Qualche tempo fa il governo etiope ha sistemato una compagnia di musicisti in una serie di capanne con vista sulla valle e sulla diga. Là in cima gli artisti suonavano, prendevano appunti e riflettevano su quello che succedeva a valle, sul significato per il paese e per il continente africano. Il governo etiope aveva deciso che servivano nuove canzoni, e aveva portato lì, nell’estremo nordovest del paese, un gruppo di artisti. Fatti imbarcare su un aereo nella capitale Addis Abeba, sballottati per cinque ore a bordo di una Toyota su strade sterrate, erano approdati in quella zona infestata dai coccodrilli. Uno di loro si era steso sul letto del Nilo Azzurro: sembrava sbadigliare in direzione della diga che troneggiava a qualche centinaio di metri di distanza con i suoi 1.870 metri di lunghezza e 145 di altezza.
Gli etiopi vogliono avviare la chiusura delle paratie, in modo da formare un lago gigantesco. La diga dovrebbe funzionare a pieno regime nel 2022, con cinque anni di ritardo rispetto ai piani. Ma è previsto che due turbine comincino a produrre elettricità nel dicembre del 2020. “La diga permetterà di lasciarci alle spalle un secolo di diffidenza nei confronti del Nilo”, diceva l’ingegnere capo Simegnew Bekele durante una visita guidata al cantiere nel marzo del 2017. Con il casco in testa, Bekele guardava la diga: dietro di lui soffiava un vento che trasportava la sabbia del Sudan e davanti decine di enormi lampioni illuminavano il grande cantiere, mentre sotto volteggiavano le scintille prodotte dalla saldatura dei congegni delle turbine. Nonostante il rumore, il caldo e la polvere, c’era un’atmosfera particolare, come se ogni giorno fosse quello della fine dei lavori. “Forse il maggior pregio della diga è stato quello di unire il paese”, notava l’ingegnere, che in Etiopia è considerato un piccolo eroe nazionale. Dal punto di vista degli etiopi la diga porterà vantaggi a tutti: “Produrremo energia per tutta l’Africa”, si rallegrava Bekele.
L’impianto idroelettrico legato alla diga ha una potenza di 6.000 megawatt, più o meno l’equivalente di cinque centrali nucleari. Abbastanza per un continente il cui sviluppo è frenato anche dai frequenti blackout. Secondo Bekele sarà un vantaggio anche per i paesi vicini: le linee che portano in Sudan sono già state posate. Quando tutte e sedici le turbine saranno in funzione, produrranno più elettricità di quanta l’Etiopia ne consumi. Questo paese un tempo poverissimo oggi conta di esportare elettricità in Spagna e in Turchia. Ma i paesi vicini, il Sudan e l’Egitto, che hanno sempre diviso tra loro l’acqua del Nilo lasciando l’Etiopia a bocca asciutta, temono molto la diga.
La madre della Terra
Duemilacinquecento anni fa lo storico greco Erodoto scriveva che “l’Egitto è un dono del Nilo”. I circa cento milioni di egiziani chiamano il fiume umm al duniya, madre della Terra, e sono convinti che la sua acqua gli appartenga.
Guardare il Nilo dall’alto è un’esperienza quasi religiosa: le sue rive sono come un nastro verde che attraversa il deserto del Sahara. Oltre il Cairo, in corrispondenza delle chiuse di Al Qanatir e Al Khayriyya, questo nastro si apre a ventaglio, come una foglia di ginkgo biloba: vicino ad Alessandria il fiume si divide in due rami che puntano al Mediterraneo, uno verso la città di Rosetta e l’altro verso quella di Damietta.
Un’accesa controversia divide gli studiosi su quale sia il fiume più lungo del mondo tra il Rio delle Amazzoni e il Nilo. Il fiume africano ha due affluenti, il Nilo Azzurro e il Nilo Bianco; il secondo, il più lungo dei due, ha origine dal lago Vittoria, in Uganda. Il Nilo Azzurro invece nasce dal lago Tana, sull’altopiano etiope; è più breve, ma il suo apporto di acqua è decisamente maggiore quando i due fiumi si uniscono a Khartoum. Più che azzurro è marrone, per via dei sedimenti trasportati dalle acque. Quel che è certo è che nessun altro fiume al mondo ha la stessa importanza del Nilo per tante persone: il suo bacino tocca undici paesi, dove vive il 6 per cento della popolazione mondiale.
