivo. Il 3 aprile 2017 è stato adottato un emendamento alla costituzione che autorizza i tribunali militari a giudicare i civili. Il governo non ha tardato ad approfittarne. Alla fine di dicembre sei uomini sono stati condannati a morte da un tribunale militare con l’accusa di aver organizzato l’omicidio del capo di stato maggiore. Secondo la Federazione internazionale dei diritti umani gli imputati sono stati vittime di “sparizioni forzate”, sono stati torturati e non hanno potuto incontrare il loro avvocato prima dell’inizio del processo. Nei primi giorni di febbraio nel braccio della morte c’erano ventidue persone, un triste record nella storia dell’arcipelago.

Il governo giustifica questo giro di vite con la necessità di lottare contro le “cellule terroriste” in contatto con l’Iran. In effetti negli ultimi anni i giovani sciiti radicalizzati hanno attaccato più volte la polizia e le installazioni petrolifere. “Gli emendamenti alla costituzione servono a tenere conto di come cambiano le minacce che dobbiamo affrontare e sono conformi al nostro risoluto impegno a proteggere il popolo del Bahrein”, afferma una fonte governativa, assicurando che tutti gli accusati hanno avuto diritto a un processo “trasparente” e “imparziale”.

Un altro strumento di repressione sempre più diffuso è la revoca della cittadinanza. Dal 2012 questa pena è stata inflitta a 578 persone, di cui 150 solo nel 2017 e 74 dall’inizio del 2018. Il 5 febbraio otto persone sono state dichiarate apolidi e deportate, sei in Iraq e due in Iran. Meno visibile ma altrettanto efficace per soffocare la dissidenza è il divieto di viaggiare. Una cinquantina di oppositori sono stati colpiti da questa sanzione, che serve principalmente a impedire le testimonianze contro il regime del Bahrein all’estero, in particolare davanti al Consiglio dei diritti umani dell’Onu a Ginevra.

Le tecniche d’intimidazione includono anche il ricatto con video privati, le convocazioni a ripetizione dai magistrati, anche per la semplice condivisione di un tweet, e il controllo sempre più rigido degli ordini professionali. “Due mesi fa il ministero della giustizia ha ordinato agli studi legali di reclutare dei commercialisti autorizzati”, racconta l’avvocato citato in precedenza. “Tutto questo ovviamente è fatto per sorvegliarci. Tutti gli ordini professionali sono sotto pressione. Quello degli insegnanti è stato sciolto nel 2011, mentre quello dei medici è stato riempito di sostenitori del governo. Ormai nessuno può lavorare liberamente”.

Alcuni osservatori pensano che il declino della situazione economica potrebbe spingere il potere a tendere la mano all’opposizione

L’irrigidimento di Manama è anche il prodotto della crisi interna al Consiglio di cooperazione del Golfo. Il 5 giugno 2017 gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, seguiti dal Bahrein, hanno accusato il Qatar di collusione con l’Iran e con i movimenti jihadisti in Medio Oriente e hanno rotto tutte le relazioni diplomatiche ed economiche con l’emirato. Il quotidiano Al Wasat era stato chiuso il giorno prima, un modo per la famiglia Al Khalifa di assicurarsi che nessuna nota stonata potesse disturbare l’isolamento di Doha.

“La monarchia del Bahrein detesta gli Al Thani, la dinastia al potere in Qatar, quasi quanto gli sciiti dell’arcipelago”, sottolinea un esperto della scena politica locale, che preferisce rimanere anonimo. Il risentimento risale alla fine dell’ottocento, quando il Qatar sotto la spinta degli Al Thani, all’epoca una semplice famiglia di negozianti di Doha, si affrancò dalla tutela del Bahrein, potenza dominante sulla penisola per un secolo. “Gli Al Khalifa non l’hanno mai accettato e pensano che il Qatar gli appartenga”, prosegue l’osservatore.

Accuse grottesche

Come l’Arabia Saudita, di cui è un vassallo, e come gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein si è affrettato a criminalizzare chiunque esprimesse opinioni favorevoli al Qatar. Un avvocato che aveva giudicato il blocco di Doha “arbitrario” è stato rapidamente messo in prigione. “Siamo di fronte ad atteggiamenti totalitari”, confida un dissidente. “Il Qatar è diventato il diavolo, nessuno ha il diritto di esprimere un punto di vista diverso. I mezzi d’informazione locali non hanno neanche potuto riferire le dichiarazioni dei politici occidentali che chiedevano una riconciliazione con Doha”.

La crisi con il Qatar è stata un’insperata fortuna per il governo del Bahrein e gli ha permesso di lanciare nuove accuse contro Ali Salman, il capo del partito Al Wefaq. In prigione dal 2015 per scontare una condanna a quattro anni per “insulti contro lo stato e istigazione all’odio”, Salman è stato accusato nel novembre del 2017 di “spionaggio” a favore di Doha. Le accuse si basano su una conversazione del marzo del 2011 tra Salman e Hamad bin Jassem al Thani, all’epoca primo ministro del Qatar, che guidava una mediazione tra l’opposizione e il governo del Bahrein. “Queste accuse sono grottesche”, dice Ibrahim Sharif, del partito Waad. “A nessuno verrebbe in mente di cospirare contro lo stato su una linea telefonica evidentemente controllata dai servizi segreti”.

L’atteggiamento molto duro del Bahrein, il Pollicino del fronte contro il Qatar, potrebbe essere un tentativo per attirarsi le simpatie dei due uomini forti del golfo Persico: Mohammed bin Salman, l’energico principe ereditario saudita, e Mohammed bin Zayed, il rigido reggente degli Emirati Arabi Uniti. I due, sostenitori di una diplomazia aggressiva, sono gli ideatori dell’offensiva contro Doha. E Manama, che condivide con il regno wahabita la sua principale fonte di reddito, il giacimento petrolifero di Abu Safa, e le cui finanze dipendono dal Ccg, non può permettersi di deluderli. “La chiusura di Al Wasat è un’aberrazione”, riconosce un notabile sciita vicino al palazzo reale. “Negli ambienti di potere ci sono degli estremisti che si sentono incoraggiati dal clima regionale e dal grande potere assunto da Bin Salman”.

Da sapere
Alta tensione

◆ Il Bahrein è una monarchia costituzionale governata dal re sunnita Sheikh Hamad bin Isa al Khalifah. La famiglia reale, al potere dal 1783, occupa le principali cariche politiche e militari. La maggioranza della popolazione è sciita.

◆Nel febbraio del 2011, sull’onda della primavera araba, migliaia di persone manifestano nella capitale Manama chiedendo riforme e la fine delle discriminazioni contro gli sciiti. Le autorità rispondono con durezza. A marzo impongono la legge marziale e chiedono l’intervento delle truppe saudite per reprimere le proteste. Almeno 35 persone muoiono, centinaia sono ferite e migliaia imprigionate. Le tensioni restano alte e sporadiche proteste continuano negli anni successivi. Le vittime della repressione sono circa un centinaio.

◆Nel giugno del 2016 le autorità revocano la cittadinanza all’ayatollah sciita Issa Qassim, uno dei padri della costituzione del 1973 e sostenitore delle proteste del 2011, accusato di “servire gli interessi stranieri” e di promuovere “il settarismo e la violenza”. A luglio un tribunale ordina la dissoluzione di Al Wefaq, il principale partito di opposizione sciita, accusato di mettere in pericolo la sicurezza nazionale.

◆Il 23 maggio 2017 la polizia disperde con la forza i sostenitori dell’ayatollah Qassim a Diraz. Il 31 maggio viene ordinato lo scioglimento anche del partito Waad, accusato di sostenere la violenza e il terrorismo.

◆Il 21 febbraio 2018 un tribunale condanna a cinque anni di prigione l’attivista per i diritti umani Nabeel Rajab, per alcuni commenti su Twitter in cui denunciava gli abusi nei penitenziari e criticava la partecipazione del Bahrein alla guerra nello Yemen al fianco dell’Arabia Saudita. Rajab, già condannato nell’agosto del 2012 a tre anni di carcere per aver preso parte a “raduni illegali”, sta scontando un’altra condanna a due anni inflitta nel luglio del 2017 per avere “diffuso false informazioni” in alcune interviste in tv.

◆Entro il 2018 sono previste le elezioni per rinnovare l’assemblea nazionale. La tornata precedente si è svolta nel novembre del 2014 ed è stata boicottata dall’opposizione sciita.


La pressione delle autorità si estende fino ai diplomatici stranieri. A dicembre una rappresentante dell’ufficio dell’Unione europea a Riyadh ha dovuto interrompere bruscamente una discussione con la militante per i diritti umani Nidal Salman dopo aver ricevuto una telefonata dai suoi superiori. Alcune settimane prima l’esperto americano Dwight Bashir, che si occupa delle questioni di libertà di culto al dipartimento di stato, ha dovuto annullare all’ultimo minuto un appuntamento con Salman senza fornire spiegazioni. “Penso che il ministero degli esteri vieti ai diplomatici di vedere i difensori dei diritti umani senza la sua autorizzazione”, dice Nidal Salman. “Così i ministeri degli esteri di vari paesi, su cui noi puntiamo per far conoscere la situazione del Bahrein, sono obbligati a prendere le distanze”.

Questa regressione sgomenta gli attivisti, che avevano creduto nelle riforme avviate da re Hamad all’inizio degli anni duemila, poco dopo il suo arrivo al potere. Il ritorno degli esiliati, la liberazione dei prigionieri politici, l’organizzazione di elezioni legislative e la concessione del diritto di voto alle donne avevano suscitato grandi speranze. All’epoca erano nati partiti, giornali e ong, e il Bahrein, focolaio di mobilitazione politica negli anni cinquanta e sessanta, sembrava seguire la strada del Kuwait, la città stato più liberale della penisola.

Prova di coraggio

“All’epoca non avrei mai immaginato che quindici anni dopo ci saremmo trovati in questa situazione”, sospira un vecchio dissidente. “Il re non ha mantenuto le promesse, la spinta verso la monarchia parlamentare si è fermata, le proteste sono riprese e il resto lo conosciamo. Oggi gli oppositori sono tutti perseguitati. I religiosi sciiti si chiudono nella loro dottrina del martirio e diventano sempre più apatici, mentre i liberali si rifugiano nell’alcol”, aggiunge con una smorfia di disgusto.

A meno di un cambiamento radicale della situazione, le elezioni legislative previste per quest’anno si svolgeranno senza i partiti Al Wefaq e Waad, i due pilastri dell’opposizione. “È un grave errore, la democrazia si costruisce in modo graduale”, critica Sawsan al Shaer, una giornalista vicina al potere. “Queste persone rifiutano di svolgere il loro ruolo di oppositori nel quadro della costituzione e continuano a pensare in termini di rivoluzione. Si dicono moderati, ma sono legati all’Iran”.

“Se il governo vuole che partecipiamo alle elezioni, deve rilasciare i prigionieri e aprire il dialogo”, replica un oppositore che preferisce rimanere anonimo.

Tuttavia alcuni osservatori pensano che il declino della situazione economica potrebbe spingere il governo a tendere la mano all’opposizione. Il Bahrein è stato il paese del Ccg più colpito dal calo del prezzo del petrolio, che finanzia l’80 per cento dei suoi redditi. Con un debito di dieci miliardi di dinari (21,5 miliardi di euro), cioè il 90 per cento del suo pil, lo stato rischia la bancarotta. Per questo nell’ultimo anno ha cercato di imporre delle tasse e di tagliare le sovvenzioni. Un programma molto impopolare, che le autorità potrebbero controbilanciare con un’apertura in campo politico.

“Il governo deve dare prova di coraggio”, insiste un oppositore. “Ma gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita saranno disposti a lasciarlo fare?”. Una persona vicina al palazzo reale condivide l’osservazione: “Il margine di manovra del re Hamad è molto stretto. Anche se si limitasse a soddisfare la metà delle rivendicazioni dell’opposizione, sarebbe già troppo per l’Arabia Saudita”. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1255 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati