La Russia schiacciata da una terapia d’urto neoliberale, il Terzo mondo sottoposto per la maggior parte alle costrizioni dell’”aggiustamento strutturale” e, nel Nord, le società colpite dalla disoccupazione e dalle esclusioni: così progredisce la mondializzazione dell’economia. Divenuti ormai l’unica superpotenza, gli Stati Uniti si affrettano a consolidare la propria egemonia in tutti i campi, e non soltanto sui mercati. Nei negoziati del Gatt, la loro intransigenza pone i governi europei - in primo luogo quello francese - in una situazione insostenibile di fronte ai danni della recessione e al montare delle agitazioni sociali. In mancanza di un progetto comune di ricambio, la Comunità vede messa alla prova la sua solidarietà, mentre il margine di manovra del governo Balladur è ridotto dalle rivalità interne alla sua maggioranza.

Da una parte gli americani campioni della libera circolazione delle idee, delle merci e dei servizi, in una parola risolutamente moderni e preoccupati del benessere del consumatore planetario; dall’altra i francesi aggrappati a privilegi arcaici: esportazioni agricole sovvenzionate dal contribuente europeo e quote audiovisive che impediscono a cinefili e telespettatori di esercitare la loro libera scelta in favore di Walt Disney, Steven Spielberg o Woody Allen a vantaggio di film nazionali volgari o esoterici. Ciascuno avrà riconosciuto i protagonisti della battaglia dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (Gatt), così come vengono presentati da buona parte degli editorialisti della stampa americana, ma anche europea e persino francese.

Poiché da anni è combattuta innanzitutto sul piano della comunicazione, avendo come obiettivo la conquista degli animi, questa battaglia meriterà un giorno di figurare negli annali della mistificazione. Tanto più che essa oppone degli attori che in realtà recitano, ciascuno, in ruoli che non gli corrispondono; ma uno, il governo degli Stati Uniti, ha saputo a meraviglia infilarsi nel personaggio del “buono”, obbligando l’altro - la Francia e, in certa misura, l’Europa - impegolato nelle sue contraddizioni, a sposare la parte del “cattivo”, del guastafeste.

Mentre la vera posta in gioco dell’Uruguay Round - apertamente presentata come tale da Washington - è il mantenimento, o la restaurazione, dell’egemonia americana in settori economici chiave, il falso dibattito che occupa i media contrappone i “benefici” del libero scambio ai “danni” del protezionismo.

La libertà contro la restrizione, l’apertura contro la chiusura, il consumatore contro il burocrate: già la terminologia, temibile potere delle parole, costringe sulla difensiva chi non aderisce al dogma di un libero scambio eretto a valore supremo, rispetto al quale gli imperativi sociali, culturali, ecologici o altro appaiono come categorie subalterne. Il libero scambio ha due principali tipi di difensori: quelli, i più realisti, che vi vedono soprattutto il mezzo per penetrare i mercati degli altri, chiudendo il più possibile i propri, quando ne hanno i mezzi (è questo il caso, fra gli altri, degli Stati Uniti, del Giappone, di diversi paesi dell’Asia orientale); e quelli che ne hanno fatto la loro impresa ideologica, foss’anche a detrimento dei propri interessi, ed è il caso, in particolare, dei dirigenti di diversi paesi ex comunisti, del Regno Unito e, in modo caricaturale, della maggioranza della Commissione di Bruxelles, per cui gli Stati membri hanno praticamente sempre torto e i terzi (soprattutto giapponesi) generalmente ragione. I primi sfruttano senza vergogna il fervore neoliberale dei secondi, senza peraltro praticare la reciprocità. Da qui i conflitti che possono, nonostante tutto, contrapporli: pensiamo allo sfortunato commissario europeo Sir Leon Brittan che, dispostissimo a trasformare la Comunità in un colabrodo commerciale, certo non capisce come mai il suo interlocutore americano, Mickey Kantor, non abbia lo stesso progetto per gli Stati Uniti. Esiste anche un terzo tipo di interventi, quelli dei “pentiti del libero scambio”, che pur avendo professato alto e forte - come i secondi - il loro attaccamento all’ortodossia economica, si rendono improvvisamente conto che se cedono troppo alle esigenze dei primi la loro sopravvivenza economica è minacciata.

È questa la situazione del primo ministro francese, Edouard Balladur, lacerato tra la sua naturale connivenza con l’establishment finanziario nazionale e internazionale e le rimostranze dei deputati della sua maggioranza, strapazzati dai loro elettori, soprattutto quando si tratta di agricoltori o disoccupati. E per complicare maggiormente la situazione, ecco che Jacques Chirac, ex primo ministro Rpr, denuncia “l’applicazione miope delle leggi del mercato” in materia di agricoltura. Gli ci sono voluti quasi trent’anni di carriera per accorgersi che i mercati hanno la vista corta. Bisognerebbe anzi spiegargli che non hanno vista affatto, giacché funzionano nell’istantaneità.

Le grandi istituzioni internazionali - Banca mondiale, Fondo monetario internazionale (Fmi), Gruppo dei Sette (G 7), Gatt, Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico (Ocse) - a cui bisogna aggiungere le istituzioni comunitarie (di cui il trattato di Maastricht, ratificato ma a brandelli, proclama l’economicismo), sono altrettante macchine finalizzate alla crescita del libero scambismo. Ricordiamo il “prerapporto” dei ricercatori dell’Ocse che affermava, nel 1992, che una riduzione del 30 per cento dei diritti doganali nel mondo avrebbe portato (a partire dal 2002) un guadagno annuo di 200 miliardi di dollari, cifra immediatamente ripresa senza alcun controllo dai media. Gli stessi ricercatori hanno oggi presentato la loro relazione definitiva, pubblicata congiuntamente dall’Ocse e dalla Banca mondiale, facendo balenare (sempre dopo il 2002) un guadagno ancora superiore: 213 miliardi di dollari all’anno!

L’obiettivo di simili lavori, che illustrano semplicemente le tesi dei loro accomandanti, è prima di tutto politico: si tratta di condizionare l’opinione pubblica e i governi e intimidire quelli che mettono in dubbio questi due postulati: il libero scambio è buono in sé e deve applicarsi a tutti; il commercio traina la crescita.

Il primo di questi postulati vale quel che vale ogni rivestimento ideologico di un rapporto di forze. Per fare un solo esempio, i prezzi degradati (ed erratici) di quelle fra le materie prime del Sud che non sono state rimpiazzate da sostituti sono imputabili a un’applicazione integrale delle leggi del mercato… fissate dai paesi del Nord. Quanto alla correlazione tra il tasso di crescita degli scambi commerciali e quello della produzione nei paesi dell’Ocse, non ha alcuna base scientifica: le tabelle pubblicate dallo stesso Gatt lo dimostrano! Dal 1986 si nota una sconnessione crescente fra i due tassi - il primo aumenta molto più rapidamente del secondo - che provoca la creazione di una “bolla” commerciale artificiale.

Propaganda

Un nuovo ingrediente si è aggiunto oggi a un dispositivo di propaganda già molto efficiente: lo stato dei negoziati sarebbe, da solo, un fattore di crescita o di recessione. In breve, se l’Uruguay Round non fosse firmato alla data fissata da Bill Clinton per ragioni di politica interna (15 dicembre 1993), l’economia mondiale accuserebbe il colpo. Bisognerebbe allora credere, per esempio, che di fronte alla crisi della domanda che affligge il loro paese, i francesi, sordi alle esortazioni di Balladur che li incita a consumare di più, aspetterebbero in realtà il semaforo verde di Peter Sutherland, nuovo direttore generale del Gatt, per metter mano al portafoglio il 16 dicembre 1993! Coloro che si fanno portavoce più o meno consapevoli della propaganda del Gatt dovrebbero ricordarsi che dal 1991 al 1992, malgrado la mancata conclusione, nel dicembre del 1991, del negoziato dell’Uruguay Round (che dura dal 1986), il commercio internazionale delle merci è cresciuto del 4,5 per cento in volume e del 5,5 per cento in valore, mentre quello dei servizi aumentava, nello stesso periodo, dell’8 per cento.

Quelli che sono ossessionati dalla scadenza del 15 dicembre 1993 possono rassicurarsi: se l’accordo del Gatt non verrà firmato quel giorno, gli affari continueranno allo stesso ritmo della vigilia e nel quadro degli stessi regolamenti o in assenza di qualsiasi regolamentazione. E a quelli che vanno ripetendo che “un francese su quattro lavora per l’esportazione”, il che è globalmente esatto, bisogna rammentare che il 77 per cento del commercio francese è diretto verso la Comunità o l’Associazione europea di libero scambio (Aele), con le quali non esiste alcun diritto doganale. Solo il restante 23 per cento è, in parte, sottoposto alle regole del Gatt e, nella maggioranza dei casi, con paesi con cui la Francia ha una bilancia commerciale deficitaria (Stati Uniti, Giappone) o appena in equilibrio (America latina). Quindi al massimo solo un francese su diciassette “lavora per l’esportazione” nelle zone rette dal Gatt.

Un editorialista parigino affermava recentemente che, al Gatt, “la Francia va diritta contro il muro, ma la sua eccezione culturale fa sì che ci corra a bandiere spiegate” e condannava in seguito “l’ovazione brezneviana che ha salutato nelle file della maggioranza la prestazione del primo ministro”, che si era espresso sull’argomento in tono assai fermo. Poiché la nostalgia dell’Unione Sovietica affiora ormai nelle metafore, perché non riprendere quella del famoso Signor “Niet” che fu, per tutta la sua lunga carriera di ministro degli esteri di Mosca, Andrej Gromyko? Ma oggi è del Signor o della Signora “No” che bisogna parlare, ruolo svolto successivamente da Bush e Carla Hills e da Clinton e Kantor, rimasti intrattabili nel corso degli anni. Sarebbe stato lecito immaginare che temendo il mancato rinnovo da parte del Congresso dopo la scadenza del 15 dicembre, della procedura detta del fast track, Clinton avrebbe fatto delle concessioni pur di concludere il negoziato al più presto, nella misura in cui è il solo ad avere realmente un imperativo di calendario.

È giocoforza constatare che in occasione del suo incontro del 13 ottobre a Bruxelles con Sir Leon Brittan (certamente poco combattivo nel difendere idee in cui non crede) e il commissario all’agricoltura René Steichen, Mickey Kantor, rappresentante personale del presidente per il commercio internazionale, ha seccamente affermato che il dossier agricolo era da lui considerato definitivamente regolato dal preaccordo di Blair House del novembre 1992. E già l’indomani, 14 ottobre, Clinton respingeva pubblicamente l’idea di qualsiasi trattamento specifico del settore audiovisivo nell’ambito del Gatt.

Questi due campi hanno la particolarità di essere fra i gioielli dell’esportazione americana e di trovarsi di fronte, nella Comunità, un solo paese che possa tenergli testa, la Francia - perché è una potenza esportatrice di prodotti agricoli (191 miliardi di franchi nel 1992) e l’unica, in Europa, a disporre di un’industria cinematografica ancora vitale. Ora, gli Stati Uniti sono determinati a utilizzare la propria capacità di esportazione in tutti i settori per aumentare la propria crescita e la creazione di posti di lavoro. I governi repubblicani, dal canto loro, avevano puntato sulle spese di armamento e rifiutato il finanziamento attraverso le imposte, con la conseguenza del buco gigantesco del deficit di bilancio e di un indebitamento colossale: mille miliardi di dollari nel 1991 (dieci anni prima erano creditori di 141 miliardi di dollari). Come nota Denise Artaud in un pregevole studio: “Per forza di cose lo sviluppo del commercio estero si rivela quindi la soluzione più facile, la meno onerosa sul piano politico, per raddrizzare la situazione economica e liberare le risorse necessarie per condurre la politica estera e quella di difesa, giacché, all’indomani della guerra fredda il governo americano è risoluto a far sì che gli Stati Uniti restino la sola superpotenza mondiale, cercando contemporaneamente di mantenere il livello di vita della nazione”.

Quando, il 29 settembre scorso, Clinton affermava che entro la fine del decennio gli Stati Uniti intendono aumentare di due terzi le loro esportazioni, rivelava i suoi obiettivi di politica economica e di politica estera e insieme il ruolo che riserva al Gatt. In campo agricolo l’America, che produce il 20 per cento dei cereali mondiali ma controlla il 44 per cento del mercato (per quanto riguarda il frumento, la Comunità esporta il 20 per cento della sua produzione e gli americani più del 50 per cento), vuole riservarsi la maggior parte dell’attesa crescita della domanda dei paesi del Maghreb, del Vicino Oriente e dell’Asia, e quindi fare a pezzi la politica agricola europea. Non si tratta in alcun modo di una battaglia teorica contro le sovvenzioni alle esportazioni, effettivamente praticate sulle due sponde dell’Atlantico, ma di un’appropriazione massimale della torta mondiale dell’agroalimentare. Stessa logica per il settore audiovisivo, dove qualsiasi ostacolo alla bulimia di Hollywood è presentato come un’insopportabile censura. Il procedimento è simile per gli altri dossier, in particolare l’aeronautica, l’acciaio, l’accesso al mercato, eccetera.

Ci sarebbero due autentici test di un sincero impegno degli Stati Uniti in favore del libero scambio. Innanzitutto, integrazione dei problemi monetari in seno al Gatt, giacché il dollaro, moneta con cui si effettuano la maggior parte delle transazioni, è usato come un’arma di lotta commerciale, le cui variazioni (ad esempio per l’aeronautica) sono sufficienti a trasformare, per Airbus Industrie, gli utili in perdite. Quindi, la rinuncia a ogni unilateralismo o a qualsiasi commercio amministrato. Invece, da più di trent’anni, gli Stati Uniti mantengono contro Cuba un embargo commerciale assolutamente illegale secondo le regole del Gatt; nelle loro relazioni con il Giappone (a proposito dei semiconduttori, dei pezzi staccati per autoveicoli), come con l’Europa (il preaccordo di Blair House ne costituisce un esempio eloquente), così come con il Messico, assegnano alle proprie esportazioni degli obiettivi quantitativi, cosa che contraddice il principio stesso del libero scambio; infine non sono affatto pronti a rinunciare al loro dispositivo legislativo protezionista a vantaggio di una Organizzazione multilaterale del commercio.

Debitamente avvertita, ma paralizzata dalle sue divisioni (il Regno Unito e l’Olanda si comportano come semplici portavoce di Washington) e avendo lasciato la briglia sul collo a una Commissione che antepone la propria frenesia liberoscambista agli interessi degli Stati membri e alla loro necessaria solidarietà, la Comunità europea offre l’immagine disperante di un gigante economico che si comporta da nano politico. È terrorizzata dall’idea di una guerra economica in cui i suoi concorrenti, Stati Uniti e Giappone hanno da perdere più di lei, giacché compra da loro molto più di quanto non gli venda. E tocca al governo francese, esso stesso impegolato nelle sue contraddizioni (la sua politica è neoliberale all’interno, neoprotezionista per necessità all’esterno), sostenere, contro tutti, la parte di difensore della preferenza comunitaria contro il Gatt. Ma per essere credibile, dovrebbe apparire non come il difensore, naturalmente definito “egoista”, di interessi nazionali peraltro altrettanto legittimi di quelli degli Stati Uniti, ma come il demistificatore di una concezione del libero scambio che è un semplice strumento della potenza americana. Ciò significherebbe rimettere in discussione i principi stessi in base ai quali si è fatto eleggere e le forze che lo sostengono… ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1 di Internazionale, a pagina 8. Compra questo numero | Abbonati