Da secoli l’Egitto si considera il custode delle acque del Nilo, la grande civiltà che ha il diritto di vigilare sullo stato di salute del fiume. E di sfruttarlo. L’Egitto consuma moltissima acqua per la sua popolazione, che aumenta di due milioni di persone ogni anno. E fa già i conti con la scarsità idrica, che secondo i parametri delle Nazioni Unite si verifica quando la quantità d’acqua pro capite è inferiore a mille metri cubi all’anno. La disponibilità egiziana al momento è di appena 570 metri cubi. Secondo le previsioni, nel 2025 l’acqua non basterà più per una popolazione che nel frattempo avrà raggiunto i 115 milioni di abitanti. Cosa succederà se l’Etiopia chiuderà i rubinetti per riempire la diga?
Già alla fine dell’ottocento, l’Egitto cominciò una sanguinosa guerra contro l’Etiopia quando al Cairo si diffuse la convinzione che Addis Abeba voleva il Nilo tutto per sé. Il conflitto rischia ora di ripetersi. Nel 2011, quando l’Etiopia decise di costruire la diga, il governo egiziano valutò la possibilità di lanciare degli attacchi aerei. L’attuale presidente, Abdel Fattah al Sisi, sostiene di non volere una guerra, ma allo stesso tempo dichiara di tenere “tutte le opzioni aperte”. E anche il premier etiope Abiy Ahmed non ha escluso un conflitto se non si troveranno altre soluzioni.
Egitto, Sudan ed Etiopia s’incontrano da anni a intervalli regolari, per discutere della quantità di acqua del fiume che spetta a ciascuno di loro e per stabilire quanto tempo concedere agli etiopi per riempire la diga. Le minacce si sono alternate ai negoziati. Il punto più controverso è individuare un meccanismo per stabilire quanta acqua l’Etiopia debba far passare attraverso la diga nella fase di riempimento, negli anni di siccità e in quelli di pioggia abbondante. A un certo punto si è deciso di incaricare alcuni ingegneri indipendenti di raccogliere dati nei tre paesi ed elaborare una simulazione su cui poi basare un accordo. Per stabilire di cosa dovesse occuparsi l’indagine ci sono voluti anni di discussioni, e altri ancora per decidere a chi affidarla. Alla fine i tre paesi hanno assegnato una ricerca preliminare a uno studio francese allo scopo di definire le modalità della ricerca vera e propria.
Una crescita a due cifre
Le tensioni sono aumentate a ottobre, quando l’Egitto è tornato a parlare della possibilità di una guerra contro l’Etiopia. Mosca si è offerta come mediatrice e il 24 ottobre, a margine del vertice Russia-Africa organizzato dal presidente russo Vladimir Putin a Soči, si è svolto un incontro tra il capo di stato egiziano e il premier etiope. Poco dopo sono intervenuti anche gli Stati Uniti. L’incontro del 6 novembre a Washington con i rappresentanti di Etiopia, Egitto e Sudan è “andato bene”, commentava in un tweet il presidente statunitense Donald Trump. Il 15 gennaio i ministri degli esteri e delle risorse idriche dei tre paesi, riuniti a Washington, hanno raggiunto un accordo iniziale. S’incontreranno di nuovo il 28 e il 29 gennaio per finalizzarlo. Questo conflitto dimostra che l’acqua è
una risorsa sempre più contesa. In Africa è tutto. In molte zone è il primo pensiero al mattino e l’ultimo alla sera. L’acqua è fonte di vita, ma quando scarseggia è anche fonte di ostilità. Da un secolo a questa parte le cose sul Nilo vanno così. Ma ora l’Etiopia vuole cambiarle.
Il nome del progetto che deve aiutare la nazione a risorgere è Grand ethiopian renaissance dam (Grande diga del rinascimento etiope). Per decenni si è parlato del paese soprattutto per le pance gonfie dei bambini affamati, e non per la cultura millenaria, i paesaggi mozzafiato, le foreste vergini e i deserti di sale. Da anni, però, l’economia cresce con tassi a due cifre; Addis Abeba è percorsa da una linea di tram e in uno stabilimento di periferia si assemblano cellulari di ultima generazione. Lo scopo della diga è anche celebrare questa nuova Etiopia, che il mondo non può più ignorare.
Ma per le aziende straniere, comprese quelle cinesi che in Africa sono ovunque, la diga era un’impresa che creava troppi problemi. Perciò inizialmente gli etiopi l’hanno finanziata da soli. In quasi tutti gli appartamenti e i negozi del paese c’è un titolo di credito incorniciato con il nome del donatore e l’importo. Anche se molti etiopi erano ostili al regime autoritario di allora, chi poteva ha dato un contributo e così sono stati raccolti quattro miliardi di dollari.
Prima di poter produrre elettricità, però, bisogna riempire il lago artificiale: un’operazione che richiede dai tre ai vent’anni, a seconda dell’esperto a cui ci si rivolge. In questo arco di tempo l’Etiopia limiterà l’acqua che scorre attraverso il Sudan e l’Egitto. “Si tratta di un riempimento progressivo”, aveva risposto l’ingegnere Bekele a una domanda sulla questione.
Cosa voleva dire?
“Ma è evidente!”. La sua espressione non ammetteva altre domande. Non aveva voglia di discutere con i giornalisti di un argomento così delicato.
A quel punto Bekele si era alzato ed era entrato nel fabbricato che ospitava la mensa. Quel giorno, come tutti gli altri, il menù offriva melanzane e carciofi fritti come antipasto, poi spaghetti e cotoletta. L’Etiopia è l’unico paese dell’Africa subsahariana a non essere mai stato colonizzato e gli etiopi lo fanno notare a ogni straniero nei primi dieci minuti di conversazione. Gli italiani ci provarono a lungo, ma furono sempre sconfitti, fino a quando le truppe di Mussolini riuscirono a tenere il paese sotto un controllo approssimativo per qualche anno.
Ma quando perse la seconda guerra mondiale l’Italia perse anche l’Etiopia.
Gli etiopi non sembrano portare rancore: l’incarico di costruire metà della diga, circa 700 chilometri a ovest della capitale, è stato affidato proprio a un’azienda italiana, la Salini Impregilo. Per questo nella mensa del cantiere quel giorno si gustavano piatti italiani. Sulla collina più alta c’era il comprensorio che ospitava i caposquadra europei. A quanto dicevano gli operai, di sera a bordo piscina si tenevano festini a base di pizza, vino rosso e belle donne. Ma in quel momento la piscina era vuota e regnava il silenzio.
L’altra metà della diga è stata commissionata a un’azienda legata alle forze armate etiopi, chiamata Metals and engineering corporation (Metec). È il metodo cinese: per far crescere l’industria nazionale si autorizzano le joint ventures, in modo da sfruttare un po’ le competenze altrui. Seduti con una bottiglia di birra davanti alle loro capanne, gli operai etiopi rimproveravano alla Metec i ritardi nel progetto.
L’acqua è verde e piena di buste di plastica e altra immondizia
“Se continua così non basteranno trent’anni per finire”, ha detto con irritazione il premier etiope Abiy Ahmed nel luglio del 2018. Qualche giorno dopo, l’ingegnere capo Bekele è stato trovato morto nella sua auto, vicino al corpo c’era una pistola. Secondo la polizia si è sparato, forse perché temeva di non riuscire a finire la diga. Milioni di etiopi hanno pianto la sua scomparsa e ci sono state manifestazioni violente per chiedere vendetta. Abiy ha subito revocato l’incarico alla Metec, considerata corrotta, e sono state trovate aziende europee e cinesi per finire la diga il prima possibile.
Mesi secchi e piene
“Non vedo l’ora che la diga sia pronta”, dice Khawad A. Amin. Sugli umori del Nilo, che scorre a pochi metri di distanza, potrebbe scrivere un libro. “Da sei anni il fiume pare impazzito”. L’acqua è sempre troppa o troppo poca, e in entrambi i casi il raccolto va male. Nel suo campo ai margini della capitale sudanese Khartoum, alcune persone stanno scavando per cercare l’acqua di falda, che nei mesi secchi sprofonda sempre più in basso. Poi seguono le piene: “L’acqua era troppa e le piante sono tutte morte”, spiega il contadino. Amin spera che la diga possa regolare la situazione. Questo è l’argomento che usano gli etiopi per convincere i loro vicini: con la diga ci sarà una quantità d’acqua costante tutto l’anno.
Le oscillazioni del Nilo sono estreme: a Khartoum il livello del fiume varia di otto metri, a seconda della stagione. L’85 per cento dell’acqua si concentra nei mesi delle piogge (da fine giugno a settembre). Sulla carta il Nilo ha sempre la stessa portata d’acqua: stando a un accordo del 1959 tra Egitto e Sudan, esattamente 84 miliardi di metri cubi all’anno, misurati presso la diga di Assuan. L’accordo fissò anche la quantità d’acqua che sarebbe spettata a ciascuno: 18,5 miliardi di metri cubi al Sudan e 55,5 all’Egitto (altri dieci evaporano o sono assorbiti dal suolo). Nel 1929 i coloni britannici avevano firmato un patto simile. All’Etiopia non spettava nulla: per questo le sue canzoni esprimono tanta amarezza.
“I numeri sono solo stime: hanno poco a che vedere con la realtà”, dice Ahmed el Tayeb nel suo enorme ufficio. El Tayeb dirige il Centro di ricerca nazionale sull’acqua del Sudan e conosce i livelli di quasi tutte le annate. Secondo lui, negli ultimi anni sono arrivati più di 100 miliardi di metri cubi d’acqua, ma la maggior parte è scorsa via. La siccità ha fatto inaridire i campi, mentre per gestire le piene è stato necessario aprire le chiuse delle centrali idriche, che altrimenti sarebbero state divelte. “La diga consentirà di sbarrare il passaggio alla massa d’acqua nella stagione delle piogge, per poi suddividerla nell’arco di dodici mesi”, spiega El Tayeb. Oltre all’agricoltura ne gioverà anche la produzione di elettricità: grazie all’apporto regolare d’acqua la produzione delle centrali sudanesi dovrebbe aumentare del 20 per cento circa. “Ma perché tutto questo funzioni dobbiamo collaborare”, dice il ricercatore, che partecipa ai negoziati.
A dura prova
Gli egiziani non hanno più questi problemi da tempo: già nel 1898 i britannici eressero una diga di blocchi di granito per domare le piene del Nilo. Quattro anni dopo entrarono in funzione le chiuse a sud di Assuan. Ma il lago dietro le chiuse era troppo piccolo per compensare le siccità più gravi o attutire le piene peggiori; l’acqua non bastava neppure per irrigare i campi tutto l’anno. Perciò, nel 1960, il presidente Gamal Abdel Nasser fece erigere la grande diga di Assuan, nazionalizzando il canale di Suez per finanziarne la costruzione. La diga diventò un simbolo nazionale: larga 980 metri alla base, chiude la valle del Nilo per 4 chilometri a 111 metri d’altezza. Come si legge nei pannelli informativi, le pietre per costruirla sono 17 volte di più di quelle necessarie a edificare la grande piramide di Giza, unità di misura che rivela l’importanza che la diga ha per gli egiziani. L’acqua si raccoglie in un lago artificiale che arriva fino in Sudan. Il lago Nasser può contenere un quantitativo d’acqua doppio rispetto a quello che potrà contenere il nuovo lago etiope e ha protetto l’Egitto da inondazioni e siccità, regalandogli fino a tre raccolti all’anno.
Magdy, che come molti egiziani si presenta solo con il nome di battesimo, ha 35 anni e fa il contadino in uno dei villaggi del delta del Nilo. Non sa cosa farebbe se l’acqua diminuisse o sparisse del tutto. Già ora alcuni contadini per irrigare i campi più distanti dal canale devono tirare l’acqua con la motopompa. Ma anche l’Egitto mette a dura prova il fiume. Magdy è immerso fino alla cintola in una conca collegata attraverso un tubo a uno dei canali d’irrigazione. L’acqua è verde e piena di buste di plastica e altra immondizia che Magdy deve togliere prima di poter attivare la motopompa. Le donne lavano i panni nel canale e il villaggio lo usa come discarica e fogna. Nel delta del Nilo si ammas sano 60 milioni di persone. Il paesaggio è sventrato dalle costruzioni, l’acqua è spesso salmastra e, nell’assoluta assenza di piani regolatori, case di mattoni senza intonaco proliferano fin dentro i campi.
Per irrigare il granturco, Magdy aziona la motopompa. Per due ore un getto d’acqua riempie un’altra vasca che termina in un fossato vicino al suo campo. In questo modo il campo si allaga lentamente. La pompa è di proprietà del villaggio, possono usarla tutti. Ma, sottolinea Magdy, si fa fatica a sopravvivere. Questo tipo di agricoltura non è particolarmente efficace e tantomeno lo è questo modo di gestire l’acqua: gran parte si disperde nel terreno oppure evapora. Nel delta del Nilo sono milioni i piccoli agricoltori come Magdy che hanno bisogno d’acqua e la sprecano. Ma al Cairo i politici non sanno fare altro che minacciare l’Etiopia perché temono la chiusura di un rubinetto che loro invece vogliono tenere aperto, per far fiorire il deserto grazie a progetti prestigiosi. Sul lago Nasser i politici hanno fatto costruire un impianto di pompaggio gigantesco, il più grande del mondo, che prende il nome dal deposto presidente Hosni Mubarak. Le sue 24 pompe alimentano un ampio canale di cemento: si dice che trasporti 25 milioni di metri cubi d’acqua al giorno. Qui si coltivano meloni e viti che già a gennaio sono pronti per essere esportati; in futuro si prevede di far crescere frumento, frutta e verdura per il consumo interno.
Il governo progetta la bonifica di 8.400 chilometri quadrati nel mezzo del deserto, un’area grande dieci volte Berlino, dove dovrebbe trasferirsi un egiziano su cinque. Il progetto si chiama Toshka; aveva cominciato a pensarci Nasser, poi l’idea fu abbandonata e ripresa più volte.
Da 14 anni qui opera un istituto di ricerca statale impegnato a progettare il futuro dell’agricoltura industriale. Un futuro in cui le risorse idriche sempre più scarse andranno impiegate in modo intelligente. Il dottor Saad, vicedirettore dell’istituto, spiega che stanno testando moderni sistemi d’irrigazione automatici a goccia, stan-no cercando di capire quali tipi di piante crescano al meglio su diversi tipi di suolo. Il governo ha anche fatto costruire una città, New Toshka City. Per gli standard egiziani le sue case color sabbia – mille appartamenti tra i 120 e i 180 metri quadrati – sono lussuose. Ci sono una scuola, una moschea, un ospedale, un centro commerciale e un circolo sportivo. Perfino le rotatorie sono coperte di verde. I meloni prosperano anche se le temperature raggiungono i 50 gradi d’estate. Il Cairo ha promesso un appezzamento a ogni laureato che vi si trasferisce, ma per ora è arrivato solo qualche ingegnere agrario. Ci sono alcune grandi fattorie statali, ma non si può certo parlare di una seconda fiorente valle del Nilo come la sognava Nasser. E ora la diga etiope potrebbe costringere gli egiziani a decidere se chiudere il rubinetto a questo prestigioso progetto oppure ai milioni di contadini nel delta del Nilo.
Il Cairo, con i suoi 25 milioni di abitanti, e il delta si nutrono delle acque del Nilo: più del 90 per cento delle risorse idriche del paese proviene dal fiume. Eppure nei dintorni della città le rive sono piene di impianti industriali che sottraggono l’acqua e l’avvelenano con gli scarichi. Più avanti, nel delta, pesticidi e concimi, drenati dal terreno, tornano nei canali e alla fine nel Nilo.
L’Egitto paga un prezzo alto per aver addomesticato il Nilo: il mar Mediterraneo sta rosicchiando il delta e in alcune zone del paese si perde un centinaio di metri di costa all’anno. La salinizzazione del suolo e delle acque di falda impedisce l’agricoltura. Alla foce, nei pressi di Alessandria, da tempo il fiume non è più grandioso. A Damietta ormai l’acqua ristagna salmastra e non arriva al mare. A Rosetta arrivano solo 140 metri cubi d’acqua al secondo. L’inquinamento costringe i pescatori a spingersi molto lontano. Secondo le previsioni degli scienziati, nel 2030 un terzo del delta del Nilo sarà sommerso dal mar Mediterraneo.
Ma l’Etiopia sembra insensibile a questi scenari terrificanti: al governo importa solo sostituire nuovi canti di gioia ai vecchi lamenti. Una delle canzoni tradizionali dice: “Da migliaia di anni il fiume non ci dà niente”. Non sarà più così, finalmente. Nelle capanne con vista sulla valle, i musicisti hanno composto nuove canzoni che non lasciano spazio ai compromessi. Lodano la diga, la lungimiranza del governo e gli etiopi: “Ora il Nilo aiuta anche noi e non solo i nostri vicini”. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1342 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati